Lo scandalo del corpo modificato

Giulia Caminito, 5 luglio 2020

Ho visto i poster di Cheap festival alcuni anni fa a Bologna e ogni volta che ci sono tornata li ho cercati nella città. Il loro lavoro sull’illustrazione, sulla fotografia, sullo slogan è potente, sottrae spazi ai faccioni delle propagande politiche e alle locandine delle feste, per portare dei percorsi di immagini e di denuncia e di presenza che coinvolgano la collettività in quanto passante. Passare nella città e attraversarla dopo la quarantena non è più un’idea così ovvia, comune.

Essere passanti è un diritto, ma può diventare un divieto, quello delle zone interdette, delle aree a rischio, delle chiusure. L’arte che va in strada è per i passanti e le passanti, dichiara a loro un messaggio, pone a loro interrogativi, fa a loro richiesta di attenzione e di pausa nel passaggio. Arte di strada che con i suoi murales giganteschi ha portato sui muri e fuori dai musei molta espressione artistica e anche il sodalizio a volte tra arte e militanza, arte e città, arte e cultura dal basso. Ovviamente la moda ha tentato l’arrembaggio, proprio a Bologna, a Palazzo Pepoli, qualche anno fa si tenne una mostra di street art molto contestata, perché cos’è l’arte di strada se la metti in un museo? Ha bisogno l’arte di strada del pubblico selezionato del museo oppure no? L’arte di strada è di tutti e tutte?

Alla polemica partecipò lo street artist Blu che decise di cancellare i suoi murales a Bologna (e anche in altre città) per protesta contro la mostra e perché la sua arte di strada stava diventando motivo di gentrificazione e di aumento dei costi della vita nei quartiere dove erano le sue opere, la sua è stata una risposta materica di autocensura che ha indignato. Se l’arte è per strada non è più dell’artista? Non è una tela da distruggere, non è una statua da colpire? Blu ha rivendicato il primato del suo messaggio, del suo lavoro fisico, estenuante, corporeo, inventivo, sul senso e il senso è sempre stato proteggere palazzi occupati e spazi pubblici in difficoltà dallo sgombero, dall’abbattimento, dalla speculazione.

Tutto questo credo c’entri con la polemica scaturita dall’ultima campagna di Cheap festival che vede il corpo di Silvia Calderoni, artista, attrice, perfomer e pensatrice, nudo e alterato, mostrato sui poster in città. Come saprete qualcuno è passato sotto al poster, lo ha fotografato e lo ha condiviso online infuriandosi per quel corpo modificato e il messaggio che pensa di averci letto e da lì si è passati all’intervento dei soliti opinionisti conservatori, che hanno urlato allo scandalo e riversato su Calderoni la loro frustrazione e il loro disagio.

In un primo momento ho sofferto per questa collisione, l’incontro e scontro tra due mondi che è evidente non possano comunicare, né dirsi alcunché, due mondi che sembrano non parlare la stessa lingua.

Ora, dopo essermi data il tempo, ho capito che questa risposta dà un senso alla campagna del festival, che essendo appunto un festival sulla strada, non si può avvalere dei biglietti e della selezione all’ingresso un po’ naturale dovuta agli ambienti museali e artistici. Nei musei di arte contemporanea chi li frequenta ha visto ben altro che un corpo di donna con più capezzoli e un pube molto peloso, e di certo non si sarebbe scandalizzato alla vista del poster, la forza invece sta nel suo dirompere il passeggio, nella gratuità della sua presenza e nell’invasione dell’immaginario di un non-pubblico: chiunque per le strade di Bologna ha potuto essere spettatore di un linguaggio artistico, della sua energia pervasiva e alienante.

Io non sono una esperta d’arte, né un’artista, ho amato molto i corsi di filosofia estetica durante il mio percorso di studi e niente di più. Ma negli anni ho continuato a essere fruitrice dell’arte, soprattutto attraverso la visita a musei e a gallerie. La mia sensazione è che le artiste e gli artisti stessi siano stanchi delle visite quasi passive che si compiono negli spazi ristretti delle mostre, i percorsi dovuti, i cartellini posti sotto le opere per inquadrarli, spiegarli, dargli un senso, i pannelli in forex che raccontano lo sguardo di chi ha curato l’exibition. Spesso allora ho iniziato a notare come gli artisti e le artiste tentassero di disturbare questa fruizione, come provassero a interrompere l’ovvia e pacifica visita degli osservatori selezionati. Alcuni hanno nascosto dei piccoli altoparlanti da cui gracchiavano voci acute e dialoghi ad alta voce, quelle voci davano fastidio alla mostra, più di uno dei visitatori si guardava intorno chiedendosi chi fosse così maleducato da turbare la quiete sacra del museo con le sue chiacchiere: era l’artista.

In un’altra occasione ho trovato in mostra opere senza targhetta o a cui le targhette erano state scambiate, c’era a terra la scultura di una anguria ma la targhetta diceva “gatto a coda lunga” e i materiali non coincidevano e le dimensioni neanche, allora io sono andata da una delle custodi della sala a chiedere dell’errore e lei mi ha risposto: è opera dell’artista. Così sono arrivate luci intermittenti, canarini in gabbia, cartacce nelle stanze, difficoltà nel camminare e scoprire le opere. Il messaggio mi è diventato sempre più chiaro: basta con questa boria, basta con gli occhi pigri e i giudizi tiepidi. I musei dovrebbero tornare luoghi del conflitto.

Questi pensieri mi riportano all’arte di strada a cui nessuno richiede etichette, guide, mappe e anno della creazione, ma su cui si possono poggiare molti occhi, che non guardano cercando l’arte sui muri o sui cartelloni, ma sono lì per caso, per caso incontrano l’arte e la amano o la detestano.

Dall’altra parte però credo, proprio in nome di tutte queste possibilità dell’arte di strada, che sia necessario serrare i ranghi per sottrarre Silvia all’attacco personale, al dileggio pubblico e alle minacce, quel poster è un’opera artistica ed è un’opera pubblica che quindi può e deve smuovere l’opinione pubblica, i passanti, i frettolosi, i ritardatari, i netturbini, i corridori, chiunque si muova per la città, ma è l’arte che si può e si deve contestare, non la persona che viene rappresentata e vi partecipa.

Si può dire che Caravaggio fosse troppo audace nei suoi chiaro scuri, troppo sensuale, che l’utilizzare gente di strada per dipingere i santi e i peccatori fosse blasfemo, ma non si potrebbe essere d’accordo con chi bussa alla porta della giovane donna, la quale posò per lui, per percuoterla e maledirla.

Non possiamo di certo nasconderci dietro a un dito: spesso siamo anche noi feroci rispetto a certe campagne pubblicitarie che sfruttano ancora in maniera bieca il corpo delle donne, rispetto ai titoli di alcuni giornali che parlano di femminicidio e infanticidio in maniera giustificante. Quello che serve però è, anche quando siamo noi ad attaccare alcune manifestazioni che avvengono nello spazio pubblico, quando siamo noi a intervenire nell’opinione pubblica, sottrarci all’attacco personale, sottrarci all’insulto fine a se stesso e immettere invece a getto continuo, senza sosta, pensiero complesso, critica complessa, linguaggio complesso nel web, sui giornali, negli incontri pubblici.

Ciò che sta succedendo a Cheap deve essere motivo di riflessione, deve interrogarci sulla percezione per esempio dei corpi modificati, anche se modificati al computer, che c’è nella nostra società, una società fondata sui filtri, su photoshop, sulla vita delle persone come pubblicità perpetua di prodotti, sui seni rifatti e i sederi rifatti e le labbra col filler e poi l’ossessione schizoide per la naturalità, la condanna dell’eccesso, il mancato diritto alla modifica del proprio corpo, la mostruosità che viene proiettata sui corpi altrui. Si loda il sedere perfetto di Belen e si deride una ragazza morta per fare una operazione di liposuzione. Si urla allo scandalo di un poster computerizzato in cui un corpo ha più capezzoli e ci si entusiasma per le ragazzine su Instagram che si filtrano il viso facendolo sembrare di gesso.

Noi dobbiamo stare qui, in mezzo ai pensieri sul contemporaneo, che siano essi vecchi, nuovi, da riformulare, da distruggere, da enfatizzare, il nostro luogo è la difesa della vita di un’artista e dall’altro la presa di posizione sul messaggio della sua arte pubblica attraverso i nostri strumenti che sono le parole, che sono i pensieri.

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre il suo primo libro per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e il suo ultimo romanzo "Un giorno verrà" (Bompiani, 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40. Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

Ultimi post di Giulia Caminito (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.