Disobbediente e disarmata

Cristiana di San Marzano, 07 luglio 2020

Il ’68, gli anni Settanta e due amiche: una sceglie la clandestinità e la lotta armata. La storia di una generazione di ribelli narrata da Silvana Mazzocchi.

di Cristiana di San Marzano

 

Già il titolo, Come in un labirinto di specchi, è un’indicazione. Perdersi, ritrovarsi, guardarsi, riconoscersi. Il nuovo libro di Silvana Mazzocchi è la ricerca di un filo perduto e prima mai cercato, quel filo che ha unito e che ha diviso. Un viaggio nel passato per ricostruire la storia di un’amicizia, una storia di smarrimento individuale ma anche una storia collettiva politica e sociale. Ognuno deve essere lo storico di sé stesso faceva dire Godard al suo protagonista in Due o tre cose che so di lei e Mazzocchi dà corpo letterario a questo che non è un banale enunciato: la sua protagonista certo è stata parte delle vicende degli anni che ha vissuto, ma è lei stessa che si è costruita la propria storia personale, e solo lei può riconoscerla e giudicarla.

Gli anni risalgono al Sessantotto e ai primi Settanta, anni di forti ribellioni, di battaglie sacrosante ma anche di scelte radicali, in alcuni casi finite tragicamente.

Luisa e Emma sono studentesse di terza liceo, a Roma, è la loro prima manifestazione. Davanti all’ambasciata americana, in via Veneto, i celerini caricano, le ragazze scappano e fingendosi passanti impaurite trovano rifugio in un albergo. Una è in pantaloni, l’altra sotto l’impermeabile indossa un tailleur di cachemire. E subito capiamo che pur essendo legate da una profonda amicizia, pur provenendo entrambe dallo stesso ambiente della buona borghesia, hanno un atteggiamento nei confronti della “rivoluzione” differente: “Dovevo mettermi l’eskimo?” dice Luisa: “Lo sai che non mi piace mascherarmi da quella che non sono”.

Nel secondo capitolo del libro troviamo Luisa, una cinquantina d’anni dopo, in una casa di campagna in Ciociaria. Morta la madre, tocca vuotare gli armadi, buttare vestiti, scartare o scegliere i mobili. Con sua madre Luisa non aveva mai avuto un buon rapporto, era una donna rimproverante e anaffettiva, che mai aveva nascosto la preferenza nei confronti del figlio maschio. Luisa vuole fare in fretta, tornare presto a Berlino, dove dirige la propria casa editrice e c’è un compagno affettuoso e protettivo che l’aspetta. Dal fondo di una cassapanca spunta una vecchia cartella di pelle, foto, carte varie. E una lettera indirizzata proprio a lei. È datata 1994, ma nessuno mai gliela aveva consegnata.

La lettera è di Emma e alla sola vista della sua scrittura Luisa ripiomba in un passato che non ha mai voluto indagare, preferendo lasciarselo alle spalle. Quel passato che nell’incipit del libro le fa dire: “Ho 65 anni e ancora non so se sono una vigliacca o soltanto una donna responsabile… è come se in me ci fossero due donne. Da sempre. So che solo cancellandone una, sarò realmente libera e, giorno dopo giorno, tiro avanti con le mie due anime. Da quasi mezzo secolo”.

Il libro in un alternarsi di flash back si focalizza sui primi anni Settanta, quando appunto Luisa si ritrova a giostrarsi fra queste due anime, in bilico su un pericoloso crinale. Lo spontaneismo del Sessantotto ormai è un ricordo, e se al nord la classe operaia si impegna in prima linea, a Roma la situazione è trionfa il velleitarismo, il movimento studentesco si è dissolto e piccoli gruppetti si organizzano autonomamente per “lottare per la rivoluzione”.  Troviamo Luisa ed Emma che hanno rotto i ponti con la famiglia e se ne sono andate da casa. Un classico per le ragazze di allora, assetate di indipendenza, spinte dalla voglia di totale autosufficienza. Sono gli anni di amori facili, liberi, di grandi discussioni in pizzeria. Gruppettare, extraparlamentari, così potremmo definire le due amiche. Approdano anche in una comune, una piccola cerchia di amici che sostituisce la famiglia. Gente che va e gente che viene, ma anche consegne illegali, una cassetta di armi per esempio, lasciata in deposito e nascosta sotto i vestiti.

Nella capitale arrivano gli echi delle prime azioni delle Brigate Rosse, non condannate subito da quella cosiddetta “zona grigia” composta da intellettuali, artisti, progressisti vari che si paludavano dietro a slogan come “né con lo stato né con le BR”: “sono solo compagni che sbagliano”. Sono gli anni in cui tanti ragazzi hanno compiuto scelte tragiche, che hanno lasciato scie di sangue incancellabili. Emma e Luisa da sempre sanno che possono contare l’una per l’altra, ma il loro patto di amicizia viene messo alla prova quando Emma imbocca la strada dell’illegalità. Luisa non la segue, è riuscita a laurearsi, lavora in una casa editrice e proprio il lavoro in qualche modo la tiene ancorata alla realtà. Resta però in una zona ambigua, non vuole tradire gli ideali, la passione politica, l’amica. E quindi se ne sta ai margini senza condannare. Anzi, quando occorre, offre il suo aiuto a Emma per espatriare.

Le strade delle due ragazze ormai sono completamente separate, c’è però quella lettera che arriva nelle mani di Luisa molti anni dopo. Che fine ha fatto Emma? Perché l’ha cercata? Solo ripercorrendo la loro storia comune troverà la forza per aprirla, per sapere. E anche per fare pace con se stessa.

Silvana Mazzocchi con Come in un labirinto di specchi ha avuto il coraggio di accendere i riflettori su un periodo della nostra storia ancora poco esplorato. Volevano cambiare il mondo quei giovani, erano ancora pieni di illusioni, è tempo di raccontare le loro scelte, anche quelle estreme ed eversive. Ed è interessante che quel periodo sia visto attraverso gli occhi di una donna. Nell’epigrafe al libro l’autrice ha voluto una citazione di Sofocle, tratta da Antigone: “Prendi tua figlia e insegnale lo splendore della disobbedienza. È rischioso, ma lo è di più non farlo mai”. E infatti Luisa si salva dal richiamo della lotta armata ragionando di testa propria, non uniformandosi, esattamente come anni prima si era ribellata alla famiglia che l’avrebbe voluta figlia silenziosa e ubbidiente. Che è un po’ la storia di tante donne di quella generazione, quelle che hanno avuto il coraggio di abiurare la religione del dover essere imposto dai tradizionali canoni familiari. Non a caso negli anni Settanta è esploso il movimento femminista.

 

Silvana Mazzocchi, Come in un labirinto di specchi, Iacobelli 2020.

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Cristiana di San Marzano

Cristiana di San Marzano ha lavorato per anni al settimanale A, prima Anna e prima ancora Annabella, dove è stata caporedattore e inviata. Ha iniziato il suo lavoro di giornalista come cronista al quotidiano Alto Adige. Nel tempo ha collaborato con Rai Radio 3, Rai 3 e Rai 2, Tuttolibri de La Stampa, settimanale Oggi, mensile Aspenia. Collabora con il sito State of Mind, il giornale delle scienze psicologiche. Da sempre si è occupata della condizione femminile e fa parte del gruppo di giornaliste-scrittrici Controparola. E’ una delle autrici di Piccole italiane, Il Novecento delle italiane, Amorosi Assassini, Donne della Grande guerra, Donne della Repubblica, Donne nel Sessantotto. Sua la prefazione al libro La storia del flirt. Nel 2007 ha ricevuto il “Premio giornalistico Città di Milano alla memoria di Maria Grazia Cutuli” per un reportage sul turismo sessuale in Brasile. Nata in Liguria, a Rapallo, ha vissuto a lungo a Roma e ora vive a Milano. Ha una figlia ed è nonna.

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