INTERVISTA Nude in scena. E separatiste

Cristiana Di San Marzano, 10 gennaio 2023

Sala vietata agli uomini. Il titolo è “Svelarsi”, drammaturgia e regia di Silvia Gallerano, che abbiamo intervistato. Sulla scena si va a capitoli: “La parte del mio corpo che odio di più”, “Mi sento invasa”… Le attrici scendono fra le spettatrici, non vedi più i loro corpi nudi, prevale il bisogno di condividere, di esprimersi. Happening, laboratorio, esperienza intensissima

Di Cristiana Di San Marzano

Otto donne in scena, nude. Più un’altra, la regista, anche lei in scena, anche lei senza abiti. Sala vietata agli uomini, pubblico solo femminile. Il titolo è Svelarsi, drammaturgia e regia di Silvia Gallerano. Happening, laboratorio, esperienza collettiva, una chiamata, un incontro fra anime e corpi diversi, una visione, sicuramente qualcosa che va al di là dello spettacolo scenico. Sono andata a vederlo al teatro Carcano, a Milano, qualche tempo fa. Ero perplessa ma incuriosita. Forse un po’ diffidente, a noi che ci definiamo femministe d’annata la “scoperta del corpo” sembra roba del secolo scorso. Reduci da letture anni Settanta come il classico “Noi e il nostro corpo”, quasi difendiamo il diritto primogenito a parlarne.
In attesa che si aprano le porte il foyer è affollato, tante coetanee terza età ma anche moltissime ragazze. Sul palco le attrici in vestaglia e intimo ci aspettano sul palco chiacchierando. È la regista che ci accoglie e ci invita a prendere posto.
La serata si articola in una serie di cartelli/capitoli e già leggendo il primo capisci quello che andremo a vedere, o meglio a dirci fra noi, attrici e pubblico: “La parte del mio corpo che odio di più”. Sul palco le attrici si spogliano, mostrano, raccontano, e come in uno specchio riflettono lo sguardo di ogni spettatrice, perché mettere a nudo pezzi della propria carne è esercizio doloroso ma che va fatto. Meglio se tutte insieme.
Maneggiare l’immagine di sé stesse richiede coraggio e soprattutto tanta tantissima ironia, che esplode quando appare il cartello: “Mi metto in posa”. Testimonianza di una società che giustifica la sua esistenza solo per essere guardata, solo per postare un bel selfie solitario o di gruppo. Meglio riderci sopra. Come si ride per non piangere delle solite frasi fatte delle mamme, banali sempre e comunque, “te lo avevo detto”, “chi l’avrebbe detto che proprio mia figlia”. Ma è quando si passa al cartello “mi sento invasa” che lo spettacolo – o evento? – cresce e raggiunge come un’onda gigantesca il pubblico. Sentirsi invasa dai consigli non richiesti, dal produci consuma produci, dai mezzi pubblici la notte quando ci sono solo maschi a bordo. E poi ci vuole poco a sentirsi invase dal senso di colpa, che qualcuna delle attrici dice essere il sesto senso delle donne. E difatti la platea risponde. Le attrici scendono fra le spettatrici, non vedi più i loro corpi nudi, prevale il bisogno di esserci, di condividere, di esprimersi. Ed è una rincorsa a chi sputa il rospo: i sensi di colpa sono tanti, immensi, banali e assurdi, sicuramente i compagni di viaggio preferiti delle donne. C’è persino chi alza la mano per confessare che lei si sente in colpa perché pensa di non averne.
Un momento di autocoscienza collettivo, qualcosa che ti rimanda a pratiche passate, dimenticate, forse perdute. «La mia generazione si è formata negli anni Novanta – spiega Silvia Gallerano, autrice e regista di “Svelarsi”- Siamo cresciute nei centri sociali, occupavamo gli spazi, creavamo collettivi per stare fra noi. Eravamo le sorelle minori del femminismo dei Settanta. E siamo ancora qui».

Silvia, ha senso parlare di autocoscienza e di separatismo ancora oggi?
Avere fatto quella esperienza crea l’illusione che rimanga l’effetto, invece sono le pratiche che cambiano le persone, e bisogna continuare a farle. In noi per esempio c’è il desiderio di fare lo spettacolo, ma c’è anche il desiderio di ricreare l’assemblea femminista. Lavorando con queste ragazze, tutte più giovani di me, ho visto che a loro manca un momento di separatismo. Viviamo una vita dove ognuna è chiusa nel suo viaggio di successo o di sopravvivenza, c’è il bisogno di complicità fra pari.

Come è nato Svelarsi?
Facevo dei laboratori per sole donne sulla nudità a partire da “La Merda”, lo spettacolo che da dieci anni porto in tutto il mondo. Volevamo riflettere sull’autoumiliazione, quella che infliggiamo al nostro corpo per corrispondere a un modello che ci è imposto dall’esterno. Nel 2018 ho proposto di creare una continuità, e nel tempo abbiamo cominciato a creare tutte insieme la scrittura scenica. C’è stata una prima apertura, ognuna di noi ha invitato due amiche, e quello che ci rimandavano le persone in sala ci ha molto colpite. Da lì abbiamo pensato che potesse diventare spettacolo, ma sempre qualcosa di aperto, con un percorso di viaggio riconoscibile. E dentro di me è maturata la drammaturgia, il montaggio, cosa salvare, cosa recuperare, come mettere tutto insieme.

Chi sono le componenti del gruppo, le ragazze che vediamo sul palco?
Alcune avevano appena finito scuole di teatro, altre erano attrici che avevano cambiato lavoro. Ci sono stati passaggi di vita nella nostra storia, chi ha scoperto nuovi percorsi di lavoro, persino chi ha lasciato perché è diventata insegnante.

Il finale dello spettacolo è un ballo sfrenato, un sabba di baccanti, un inno ai corpi così come sono. Nudi.
È un momento di festa, spontaneo. In genere la nudità viene immediatamente accostata all’erotismo, ma è la nostra pelle, quello che siamo. È ovvio che c’è un modello al quale è impossibile corrispondere perché è finto, ma purtroppo ci viene insegnato a non essere mai contente del nostro corpo. Eppure quando è nuda ognuna di noi è bellissima.

INFO. Svelarsi finora ha potuto andare in scena perché ha usufruito di un bando della regione Lazio. Poche repliche, Roma, Milano, di nuovo Roma. Poi chissà. Ma proprio perché è uno spettacolo aperto continuerà il suo percorso e troverà nuove sale.
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Cristiana di San Marzano

Cristiana di San Marzano ha lavorato per anni al settimanale A, prima Anna e prima ancora Annabella, dove è stata caporedattore e inviata. Ha iniziato il suo lavoro di giornalista come cronista al quotidiano Alto Adige. Nel tempo ha collaborato con Rai Radio 3, Rai 3 e Rai 2, Tuttolibri de La Stampa, settimanale Oggi, mensile Aspenia. Collabora con il sito State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche. Da sempre si è occupata della condizione femminile e fa parte del gruppo di giornaliste-scrittrici Controparola. E’ una delle autrici di Piccole italiane, Il Novecento delle italiane, Amorosi Assassini, Donne della Grande guerra, Donne della Repubblica, Donne nel Sessantotto. Sua la prefazione al libro La storia del flirt. Nel 2007 ha ricevuto il “Premio giornalistico Città di Milano alla memoria di Maria Grazia Cutuli” per un reportage sul turismo sessuale in Brasile. Nata in Liguria, a Rapallo, ha vissuto a lungo a Roma e ora vive a Milano. Ha una figlia ed è nonna.

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