Tre generazioni al confronto. Dagli erbari delle ave al queer per scovare, dietro e dentro ciascuna di loro, la donna che ha scelto la propria forma anche sbagliando, forse ferendo. Alcune considerazioni sul romanzo di Concita De Gregorio, Di madre in figlia, che ha venduto centomila copie nel 2025
Di Chiara Palumbo
Le risposte non servono, o sono semplicemente impossibili. Conta vedersi dagli occhi degli altri, soprattutto quando sono radicalmente diversi. Lo dimostra il romanzo di Concita de Gregorio che – se i numeri contano qualcosa – è stato uno dei più amati del 2025, superando a dicembre il traguardo delle centomila copie vendute. Di madre in figlia recupera un’eredità lungo una linea femminile che avvicina tre generazioni, una formula letteraria molto sperimentata negli ultimi anni e che ha fortuna.
Marilù, la nonna, porta in un corpo che non sente il tempo la meraviglia di un passato dove tutto era possibile e tutto è stato sperimentato, spesso nascondendo il prezzo pagato per voler vivere il sogno dell’arte e della fama. E che dietro di sè lascia un silenzio letto come assenza, soprattutto da Angela, sua figlia, personaggio-cerniera che rende evidente quanto questo libro cambi a seconda dello sguardo di chi lo legge: ogni personaggio prende più o meno spazio a seconda di quanto lo sente simile o ne è spaventato. Angela è la madre, ma allo stesso tempo la figlia, oltre che di Marilù, del reflusso e del rovescio della medaglia degli anni Settanta. La sua vita ha preso la forma del rigore dato dal rifiuto, da tutte le conseguenze di lati oscuri imprigionandola nel rancore e in una fame ossessiva di controllo che la generazione successiva – quella dei figli del nuovo millennio riassunti nei sedici anni di Adè, figlia di Angela e nipote di Marilù – sa di aver perso completamente: sul mondo e su se stessa. Così si moltiplica e si frammenta, sapendo che un’identità sola non può più bastare ma senza aver trovato quella in cui sentirsi a proprio agio.
In effetti, anche l’intero romanzo di De Gregorio è un esercizio di superamento dei confini, o meglio delle volte in cui lo si è già fatto senza che qualcuno volesse conservarne memoria: nell’amore, libero dalle costrizioni del genere e delle istituzioni, nell’educazione, spesso sbadata senza dolo, e nell’immaginazione di un futuro che ha lasciato troppe domande aperte. Domande che oggi, ciascuna col proprio orgoglio, le tre donne scontano tutte, misurando però anche il seme che è stato piantato sotto la terra, per lasciar loro, se non altro, la possibilità di germinare nuove libertà. Da scoprire sperimentandole, però, o cercandole, con tigna e una certa dose di coraggio. Perchè le famiglie sono fatte di cose che non si dicono, e diventano tradizione ed eredità, da proteggere nell’incontro tra chi insegna senza imporre e chi apprende senza sudditanza, in un movimento reciproco di avvicinamento che esige, stavolta sì, un confine netto.
Serve un’isola e una casa lontana quanto basta a nonna e nipote per minimizzare il rumore intorno, e farsi raggiungere soltanto da chi, in forma di amicizia o possibilità di futuro sia disposto a farlo. È il caso del goffo pragmatico, giovane Arturo, che nella vita di Adè è una sorpresa, come l’isola in cui lui è nato. Sull’isola si lasciano alle spalle le voci giudicanti del mondo, ma si porta anche, nella memoria del corpo, la traccia del dolore sofferto e consegnato per non essere dimenticato, come quello di una lontana ava, Agata, la nonna di Marilù.
Nelle eleganti pagine di De Gregorio, vivide come le sue protagoniste, emerge tutta la forza del femminile liberato da ogni mistica e retorica e, proprio per questo, potente. Marilù e Adè, nonna e nipote, costrette a condividere un’estate di scoperta, con la difficoltà di non capire le fragilità del tempo nuovo e di non saper leggere i silenzi dentro il passato. Se l’amore cura, vale quel che vale per il farmaco: è la dose a fare veleno o guarigione. Come per le medicine, se ne sperimenta l’effetto e poi si acquisisce, poco alla volta una modalità di assunzione, anche dell’amore. Però, a queste donne radici l’una dell’altra, occorre il tempo e la pazienza, la disposizione alla sorpresa e la curiosità per capire quanto e quando incontrarsi davvero, e alla loro autrice la misura per mettere su carta tre voci autonome e rotonde, e per decidere dove fermarsi nel narrarle. Niente cura più di qualcuno che ti vede e ti accoglie, suggerisce De Gregorio: il nostro stesso esistere può passare solo attraverso una relazione, senza cui si sarebbe consegnati alla prigionia dell’inaridimento, dell’assenza di testimoni.
Di madre in figlia è un romanzo fuori dal tempo, pur essendovi calato in modo puntuale, perchè lo contiene tutto: dagli erbari delle nonne al queer che mostra i limiti del binarismo di genere, passando per la vita sognata delle attrici e delle star. Per scovare, dietro e dentro ciascuna di loro, la persona – se si vuole, la donna. Che ha scelto la propria forma per prove ed errori. Sbagliando, forse ferendo. Ma potendo, con l’orgoglio e la libertà della Babette di Karen Blixen di non chiedere più ad altri, ma a se stessa: “Consentimi di fare il meglio che posso”.
Concita De Gregorio, Di madre in figlia, Feltrinelli 2025
Chiara Palumbo
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