LE DONNE NON SANNO SCRIVERE D’ALTRO CHE D’AMORE, PER FORTUNA

Giulia Caminito, 3 aprile 2024

Ho letto su Doppiozero questo articolo di Gianni Bonina e anche il dibattito che ne è conseguito.

Il primo pensiero è la grande confusione, confusione tra scrittrici molto diverse tra loro, confusione rispetto al loro pubblico, confusione rispetto alla storia della scrittura delle donne e l’elemento amoroso/sentimentale.
Intanto vengono messe insieme scrittrici diversissime, sia quelle la cui scrittura ha una vera connotazione di genere romance come Erin Doom sia altre che con questo non c’entrano nulla, per esempio Viola Di Grado. Sfido a leggere “Fuoco al cielo” e a tornare qui per parlarne come di un romance, anche se tratta di una relazione amorosa.
Seguendo questo criterio allora dovrebbe essere una romance anche “Il colibrì” di Sandro Veronesi? Mi chiedo.
Sappiamo tutte che dai secoli dei secoli la scrittura delle donne viene definita romantica, rosa, femminile e quindi di secondo livello. Non a caso Ginzburg e Morante volevano essere chiamate ‘scrittore’. Perché le scrittrici per i critici erano quella cosa lì, e basta.
Nell’articolo mi pare si segua di pari passo esattamente questa solita e quindi banale constatazione. Le donne scrivono libri sentimentali e vendono libri. Stessa cosa che si è sempre detta anche delle nostre maestre.

Ciò che disturba è il fatto che dopo molto tempo non ci sia la capacità di evolversi nelle opinioni e che si senta la necessità di ripetersi senza mettere in dubbio nulla di questa ripetizione, ciclica e snervante.

Di recente ho scritto un articolo sulla morte del romanzo (che uscirà su La Stampa) e anche lì sono andata a spulciare i precedenti articoli dei nostri critici e scrittori che si lamentavano di questo decesso, dicendo sempre le stesse cose, a distanza di qualche anno, preoccupandosi sempre di ribadire che però loro vanno in direzione altra, di segnalare chi ancora fa il grande romanzo, e cioè altri uomini.

L’articolo ci dice alcune verità però, che andrebbero ragionate in maniera più lucida invece di buttare nomi a caso e generalizzare.

Intanto sì, oggi il mercato del libro lo reggono le lettrici e c’è un’altra evidente novità segnalata dai dati della lettura, e cioè che lo reggeranno a lungo, perché la fascia che ha perso più punti percentuali in termini di lettura è quella degli adolescenti maschi, sono loro che stiamo perdendo in questi anni, che non vanno più in libreria o ci vanno molto poco.

Quindi perché non chiedersi il contrario? Perché non chiedersi cosa sta succedendo ai lettori uomini di varie età? Sono schiacciati da questa massa di autrici e dalla loro produzione sentimentale? È un po’ sciocco fermarsi a questa constatazione.

Il problema è più ampio e più difficile da interpretare.

Altro punto, i romanzi che vendono sono tutte scartoffie? O sono scartoffie quando li vendono le donne? La vendita di un libro ne fa la sua qualità? Se è tanto non vale molto, se è poco vale di più? Sono questi i criteri sensati di un’analisi critica contemporanea?

Certo, è vero che negli ultimi anni una grande scrittrice ha varcato i confini nazionali, ed è Elena Ferrante, lei ha posto un trend visibile, evidente, che riguarda il racconto di figure femminili e delle loro relazioni all’interno di un contesto storico e sociale per loro svantaggioso. È vero che molti editori italiani ed esteri hanno quindi cercato di pubblicare romanzi in linea con questo trend. Ma veramente vogliamo ridurre la scrittura di Ferrante a una operazione a tavolino di vendita? Siamo ancora fermi lì? Nonostante tutta la critica femminista che in questi anni ne ha spiegato il valore? Perché non la leggete questa benedetta critica femminista, signori?

Inoltre, sulla questione dello scrivere d’amore. Anche qui propongo di leggere di più e di interpretare di più.

Esiste il filo rosso nella scrittura delle donne che riguarda il sentimento, questo è certo.

Potrei fare tre esempi di scrittrici a cavallo del Novecento che in pochi leggono come Amalia Guglielminetti, Pia Rimini e Matilde Serao. Tre scrittrici diverse che tra le molte cose scritte hanno scritto d’amore. E come ne hanno scritto? Se le torniamo a leggere ci rendiamo conto che con stili diversi, registri ironici o drammatici, giochi letterari o scene teatrali, quello che raccontano si chiama “mal d’amore”.

Il mal d’amore non va confuso con il semplice anelito all’altro, con la ricerca dell’amore romantico, con la voglia di unirsi a un uomo, ma va letto come bisogno sociale, bisogno che le donne hanno avuto e ancora oggi hanno culturalmente e socialmente di essere amate, di essere riconosciute, di essere soggetti inquanto amate.

La donna ha sofferto per secoli di un posizionamento sociale non solo svantaggioso ma anche violentemente escludente, in cui la relazione con l’uomo spesso era l’unica fonte di visibilità possibile. Se eri amata, allora esistevi.

Mentre gli uomini dicevano “penso quindi sono”, le donne dovevano dire “sono pensata quindi sono”.

Non è questo che ci racconta Jane Austen? Non è questo che ci racconta Alcott, non è questo che ci racconta Katherine Mansfield quando parla della galera che era il matrimonio borghese e ci fa apparire le sue donne tragicamente felici perché amate e poi tragicamente infelici perché abbandonate o tradite? Non è questo che racconta con grande precisione proprio Elena Ferrante ne “I giorni dell’abbandono”?

Le donne si sono dibattute tutto questo tempo nel cercare la propria autonomia sentimentale, la propria identità a prescindere, sia dall’essere amate, che dall’essere madri, per poter amare e diventare (o non diventare) madri a propria scelta, guidate dalla propria libertà e non per essere accettate dal mondo.

Avete letto, signori, “È stato così” di Natalia Ginzburg? Uno dei migliori racconti che abbiamo sul mal d’amore, un tormento costante e avvilente di una ragazza che non verrà mai riconosciuta dal marito, mai, e che tenterà in ogni modo di venire notata, rappresentata, pensata. E la sua pazzia, il suo delirio, si scioglieranno proprio in questa assenza di parità. L’amore è sentito come sentimento paritario, come sentimento in cui si esiste insieme all’altro, e per secoli le donne sono state le mogli tradite, le amanti dimenticate, le suore confiscate alla società, le donne pubbliche da usare per lo sfogo sessuale. Non sono state solo questo, ma spesso questi sono i ruoli anche linguistici che hanno ricoperto. Vogliamo quindi pensare che non avrebbero dovuto scrivere di questo? Vogliamo dirci che questo nodo identitario le donne non avrebbero dovuto affrontarlo nella loro narrativa?

O vogliamo constatare che come sono state silenziate in altri aspetti anche in questo, quello della scrittura, pur di non specchiarsi nel terrore che crea il mal d’amore, nel senso di colpa che può generare, si sono e si continuano a relegare le prove di scrittura delle donne come forme di sentimentalismo di ampio consumo?

E perché, signori, secondo la vostra linea, gli uomini non vogliono consumare questo tipo di narrativa, cosa non li attrae lì? Ce lo siamo chiesto? Cosa li spaventa del sentimento, cosa ancora gli fa credere che scriverne sia degradante?

È vero che le donne vanno in libreria più degli uomini, ed è anche vero che tutti i romanzi osannati dai critici, che sono per la maggior parte scritti da altri uomini, sono le donne ad averli letti di più. Vogliamo dirci che tutti i vari thriller e gialli, che nell’articolo di cui sopra vengono indicati come produzioni di consumo maschile, non vengano portati in classifica dalle donne?

La verità, ed è tempo venga affrontata, è che le donne sono culturalmente abituate a leggere tutto, ciò che è scritto da uomini, da donne, da persone non binarie, da chiunque, perché hanno sempre fatto così, hanno sempre studiato sui testi degli uomini, e ancora lo fanno, hanno sempre amato questi testi, hanno sempre saputo comprenderne il valore letterario. C’è da chiedersi quando, dio santo, accadrà lo stesso per voi, signori.

 

*in evidenza: una scena tratta dal testo teatrale “Dialogo” di Natalia Ginzburg per la regia di Nanni Moretti

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha poi pubblicato con Bompiani “Un giorno verrà” nel 2019 e “L’acqua del lago non è mai dolce” (2021) con cui è arrivata finalista al Premio Strega e ha vinto il Premio Campiello 2021. Ha scritto inoltre due libri per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e "Mitiche" (La nuova frontiera junior, 2020). Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana. È nella redazione di Letterate Magazine. Cura un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.
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