L’ultima intervista all’avvocata e attivista, nata in Tunisia e morta a Parigi lo scorso anno, che difese le partigiane algerine e poi la ragazza che aveva abortito clandestinamente dopo uno stupro. Amica di De Beauvoir, è una delle donne che per prime hanno messo sotto accusa il patriarcato
Di Chiara Palumbo
«Cambiare il mondo perorando» un motto che è una dichiarazione d’intenti e ben contiene Giséle Halimi, avvocata, politica, tra le madri del femminismo francese del ‘900. Potrebbe anche essere un’epigrafe, magari quella con cui il governo transalpino ha deciso l’anno scorso di tumularla al Pantheon, onore e riconoscimento riservato ai francesi illustri cui tributare la gratitudine della patria. Se non fosse che Halimi è meglio pensarla viva, e militante, nella Feroce libertà con cui appare nell’ultima intervista, rilasciata alla giornalista Annick Cojean e pubblicata in italiano per i tipi di FVE Editori, che si fa carico di un lavoro meritorio colmando una lacuna difficile a perdonarsi: in italiano mancano completamente – a meno che non si cerchi con cura nelle biblioteche femministe – strumenti di accesso diretto al pensiero di una donna a cui la Francia – e di conseguenza, l’Europa – deve alcuni cambiamenti essenziali sia alla propria strumentazione giuridica sia, soprattutto, alle sue consapevolezze sociali e avanzamenti culturali in materia di diritti delle donne.
Il motivo, lo si capisce bene sfogliando le pagine in cui, stimolata tramite la reporter dalla generazione successiva, e in costante dialogo (tutte le 128 pagine ne fanno trasparire l’intenzione) una vitalissima 93enne ripercorre la propria esistenza e, nel mentre, fa il punto sullo stato di salute dei diritti delle donne, indisponibile a capacitarsi di come «non abbiano ancora fatto la rivoluzione!». Lo può ben dire chi la rivoluzione l’ha conosciuta e vissuta dal di dentro, a cominciare da quella del suo Paese d’origine, la Tunisia, e poi difesa, con la toga indosso quando giovanissima si è voluta trovare a bussare alla porta dei presidenti della Repubblica a cui inoltrava le domande di grazia degli indipendentisti suoi clienti. Accusata di essere “l’avvocata degli arabi”, lei figlia di un ebraismo patriarcale e maschilista, di una madre capace di venerare solo il proprio figlio maschio e di un padre pronto presto a convincerla – nella brutale quanto efficace sintesi che riconosce Daniela Dawan, che con Halimi condivide tanto la carriera giuridica quanto i natali d’ebrea nata in Nord Africa – di essere nata «nel genere sbagliato, che ti priva all’istante della libertà e ti impone un intero destino».
Dall’innata ribellione alle prescrizioni di servizio verso i suoi fratelli prima, e all’imposizione di dovere, nel giuramento, all’avvocatura “il rispetto del decoro e della morale”, la giovane studentessa modello salvata dai libri ha presto deciso di fare di sè un’avvocata capace di riorganizzare il mondo, e di distinguere soltanto, tra il giusto e l’ingiusto. Anche quando questo si annida in ciò che dovrebbe somigliarle, come la polizia francese che usa lo stupro come arma di guerra contro la militante indipendentista Djamila Boupacha, di cui Halimi diventa l’avvocata quando lascia Tunisi per Algeri, ancora una volta per lottare, coi suoi strumenti, a fianco di chi combatte per la propria indipendenza.
Lo stupro come atto di ordinario fascismo (locuzione che nelle parole di Halimi trova tutta la sua pregnanza e la necessità di essere usata, esattamente con la forza che possiede) sarà una costante dei processi che faranno di Halimi un riferimento per tutte le donne e non soltanto: sarà lei l’avvocata di una coppia di giovani turiste belghe, aggredite in un campeggio una notte del 1974. Dimostrando – e non è un dato incidentale, considerando che la carta d’identità di Halimi riportava 1927 – una notevole maturità nel prendersi cura di una coppia lesbica in un momento storico non ancora disposto a riconoscere la pluralità di orientamenti e desideri, Halimi farà di questo procedimento un processo: la frase è sua, ed è efficace e necessaria ancora oggi “allo stupro”, portando sul banco degli imputati, oltre ai colpevoli, la pratica stessa, e il sistema che lo protegge, lo favorisce e lo alimenta.
Per questa ragione, invece, sul banco dei testimoni c’è un altro sistema, quello civile e culturale, nutrito soprattutto da intellettuali (scrittori e artisti di Halimi saranno anche amici molto amati, oltre che clienti: dal geniale scrittore Romain Gary all’umorista Guy Bedos).
Halimi sa bene che a loro spetta il compito di cambiare un sistema di pensiero, prescindendo dalla prossimità con la vittima, perché ciò che riguarda una donna coinvolge ciascuno, come membro di una società progredita: «quando le difendevo, sentivo perfettamente come stessi difendendo anche me stessa: esiste una causa delle donne». Non sarebbe bastato quindi vincere il processo, bisognava andare oltre, e così fu: nel 1980, una legge avrebbe riformulato la definizione di stupro, includendovi tutte le aggressioni sessuali, compresi quelli prima considerati “attacchi al pudore”.
Come ben sanno oggi i femminismi, le parole agiscono sulla realtà. Lo sapeva bene anche Simone De Beauvoir, amica e alleata di Halimi – che le doveva un’intima devozione legata all’aver imparato il femminismo attraverso Il secondo sesso, nonché un legame politico e ideale durato tutta la vita. Nella conversazione Halimi ne parla con affetto e gratitudine, senza tuttavia nascondere la propria distanza dall’approccio tutto analitico (l’avvocata dice “da entomologa”) della filosofa parigina. Che pure fu al suo fianco anche in un’altra delle esperienze cardine che – insieme alla sua associazione Choisir des femmes – hanno consegnato Halimi alla storia del movimento femminista. Il manifesto delle 343 donne che ammettevano di aver abortito, cioè trasgredito la legge, perchè alle donne fosse riconosciuto finalmente il diritto a un aborto sicuro. In cima alla lista, con la stessa De Beauvoir, e grandi nomi della cultura francese, c’era Catherine Deneuve, a proteggere il diritto di centinaia di anonime donne comuni a non morire sotto i ferri delle mammane, annullando il divario classista per cui alle donne ricche l’aborto era sempre stato garantito in qualche prestigiosa clinica.
Ancora una volta, non era importante aver attraversato davvero quell’esperienza, come accaduto alla stessa Halimi, ma esporre il proprio corpo come strumento politico, per farsi carico (come non tutte ebbero il coraggio di fare) di un cambiamento culturale passato attraverso una vicenda esemplare. In questo caso, quella di Marie-Claude Chevalier, rimasta incinta a seguito di una violenza e portata davanti alla corte di Bobigny, nel 1972, per aver abortito, e poi di sua madre, Michelle, a sua volta indagata per averla aiutata.
Mentre il mondo maschilista, fuori dall’aula puntava il dito a suon di volgari sghignazzi, riassumibili in un titolo di Charlie Hebdo “Chi ha messo incinte le 343 troie del manifesto sull’aborto?”, il mondo cambiava ancora anche grazie ad Halimi e a chi come Choisir, si metteva a fianco delle donne portando alla sbarra non più le vittime ma, tramite loro, leggi abiette. Non abbastanza, tuttavia, da essere pronto ad accettare in politica una femminista indipendente: scegliendo di deporre la tonaca per mirare agli scranni del Parlamento, ancora una volta non disposta ad allinearsi a nessuno, Halimi si trova sconfitta due volte, attaccata dal sessismo dei conservatori e, anche quando vince e acquisisce lo status di deputata, a suon di mellifluo paternalismo dagli uomini progressisti, disposti ad ascoltarla fino a che non riuscivano, nel momento delle decisioni, a ridurla al silenzio. Senza mai riuscirci, per fortuna, del tutto, se è vero che anche oggi, anche da pagine come queste, si sente ancora con tutta la forza la voce di una donna che ha fatto proprie le parole di Renè Char: «chi viene al mondo per non turbare, non merita né attenzione né pazienza».
Turba ancora, l’avvocata Halimi (sui suoi documenti, la designazione era rigorosamente al femminile) e consegna alle donne di domani un’eredità che tocca alcuni punti essenziali. Complicità e sorellanza sì, ma per combattere la «propaganda veicolata dai miti, dai riti, dai grandi classici della letteratura e del cinema», che ancora legittimano un potere, un genio, maschile. E spingere invece le donne a diventare prioritarie per sè stesse, ad acquisire prima di tutto l’indipendenza economica.
Ma anche liberare gli uomini dalla gabbia della virilità pretesa. Un passaggio di testimone che guarda al futuro e a confini sempre più larghi: «non si farà l’Europa senza le donne, ma dal futuro delle donne può dipendere quello dell’Europa». Dalla sua storia, anche così, emerge la voce di una donna che la società, se non l’ha cambiata, l’ha saputa immaginare nuova. Individuando con straordinaria lucidità gli strumenti per raggiungerla, che passano soprattutto per una nuova empatia per i marginali, acquisita con gli occhi di chi, marginale, nei secoli, è stata costretta ad esserlo, come le donne. A patto però di continuare il cammino. Perchè «le lotte sono una dinamica, se ci si ferma, crollano», ma per essere parte della nuova conquista bisogna, innanzitutto continuare a muoversi. Perchè femministe si diventa.
Annick Cojean, Una Feroce libertà, (traduzione di Lamberto Santuccio) FVE Editori 2024
Chiara Palumbo
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