Romanzo o confessione?

Giulia Caminito, 16 settembre 2021

Quando avevo dieci o undici anni mi chiudevo sempre più spesso al bagno in compagnia del tomo delle “Confessioni” di Sant’Agostino, mia madre sembrava orgogliosa di me, che portavo la filosofia dove decisamente non dovrebbe stare. Lo tenevo sulle ginocchia, lo sfogliavo, aveva la carta fine e morbida, era delicatissimo. Di quelle letture non ricordo molto, di certo capivo meno di quando sarebbe stato utile, però leggevo e andavo avanti e indietro, provavo e riprovavo, dicevo frasi ad alta voce davanti allo specchio e al vano della doccia. La grande epifania fu scoprire il tempo personale, perché a undici anni ti accorgi che, se sei impegnata in qualcosa che ti piace, tutto si muove più rapidamente, ma a quella sensazione non sai dare un nome. A questo servono i libri – mi dicevo – a raccontare meglio di te quello che provi. Forse nessuno si sarebbe dovuto stupire quando scelsi, persino contro l’opinione della mia professoressa del tempo, di studiare filosofia all’università: era l’effetto delle Confessioni, se avevo capito il tempo avrei potuto capire anche il resto. Diciamo che non è andata così, ma non sarebbe giusto sputare sui sogni di una bambina la cui massima del cuore era: «La misura dell’amore è amare senza misura».

La parola confessione però non è che io l’abbia ben assimilata, stretta nel mio pudore e nel mio riservo, anche oggi quando parlo all’analista sento di doverle apparire piacevole, e di non aver voglia di sconvolgerla con qualche dettaglio sgradito, con l’immagine storta di me, quel buio al di là delle spalle.

«Sono così sincera, da farmi schifo da sola», scrive Madame in una delle sue ultime canzoni dal titolo “Vergogna” e nelle interviste racconta del suo rapporto con Pornhub, della poca igiene personale, dell’autolesionismo di quando era adolescente, cioè davvero poco tempo fa, e questa frase mi sembra adatta anche a molti libri di scrittrici contemporanee, che raggiungono un livello di confessione talmente dichiarato da sentirsi in dovere di provare fastidio per se stesse.

Un esempio letterario è Aixa de la Cruz, giovane (fino ai 45 a quanto pare vale) scrittrice spagnola, che ha la mia età. Siamo infatti nate entrambe nel 1988, eppure a leggere il suo “Transito” è come se leggessi di qualcuno così distante da me da appartenere a un’altra generazione. Forse proprio perché avevo dodici anni e mi piacevano sia le Barbie che Sant’Agostino poi sono rimasta da una parte bambina, dall’altra anziana signora. Ho come saltato la fase intermedia, la fase di transito, appunto, quella dove l’io deborda, sfugge, si smemora e torna ammaccato, per poi inventarsi di nuovo. Ho sempre a ragion di questo invidiato e sospettato dei transiti altrui. Possibile mai che abbiano vissuto tutto questo mentre io tra una lezione e l’altra all’università non vedevo l’ora di scappare alla Stazione Termini a mangiare un ottimo e unto wok di pasta e verdure? Quella era la grande trasgressione: Kant e i ristoranti cinesi nella stessa giornata.

Aixa racconta di come è nato questo che anche lei fatica a chiamare romanzo: il vuoto lasciato dal lavoro di tesi del dottorato da riempiere al più presto con nuova scrittura. E così inizia la confessione, perché, come lei ci ricorda, è dal XVIII secolo che la scrittura dei criminali obbligati a confessarsi intrattiene un ampio pubblico di lettrici e lettori: le disgrazie, le vittorie, le magagne personali sempre attirano l’attenzione e lo sguardo degli altri. Fino agli studi televisivi del Grande Fratello dove esiste una stanza apposita, il Confessionale, che non ha preti e non ha assoluzione, ma serve a sfogarsi sugli altri concorrenti e farsi registrare così da doverne poi rendere conto a tutti, e trovare più o meno credibili giustificazioni alle malelingue e agli scoppi d’ira.

Così molta della letteratura italiana ha riempito le pagine dei libri degli ultimi venti anni almeno con le confessioni matrimoniali, uomini e donne e i loro fallimenti, la necessità di descrivere l’assurdità e povertà del tradimento, ma comunque la sua sopravvivenza come forma di vita e di coscienza dell’altro. De la Cruz però è un turbine di confessioni, una mitragliatrice di errori, di ragionamenti, di post sui social media, di letture, di violenze, di sguardi obliqui, per cui nel suo caso la confessione esplode, si fa multipla come multiplo è l’io.

A vent’anni sposa un messicano da cui divorzia in breve tempo e poco dopo inizia il suo rapporto con le droghe di ogni tipo, e la scoperta (o l’invenzione) della bisessualità. Ad Halloween si mette i tacchi e un vestito aderente con al collo il cartello “donna”, per fingersi ciò che più la spaventa. Se da ragazzina infatti le altre bambine erano nemiche, da adulta la narratrice progetta l’assalto al proprio genere come vendetta, come bisogno. Per la madre dichiara odio e poi assoluzione, si sente in difetto per i sacrifici che la madre ha fatto per lei, ma in realtà sa anche di averle imputato tutta una serie di colpe, per partito preso. Quando vede il corpo rotto di una amica dopo un brutto incidente d’auto la compatisce e non la sopporta allo stesso tempo, col suo bacino malmesso e scomposto, col suo dolore che dovrebbe provocarle empatia a ogni costo.

Il Messico dove ha vissuto per anni è una terra in cui la violenza per lei aveva un altro aspetto e l’abitudine a certi pericoli la aveva anestetizzata, come sempre capita – anche durante la pandemia – che ci si abitui alle morti, ai numeri e si accantoni la paura. Ama e odia il Messico, ama e odia la Spagna, ama e odia un po’ tutto e poi ama ancora e odia ancora. Studia filosofia di genere, legge moltissimo, si interroga sulla violenza agita dalle donne e non ricevuta, sull’uguaglianza con il maschile nell’essere anche esse feroci e distruttrici, come le soldatesse americane che ridono degli iracheni nudi e immobilizzati. Quando parla del padre, le sembra assurdo doverlo chiamare così e avere il suo nome e cognome sulla carta d’identità, non potersi liberare di un uomo che non conosce e che non fa parte in alcun modo della sua vita. Ed è un po’ così che si spiega anche il patriarcato, questa paternità degli uomini che non si sa come cancellare dal retro dei nostri recapiti e codici fiscali.

«La confessione è l’origine del nostro mestiere» scrive prima di raccontarci un evento confuso e tragico che ha segnato la sua infanzia, quella primigenia idea di colpa e di violenza. Non so se sono d’accordo con lei, se la letteratura debba essere una confessione, ma so cosa questo libro lascia addosso ed è la precarietà e la possibilità all’errore, la necessità a ritrattare e ritrattarsi, la finitezza anche delle confessioni. Perché si cambia e si sbaglia a dire o a scrivere, e si è sempre altro, e la scrittura come la fotografia registra quelle opinioni e quei pensieri, quelle confessioni valide solo fino al momento della stesura. Un passo dopo l’io torna nella sua foga, nel suo miscuglio di non detti e di assoluzioni.

Magari oggi a quindici anni c’è un’altra me che si chiude al bagno per un’ora e prende in mano il libro di De la Cruz e trova risposte ai propri pensieri mal formulati e alle proprie vergogne ed eccessi, sapendo che sono di passaggio, come chi cammina per la grande città.

 

Aixa de la Cruz, “Transito”, Giulio Perrone 2021

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha poi pubblicato con Bompiani “Un giorno verrà” nel 2019 e “L’acqua del lago non è mai dolce” (2021) con cui è arrivata finalista al Premio Strega e ha vinto il Premio Campiello 2021. Ha scritto inoltre due libri per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e "Mitiche" (La nuova frontiera junior, 2020). Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana. È nella redazione di Letterate Magazine. Cura un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

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