«Rifiutiamo il nazionalismo, il militarismo, l’accaparramento delle risorse e le gerarchie tra i sessi che questi implicano», spiega Mariella Pasinati che ha curato un volume a più voci (da Boccia a Shiva, Butler, Dioguardi e tante altre) nato dall’esperienza del Presidio permanente per la pace creato nel 2022 a Palermo dall’Udi. Nel testo anche i 55 volantini prodotti per ogni appuntamento del presidio fino al 2024
di Pina Mandolfo
Il testo Corpi e parole di donne per la pace è nato dall’esperienza del Presidio permanente per la pace organizzato dalla Biblioteca delle donne e Centro di consulenza legale UDIPALERMO partito nell’aprile del 2022 in seguito all’inquietudine causata dall’invasione russa in Ucraina. Al presidio si unirono altri gruppi di donne palermitane (Le Rose Bianche, Donne CGIL, Coordinamento Donne ANPI, Emily, Donne Caffè filosofico Bonetti, Fidapa Palermo Felicissima, Il femminile è politico. Governo di lei, Donne no Muos no War, CIF, Le Onde, Arcilesbica e gruppi di studenti).
Da allora ad oggi, sorretto dalla paura e dalla speranza, mai scoraggiato dalle insidie atmosferiche e dal passare del tempo, il presidio non si è mai sciolto. Nel primo anno si è tenuto tutte le settimane, poi dal febbraio 2023 ogni 24 del mese. Il presidio staziona davanti al monumento dei caduti, quello cha a Palermo viene detto “La statua”. Un luogo simbolico dunque, da cui mostrare l’assurdità della guerra e la necessità di espellerla dalla storia umana.
Il corposo e sapiente volume, nato da quella esperienza e curato da Mariella Pasinati, «è stato», come scrive nell’introduzione, «il nostro modo di elaborare un rifiuto sessuato della guerra perché rifiutiamo il nazionalismo, il militarismo, l’accaparramento delle risorse e le gerarchie tra i sessi che questi implicano». Il presidio ha adottato la frase di Bertha von Suttner: “Fuori la guerra dalla storia”, una parola d’ordine fatta propria da tutto il movimento femminista, senza dimenticare l’articolo 11 della Costituzione italiana che recita: «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Il volume è diviso in due parti: nella prima ci propone i contributi di note pensatrici, filosofe e attiviste come Maria Luisa Boccia, Svetlana Aleksievic, Daniela Dioguardi, Judith Butler, Maria Concetta Sala, Agnes Heller, Vandana Shiva, per citarne alcune, che con le loro parole e le loro pratiche hanno dato forma al «rifiuto sessuato della guerra».
Daniela Dioguardi e Anna Marrone, nel loro contributo al testo, ci ricordano come i Costituenti e le Costituenti, alla fine dei massacri della seconda guerra mondiale, scelsero il rigore irremovibile del verbo “Ripudiare” a proposito delle guerre, proprio perché «non ci fossero fraintendimenti». Mentre le e gli studenti, come raccontano ancora Dioguardi e Marrone, a seguito del lavoro fatto dalle promotrici del presidio nelle scuole, durante la manifestazione del 24 febbraio, portarono uno striscione con la scritta: “Per favore non fate più guerre, non vogliamo studiarle più”.
Sulle ingannevoli motivazioni delle guerre Maria Luisa Boccia, nel suo contributo, scrive: «Dalla dottrina della ‘guerra preventiva’ contro l’Iraq di Saddam, alla ‘guerra umanitaria’ in Kosovo, alla guerra ‘per liberare’ le donne dall’oscurantismo dei talebani in Afghanistan, si è sempre fatto ricorso al concetto di ‘guerra giusta’». L’inganno è palese e va’ detto, quindi, senza ombra di dubbio, che le donne, contro l’inganno delle guerre dette giuste, conoscono la verità e rivendicano, pur se inascoltate, il loro essere depositarie degli ideali pacifisti, mentre gli uomini responsabili della barbarie politica, sotterranea o manifesta, la tacciano o la definiscono con altro nome.
Una barbarie che si manifesta in ogni tipo di guerra ed è uno stato di violenza istituzionalizzata in tutte le sue declinazioni. Delle cui ferite ci parla Vandana Shiva, citata nel contributo di Ida La Porta, Emi Monteneri e Agata Schiera. L’attivista e ambientalista indiana evidenzia tre tipi di violenza: «La violenza contro la terra che si esprime come crisi ecologica, la violenza contro le persone», e noi donne ne abbiamo ben prova, «la violenza della guerra per i propri appetiti illimitati». Lo sguardo illuminante di Shiva è lo sguardo di chi osserva, così come ogni donna può e deve fare, i guasti della signoria di un patriarcato avido e di una identità culturale androcentrica. È tempo, forse, come suggerisce Luisa Boccia nel suo contributo al testo, di dare un significato nuovo a parole divenute «gonfie di sangue, parole che sentiamo risuonare costantemente quali nazione, popolo, democrazia, libertà, giustizia … diventate parole omicide».
Nell’impossibilità di riportare qui tutti i ragionamenti che attraversano Corpi e parole di donne per la pace e volendo raccoglierli in un denominatore comune, con una azione audace, li si potrebbe immaginare come una quarta Ghinea a seguito delle note tre di Virginia Woolf. Un modo in cui il desiderio e la nostalgia di pace, la paura e la speranza e ogni possibile alternativa al dilemma della guerra trovano orizzonti possibili nelle ineguagliabili narrazioni delle autrici di questo prezioso e imperdibile scritto. Nella sua singolarità il testo chiama all’appello il corpo femminile come mezzo civile di pace, narra e definisce, o meglio ridefinisce, il potere distruttivo delle guerre in termini nuovi, differenti da quelli imposti al senso comune dalla politica maschile con la complicità di molti strumenti mediatici. Narrando e facendo appello all’impegno e alla forza globale delle donne contro i conflitti, tra le pagine del libro, scorgiamo il disagio e la collera di noi donne verso le tecnologie applicate alle armi, la globalizzazione del capitalismo liberista, l’enorme potere delle aziende che producono strumenti bellici causa di distruzione e morte di donne, bambini e bambine, persone anziane inermi. «Madri, mogli, figlie e sorelle sono l’erba che viene calpestata quando gli elefanti lottano tra loro» per dirlo con la poeta e scrittrice nordamericana Robin Morgan, che cita un proverbio vietnamita nel suo Il demone amante.
La seconda parte di questo corposo testo ci sorprende e, oserei dire, ci attira ancor più con qualcosa che è quasi un dono. Esso ospita i cinquantacinque volantini prodotti per ogni appuntamento del presidio, fino al 24 febbraio 2024. La creatività delle immagini ci conduce attraverso gli avvenimenti che si susseguono nel tempo, le riflessioni sugli scenari vecchi e nuovi delle guerre. Anche di quelle guerre che le donne si trovano a vivere nella loro vita quotidiana.
Ogni figurazione è il racconto nel racconto, la storia nella storia. La loro forza rappresentativa e simbolica incide nella fantasia dell’osservatore e dell’osservatrice attenti, fornisce un’anima alla parola, una sottile energia ai sentimenti. Ogni immagine è un gioco di libertà, un orizzonte del desiderio, della paura se non della speranza. Quella speranza che ci sorprende per la delusione del centinaio di guerre che oggi affliggono il nostro mondo.
Corpi e parole di donne per la pace è sicuramente un libro politico che contiene anche un significativo proposito pedagogico. Cosa possiamo dire? Ogni politica è lotta per il potere, lotta in cui la violenza è la forma suprema di quel potere che in tutte le culture le donne non hanno condiviso ma hanno patito. Bisognerà ancora scavare nel pluralismo e nella forza della politica femminista, oltre il muro della politica maschile, e da lì attingere con nuovo coraggio intellettuale. L’esperienza straordinaria del presidio di Palermo lo chiede a gran voce esortandoci a fare ciò che è necessario contro la morte e per la vita del pianeta. Che ogni nostro gesto, parola, pensiero porti alla luce e si rivolga contro lo stato di violenza istituzionalizzata, divenuta quasi invisibile, in cui viviamo e che la musica, la moda, i media e ogni altro conduttore del senso comune alimentano. L’offesa della democrazia in cui oggi siamo immerse è un’arma letale vivente sulla quale ci si sta adagiando senza osare dire No. Il No delle donne della loro passata e agita radicalità, che richiama uguaglianza e differenza. Non quello di una piccola minoranza oppressa che richiede diritti ma la metà del genere umano che detiene la chiave di comprensione della cultura e della vita. Una chiave potente che le conferisce il diritto di prendere in mano il mondo prima che esso sprofondi nella barbarie.
Mariella Pasinati, Corpi e parole di donne per la pace. L’esperienza del Presidio di Palermo, Navarra editore, 2025
Pina Mandolfo
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