La depressione è come le briciole nel letto

Amanda Rosso, 8 novembre 2023

«Questo libro è per persone tristi con il senso dell’umorismo che qualche volta hanno sentito che il cervello le abbandonava, gli sfuggiva dalle mani, quelle mani che sono le uniche parti del corpo puramente realiste con cui afferriamo cose sensibili e abbracciamo, abbracciamo tanto.» Così descrive “Farmaco” la sua autrice, la scrittrice maiorchina Almudena Sánchez

di Amanda Rosso

Capita di sentire un libro. Di riconoscerne la copertina, l’esergo, il font, come esercizi di sopravvivenza di una vita passata, messaggeri di un ricordo o una sensazione che nuotano impervi nelle pozzanghere della memoria. Già dalle prime righe di Farmaco, il memoir della giornalista e scrittrice Almudena Sánchez, ho percepito il silenzio e la colpa, la fatica e l’abulia di un’esperienza rituale, tramandata dal dolore di una alla pena di un’altra. La sofferenza psichica e la malattia come linguaggio ed esperienza comune.

Sánchez che è, e a suo dire sarà sempre, una scrittrice esordiente, scrive dentro la depressione. Scrive della depressione e della scrittura, ma soprattutto dell’impossibilità di scrivere. Scrive della depressione con un intento letterario cercando «di metterci più letteratura che morbosità, più letteratura che tecnicismi, più letteratura che qualsiasi cosa diversa dalla letteratura» affinché la sua depressione «sia tanto letteraria quanto lo è stata la mia vita da quando ho cominciato a leggere».

Se la letteratura può e deve interrogare la depressione, la depressione deve interrogare la letteratura, per forgiare un linguaggio che possa scandagliarla al di là delle metafore: «per quanto tempo ancora continueremo a dibattere, ad affibbiare nomignoli alla tanto temuta tristezza persistente? Perché non troviamo un appellativo fisso e immutabile per questo male?»

In Farmaco, edito da Alessandro Polidoro Editore con la traduzione di Marta Rota Núñez, la scrittrice maiorchina scandaglia le fessure della sua malattia intersecando riflessioni sulla sua origine: «Da quando mi hanno diagnosticato una “depressione maggiore endogena” il tempo si è fermato: sento una tensione da assenza di futuro», le implicazioni genetiche e ambientali di un male ancora sussurrato, e costruisce la genealogia della sua malattia nel liquido amniotico dell’esperienza unica e condivisa, genetica ed esperienziale.

A colpirmi è stata la nostalgia. Quella per «una scrittura che prima sgorgava da me con semplicità. Di quando ero una scrittrice contenta di esserlo», l’essere risucchiata nel vuoto di una passione vitale ed essenziale, sentirla scomparire a poco a poco assieme all’appetito, alle energie e il desiderio di vivere: «È atroce perdere la voglia, è senz’altro la cosa più letale che mi sia successa. Per diversi mesi ho pensato che mai più – lo giuro solennemente –, mai e poi mai, sarei tornata a scrivere».

Ma Sánchez prende gli psicofarmaci e scrive, si trova a smerigliare la depressione, «Se cerco su Internet la parola depressione, tutto è depressione. È una parola piena, milleusi, la tristezza è passeggera, basta un bacio e se ne va. Si impiega con scioltezza», a grattarne via la patina confusa da decenni di abuso. Vuole trovare l’essenza di una malattia riconoscibile eppure austera, vigliacca, la «più grande, invisibile, inaspettata, distruttiva, egoista, insana, paranoica, squallida, lurida e tendenziosa che abbia mai avuto» e farlo con un linguaggio pirotecnico ma preciso, evocativo ma puntuale, «perché non sembri metaforico», un fenomeno dai nomi multiformi e la natura sibillina: «La depressione è stata diagnosticata con questi nomi: aurea funerea, bile nera, fiume nero, inerzia invincibile, isola desolata, frattura cerebrale davanti a un mondo incoerente, sequele catastrofi che dell’amore, malattia metafisica causata dal crepuscolo, nuvolosità di umori neri, atroce spreco di energia emotiva, estremo disgusto, oscura luce saturnina, solennità semifunebre, esplosione di nerume nell’anima, peso terribile per eccesso di coscienza.»

E lo fa a partire dall’infanzia, «subacquea» e «putrefatta», l’adolescenza come «montagna scoscesa» e «vetta in fiamme», l’educazione sentimentale «basata su poche righe: Sii bella e ingoia tutti i rospi del mondo. Non lasciarti andare, fatti carina, non abbatterti, e se qualcuno vuole abbatterti, asfaltalo con la dovuta delicatezza. Non dire di sì né di no, piuttosto lascia le cose in standby, e se qualcuno esige una risposta digli che tu badi ai fatti tuoi e non a quelli degli altri», una caviglia intrappolata nel telaio della bicicletta, la crudeltà dei compagni di classe, la non appartenenza a Maiorca, alla lingua catalana, la madre che «non c’è mai e allo stesso tempo c’è sempre», che per lei è «un’ascia di realtà», i genitori che non le «hanno mai dato consigli sulla paura, l’inadeguatezza, lo shock o la brutalità mentale. Ne avrei avuto tanto bisogno». E poi una nonna che non ha mai conosciuto, la cui malinconia dialoga in silenzio con la sua depressione: «Davvero ho un patrimonio genetico impossibile da controllare? Il mio psichiatra mi ha parlato molto seriamente di questo aspetto: dell’endogeno. Di come la mia depressione fosse inevitabile e di come non dovessi farmene una colpa, di non farmene una colpa, di fargli il favore di non farmene una colpa. E ho iniziato a pensare a mia nonna. A una nonna che non ho conosciuto.

A una nonna che ho avuto e che non è stata felice».

Il corpo si pone con violenza al centro della narrazione. Il dolore sboccia dalla cicatrice a forma di falce sul tallone e la attraversa con punture, graffi, bruxismo, unghie rosicchiate, pellicine strappate, e le cicatrici a forma di morso di lucertola attorno all’ombelico, risultato di un cancro precoce alle ovaie che le divide il corpo in due: «Ciò che non sapevo era che una cicatrice mi avrebbe tagliata a metà. Non ero pronta per quella divisione.

Sono Almudena, quella sopra la cicatrice: un sisma.

E Almudena, quella sotto, ritmo e gambe: una marcia militare.»

Sánchez impugna il bisturi della narrazione per rimuovere i tessuti infetti della vergogna che da sempre l’accompagna e raccontare della sua depressione ogni inedia urticante, perché «dentro siamo solo dei frigoriferi che cercano di non far marcire nulla». Rifiuta la narrazione estetizzante della depressione e della sofferenza psichica delle donne, la pacificazione di spirito che hanno subito poete come Sylvia Plath e Anne Sexton, ma anche il silenzio inorridito che cela le violenze subite dalle donne psichiatrizzate. Non ha mai la pretesa di universalità di un manuale di auto-aiuto o di un saggio, ma rivendica il carattere squisitamente individuale della sua relazione con la malattia: «Vivere con una depressione è come vivere con un morto sulle spalle. Parlare con lui. Farsi la doccia con lui. Una mattina sono entrata nella doccia ed ero quasi riuscita a lavarmi per intero, ma poi è arrivata una forza sovrumana che non mi ha lasciato sciacquare i capelli.»

Descrive minuziosa ogni passo a due con la morte – che non si manifesta nella fragile e donna angelicata che si consuma all’ombra di un baldacchino, il pulviscolo che le accarezza gli arti flessuosi e pallidi, ma nelle fluttuazioni del peso, nel sapore metallico del cibo che ha la consistenza del marmo, la voglia di melone in inverno e la reazione tattile alla stoffa del divano. La morte che si traveste da macchine rosse su una via chiamata Ofelia X e ha le fattezze di un agente immobiliare in maniche di camicia.

«Non – vedo – altro – che – miseria.

Sono stata colpita dal lamento della morte.

La depressione è il lamento della morte».

Non c’è nulla di melancolico e attraente nella depressione: «Volevo sparire da questo mondo pieno di cose da fare, tutte così faticose». Se la depressione di Sánchez sgorga da dentro, è nella frizione con il mondo esterno che l’autrice deve confrontarsi quotidianamente: una crisi economica che va avanti dal 2008, l’incompatibilità delle aspettative degli altri con il suo desiderio di diventare scrittrice, prospettive frammentarie e inconsistenti, il paesaggio in continua mutazione, angosce esistenziali e lo stuolo di farmacisti che le chiedono costantemente di giustificare le sue prescrizioni mediche: «Ha provato la passiflora, signorina? Se ha un paio di giornate storte, vedrà che la rilassa, è tutta suggestione.

O lo yoga! Il reiki, la meditazione di gruppo.

Come convincere l’intera umanità che non sono un paio di giornate storte. Che non sono giornate: sono infinità».

A una donna giovane e bella non si confanno gli psicofarmaci, si sa.

La letteratura è finemente intrecciata all’esistenza, l’esistenza alla depressione, e la letteratura sulla e durante la depressione si inanella allo zapping selvaggio e le tende tirate. Almudena Sánchez chiama in soccorso le parole di Joy Williams, Clarice Lispector, Djuna Barnes, William Styron, Cervantes, Márquez, Virginia Woolf e il suo saggio Sulla malattia («difende noi, malati depressivi. Era ora che la fragilità venisse alla ribalta»), e la madre di lei Julia Stephen l’eccellente infermiera con «velleità narrative» che «crebbe circondata dagli scrittori e i filosofi che frequentavano casa sua», era «ossessionata dalle briciole di pane che si intrufolavano nei letti dei malati» e cospargono di senso anche l’idea di depressione di Sánchez: «Le briciole di pane: sorelle della depressione. Julia Stephen menziona, scopre, un male appena visibile, ma che contiene una verità: l’invasione delle briciole tra le lenzuola pulite. La depressione è formata da quelle briciole di pane (pensieri infornati, farina cosparsa, lievito madre fiammeggiante) che bruciano, si appiccicano, si moltiplicano, risbucano sempre e provocano un pianto intermittente.»

Forse, se della depressione si può fare letteratura, si può scrivere e leggere e creare stradari di sopravvivenza, dalla depressione si può riemergere. Con fragili falangi aggrappate alla carta stampata e altre a una bambina di quattro anni a cui badare («È prodigioso come un’infanzia guasta possa curarsi attraverso un’altra infanzia felice»), al divano dello psichiatra – il Dr. Magnus che le ha riempito il “cervello avvizzito” «di oceani, buganvillee, vulcani, rondini, protozoi» per renderlo “chimicamente abitabile” – l’autrice trova ristoro nella diagnosi, che riconosce finalmente la sua malattia.

Un faticoso e fulmineo paragrafo dopo l’altro, con uno stile vertiginoso e stroboscopico che combina il passato e il presente, trauma e letteratura, e una scrittura sensoriale e immaginifica, concreta e visionaria, Almudena Sánchez comincia a riscoprirsi: «Riesco a mangiare e percepisco sul palato dei sapori sostanziosi, croccanti, inauditi. Nutrirmi mi sembra un miracolo. Mi godo una birra in un bar. Scrivo, cancello, sorrido. Riconosco la mia debolezza e mi stupisce quanto possa essere torrenziale la tristezza. Un’allerta meteo.

Quando arriva, rade al suolo.»

A discapito del titolo lapidario, Farmaco non è un’ode al potere taumaturgico degli antidepressivi, ma un racconto allo stesso tempo intimista e politico della depressione. Sánchez raccoglie l’eredità chimica della terapia farmacologica per riconnettersi con l’esperienza mediata della malattia, e attraverso un sé allo stesso tempo nuovo e familiare, si riappropria di una voce e di un corpo, traballati, insicuri ma necessari: «Ho scritto Farmaco perché non riuscivo a pensare a nulla che non fosse morire». Ma scrivere, come riemergere, può solo avvenire «dalle catacombe più putride, dal nucleo della Terra. E così, più che scrivere, quel che facevo era scavare. […] Anni dopo sarebbero arrivati il profumo e la stilografica».

Alla battaglia l’autrice contrappone la vulnerabilità: «Chi è stato ad assegnare uno status così elevato alla forza d’animo? Non voglio più metafore sulla boxe, combattenti sul ring e steroidi sottovuoto. Facciamola finita con i signori in divisa militare. Basta lottare fino alla morte. Voto per la morbidezza della lana di pecora e per l’Orsetto Coccolino», e il diritto di reclamarla per sé e per tutti e tutte, non solo le persone depresse.

“La depressione non è la sola cosa che ti perseguita tutto il tempo: lo fa anche la vita. È questa la grande fortuna. Nella mia catarsi artigianal-vasaia mi sento sospesa tra le due cose. Vita e morte accanto a me, e io che reggo il moccolo. A volte propendo più da una parte o dall’altra, a seconda del giorno, dell’efficacia delle medicine, delle condizioni del mondo”.

Almudena Sánchez, Farmaco, Alessandro Polidoro Editore, la traduzione di Marta Rota Núñez. 2023

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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