Empatia, identificazione, paura dell’abbandono, ricerca dell’amore e nel riconoscimento. Il gruppo di lettura della Sil ha letto “Génie la Matta” di Ines Cagnati: la protagonista rivendica col suo mutismo quella maternità non legale, seppure impostale con brutalità e che lei poi impone alla vista del mondo
Di Mariella De Santis
Per quelle strane combinazioni del caso, l’ultimo libro del circolo di lettura on line de Le Letturate, è stato Génie la matta di Inès Cagnati che a me pare aver racchiuso tutti i temi attraversati da questa cavalcata a dorso della scrittura delle autrici novecentesche scelte dal gruppo. Dolore, paura, vergogna, marginalità, follia, malvagità e salvezza. Temi universali della letteratura, certo, ma da noi contattati nel corpo scritturale di autrici che hanno testimoniato una connessione radicale tra invenzione, narrazione e in qualche modo autobiografia intesa non come memorialistica ma attraversamento delle esperienze per il tramite di restituzioni delle esistenze.
Génie la matta narra la vicenda di una giovane donna ai margini del suo contesto di vita, ragazza madre a causa di uno stupro e per questo vituperata, lavoratrice agricola senza paga e garanzie se non una misera sopravvivenza per sé e la figlia Marie, che da giovane adolescente verrà violentata dall’uomo che non sa essere suo padre. Leggendo partecipiamo sia dell’aridità affettiva con cui Génie alleva sua figlia, sia dell’incessante fiducia nell’amore che la piccola coltiva in un contesto dove sopraffazione, violenza, umiliazione si fanno alfabeto del vivere.
Antonella Bontae seziona la restituzione in lemmi che arbitrariamente ricompongo in ordine alfabetico: Abiti- Alberi- Amore Stupro- Autrice- Felicità- Figure maschili- Matta- Morte- Mutismo- Stile-Violenza, scuotendo ognuno di essi per farne uscire i costrutti sociali che determinano il destino di Génie e di sua figlia Marie. Ravvede eco pirandelliane e un richiamo alla poetica delle maschere. Per lei come altre del gruppo rimangono infisse le frasi ricorrenti delle due donne: “Non ho avuto niente io” (Génie), “Hai me” (Marie) o le uniche prescrizioni che in qualche maniera evocano una idea di protezione: “Dormi ancora un po’” e “Non mangiare troppo in fretta”. Emerge quindi implacato lo iato tra la storia narrata e il sentimento che evoca, come evidenzia Nadia Tarantini. Gli incontrovertibili drammi di cui lei in quanto lettrice è testimone, le fanno sentire vibrante una consonanza empatica ma non il colpo di spada del dolore poiché su tutto avverte la luce dell’amore brillare oltre il buio del dolore, della sfortuna, della crudeltà.
Per Rita Lopez questo libro assurge a simbolo di trasmissione ereditaria. Letto e molte volte regalato, come se attraverso questo gesto si possa riaffermare la vita di una sorellanza che parte dall’autrice sino a raggiungere altri destini da mettere in movimento. Génie rivendica col suo mutismo l’unico spazio che ha potuto reclamare al mondo difendendo quella maternità non legale, seppure impostale con brutalità e che lei poi impone alla vista del mondo.
Molte le emozioni che nomina Pina Mandolfo: empatia, identificazione, paura dell’abbandono, ricerca dell’amore e nel riconoscimento, questi temi si scuciono dalla stoffa del testo e si ritrovano su sé come toppe. Mandolfo esalta un paradosso autoriale che denomina “la leggerezza tragica” grazie al quale si realizza uno spostamento emozionale dalla personaggia alla lettrice. Quello stesso spostamento che fa tenere lontana la piccola figlia dalla protagonista proprio perché ella non si identifichi col destino materno. Come per altre Letturate viene sottolineato il modo in cui il complemento naturale faccia contrasto con la tragedia, accentuandone il senso di straniamento. Un desiderio non vinto dalla povertà, una resistenza poetica e l’indomabilità del bene, del bello che spetterebbe a ognuno sono le quinte su cui poggia la lettura di Maria Pia Lessi. Le isole d’azzurro di cui Pierre racconta a Marie sono lì a testimoniare la custodia del possibile, tutto malgrado. La vita spezza e bisogna imparare a confidare nel tempo ciclico e rituale per apprendere quello che è inevitabile e quindi, aggiungo, indispensabile. Génie coltiva campi, accudisce bestie, bada alle case e il saper fare diviene frontiera di autonomia ancorché sotto la sferza dello sfruttamento ma per Marie combatterà affinché studi e questa è la sorpresa che dona anche a noi lettrici. Maria Pia Lessi trova che nel testo vi sia una lingua per la gioia, una per il dolore, la scrittura cambia all’accadere della soccombenza e forse questa che pare una follia materna è protezione per la salute della figlia, nella potenza del sapere di sé.
La dimensione politica è quella che rileva Elvira Federici e sta nella presa di parola dal margine verso il centro che si costituisce nella narrazione. Il mantenimento dell’ordine è garantito dalla perpetrazione del male. In Licia Ugo si riaffaccia la potenza dell’immedesimazione e la forza palpabile della sventura che incombe su tutto. La comunità è bocca vorace che mentre nutre, fagocita. Forte sente la coesistenza dell’abuso reiterato dal muro del silenzio e dell’aiuto lanciato verso un orizzonte che trova nello studio la terra su cui Génie desidera che poggino salde le gambe della figlia Marie. Pierre, l’amato e perduto fidanzato rappresenta la forza del sogno, la sua persistenza è la persistenza della speranza di una vita diversa. Lucida la lettura di Rosella Caleca che guarda al romanzo dall’estremo interno della relazione madre figlia e la retorica della vita agreste frantumata dallo sfruttamento di Génie. La marginalizzazione è costruzione del diverso in un contesto che non può definirsi comunità quanto, invece, agglomerato. L’entità sociale ha bisogno del capro espiatorio ma la violenza è paradossale tanto da arrivare a distruggerlo in una discesa agli inferi in cui ogni connessione etica è corrosa anzi, corrotta.
Leila Falà ritrova un’affinità emozionale con La parete di Marlene Houshofer- uno dei libri letti nel ciclo di incontri delle Letturate- soprattutto per la qualità sostitutiva che la natura assume al posto di relazioni esiziali. L’affetto verso gli animali contempla la loro perdita e nel giro delle morti che agita il romanzo, le loro sono le più compassionevoli. Forte l’impatto sinestetico per la sollecitazione di tutti i sensi, il richiamo a colori, odori. È un caso che il colore del dolce Pierre sia l’azzurro, come un principe delle fiabe? È forse per questo che il sogno d’amore non si corona? Lui è l’elemento di tepore nel gelo della dimensione narrativa e, forse, non casualmente, è estraneo al contesto di vita di Marie. Leila Falà si sofferma molto sulle relazioni intra-familiari complesse, su tutte quella tra Génie e la propria madre, colei che trasmette lo stigma e si fa esecutrice della condanna. Il maschile o è rozzo e violento o, come nel caso del nonno materno, non riesce che a essere testimone inerte. L’affetto non trova la via. Solo Marie è impregnata di una forza di amore che travalica lutti, umiliazioni, orrori.
Condivido infine l’impatto che il libro ha avuto su me. Per la capacità di toccare l’indicibile a me ha ricordato Triste tigre della Sinno, la linea della crudeltà schiaffeggia ad ogni riga al contempo lasciandoti in freezing, come dopo un trauma. Non a caso la Cagnati usa un espediente scritturale apparentemente solo stilistico, ovvero riporta sulla pagina a sinistra la reiterazione delle ossessive, semanticamente povere sequele di Génie mentre a destra scorre la narrazione ma di fatto questa scelta restituisce la frattura dell’esistenza della protagonista e la produce in noi. Su lei il misero contesto umano in cui vive, incarna la propria crudeltà e relegandola nel nulla, la nega e si assolve. I piedi di Génie… il soffermarsi dell’autrice sulla meticolosa pulizia di questi arti ridotti a spesso strato corneale a me ha turbato. Come se fosse l’unica cosa che lei si potesse permettere di curare di sé. Entrare nelle crepe con un pezzetto di legno, lavarli e andare a letto. Sì c’è ancora qualcosa di cui si può prendere cura, c’è ancora qualche fessura da cui la luce può entrare e per questo diventa ancora più straziante la fine del romanzo. Il male è banale quando normalizzato ma Génie, no, non lo normalizza e quindi alla fine, ad esso soccombe.
Ines Cagnati, Génie la Matta, Adelphi, 2022
Mariella De Santis
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