L’amore è un accollo – intervista a Giulia Ananìa

Giulia Caminito, 15 marzo 2021

Stavo ripensando a come ci siamo conosciute e poi ho ricordato. Giravi per il Pigneto con vicino una ragazza che riprendeva con il cellulare. Eravamo a Roma, durante il festival “Inquiete”, e tu mi hai fermato, mi hai messo un foglio in mano e mi hai detto: «Leggi ‘sta poesia».

E così ho fatto, come dirti di no? Ho capito subito che c’era un legame diretto, schietto e senza fronzoli tra te e le poesie e ho continuato a pensarlo quando ho seguito altri tuoi progetti, come “Radio poetica” o le serate “Dar Ciriola” di musica e poesia. Hai sempre scelto con cura i tuoi luoghi. Come le gelaterie, che so essere un po’ una fissa che ci accomuna, quella del gelato bono. C’è anche nelle tue poesie, il gelato sciolto in cui tuffarsi per alleggerire le pene d’amore.

Allora la prima cosa che ti chiedo è: quali sono, per te, i luoghi della poesia a Roma?

Cara Giulia, da amante del gelato sarai d’accordo con me: il gelato può essere una buona metafora della poesia. E quindi le gelaterie sono l’oasi felice, i “musei dell’estate”, per citare i Virginiana Miller, dove puoi prendere la bella stagione anche nei mesi più freddi. A Roma di gelaterie ce ne sono tantissime. Ne sono fioccate a bizzeffe negli ultimi anni. Quelle che piacciono a noi spesso sono vuote mentre trovi inspiegabili file davanti a gelaterie infiocchettate. Io comunque sono contenta se tanta gente mangia il gelato, credo sia comunque un buon segno. Poi ovvio, spero che un giorno si accorgano dove sta quello veramente buono, così magari chi lo prepara non fallisce.

Il mio compito è di dare consigli sulle buone gelaterie. I miei spacciatori di endorfina non si trovano tutti sulle guide gastronomiche e non sempre fanno gelati belli e instagrammabili, ma se abbassiamo l’ansia da prestazione… sono le Gelaterie. Magari la nocciola non è delle Langhe, anzi, magari è proprio quella che cade sulle rive del tuo lago: una gran bella nocciola della Tuscia, tosta e poco gentile, ma piena di sapore.

La poesia è come il buon gelato: tutti se la possono permettere e in qualsiasi momento. Per questo quel giorno ero in giro per il mercato del Pigneto. Distribuivo poesie al macellaro, all’indianino, al parrucchiere, all’hypster, alla star e a te. Per dire a tutti che la poesia è ovunque, in chiunque, ogni giorno, dappertutto. Accessibile. Sempre.

Da provocatrice culturale, se mi invitano a partecipare a festival musicali o letterari porto il mio talento nel comunicare in modo pop, cioè in modo popolare, anche se spesso questa parola viene fraintesa.

Recentemente mi è stato detto: «Scusaci Giulia se non ti invitiamo ma quest’anno abbiamo deciso di invitare al Festival solo intellettuali».

Quindi mi chiedo e chiedo anche a te: «Qual è il requisito per essere intellettuali?».

Ho deciso di chiamare il libro L’Amore è un Accollo – e non Cercheremo Pasolini – proprio perché voglio che le persone non si agitino al cospetto di un libro di poesia. Che non abbiano la paura di non sentirsi all’altezza. Per poi traghettarli dolcemente in mezzo a tante malinconie e riflessioni, anche politiche.

 

I luoghi, rimaniamo un attimo qui. Perché “L’amore è un accollo” è anche una passeggiata per le strade di Roma, tra i quartieri che abiti e vivi. Dalle strade dei poeti e delle poete ai detriti lasciati dai turisti, dalle mode dello street food ai sanpientrini, che stanno lì nonostante tutto il resto chissà che fine abbia fatto. Come si fa a parlare di Roma? Sono ossessionata da questa domanda perché non è facile che chi ne scrive mi soddisfi per come la racconta: troppo sfatta, troppo bella, troppo finta, troppo spenta. Qui ho trovato quella Roma della tradizione, dei bicchieri tintinnanti, delle osterie e dei vicoletti, ma anche la Roma dell’abbandono, e mi è piaciuta. Come si fa?

Roma è quella che non riesci mai a lasciare. La grande storia d’amore malata. Con Roma ho vissuto tutte le mie prime volte e questo mi fa vivere il presente in uno stato di costante, alterata e struggente nostalgia. Roma non mi rende lucida, né sana. Lei è quella che poi, alla fine, cerco sempre: quella dei baci romantici e delle litigate violente, dei tradimenti e delle confidenze; quella a cui vorrei piacere ma non mi fa mai i complimenti e allora me li vado a prendere in giro, da altre. La adoro e la odio per quanto è bella: e se accettasse me la sposerei pure. Probabilmente è la donna della mia vita. La madre delle mie figlie. La mia futura ex moglie?

Non lo so come ho fatto a farti piacere questa mia storia d’amore ammalata. Ti dico un segreto: qualche mese fa ero convinta di averla lasciata veramente, Roma. Di essermene liberata.

Dopo anni, ce l’avevo fatta. Mi aveva completamente disinnamorata. La guardavo e non provavo più niente. Ti dirò; una liberazione. Mi sono chiesta: da quanto questa città non mi fa felice? Non facevamo l’amore da anni e tutto quello che facevo per lei non le faceva effetto. Allora mi facevo consolare in giro da altre città finché, ad agosto del 2019, sono andata via senza lasciarle neanche un bigliettino. Sono scappata di notte senza dire niente a nessuno e ho iniziato una storia d’amore seria con Marsiglia, con cui flirtavo da tempo. Una storia bellissima con questa ragazza meticcia che sapeva di mare, che era sorridente e accogliente, che viveva con il costume sempre in borsa, che non si sparava pose, che parlava mille lingue, che aveva ancora voglia di sognare e che non si vergognava di essere povera, al contrario, era fiera della sua ricchezza umana. Ero sicura di aver chiuso per sempre con Roma ed ero certa che quando l’avrei rivista non avrei provato nulla. Quella stupida, ingrata ragazza provinciale di Roma. Come ho fatto a starci sotto per anni? Ti giuro, quando stavo a Marsiglia non ho mai pensato a Roma, neanche un attimo di nostalgia. Per nessun luogo, per nessuna persona. E invece… mannaggia a lei, stiamo di nuovo insieme. La pandemia mi ha riportato qui e appena l’ho rivista ci sono ricascata. Sindrome della crocerossina?

 

Penso a chi hai nominato in questa raccolta e a chi, senza essere nominato, è di sicuro nelle tue poesie. Penso a Trilussa, penso a Belli e poi alla Ferri e a Pasolini. Il vernacolo, la nuda Roma, il dialetto, le abbreviazioni, le parole morsicate, la poesia-canzone, c’è tutto questo dentro le tue poesie, con il ritmo che la tradizione popolare romana si porta dietro. Qualche anno fa erano diventati noti i Poeti der Trullo, per fare un esempio, proprio per il dialetto romano della loro poesia di strada. Tu perché usi il dialetto? Chi sono le tue antenate/i?

Io in realtà vengo dalla poesia “alta” e in lingua italiana. Mio papà, Vincenzo, mi ha cresciuto leggendomi con grande naturalezza, a colazione, Leopardi, Dante, Rosselli, Campana, Penna, Pavese e Carver. Amelia Rosselli, Vito Riviello, Dacia Maraini ma anche Magrelli, Zeichen e Buffoni frequentavano casa nostra insieme a tanti altri poeti. “Pagine, la rivista internazionale di poesia che mio padre dirigeva, si occupava di importare da paesi e contesti a sud dell’editoria anche tanta poesia che non era ancora arrivata in Italia. Un pallino di mio padre erano anche i poeti dialettali, a cui dedicò la casa editrice Zone. Io, da bambina, lo aiutavo a fare il menabò di “Pagine”, appiccicavo le poesie che lui batteva a macchina nella casa dove crescevo e in cui volavano pappagalli liberi. L’incanto poetico mi frullava attorno e per me era un gioco. Con l’attack appiccicavo versi straordinari, che probabilmente mi entravano sotto l’epidermide dei polpastrelli. Poi portavo la rivista in tipografia con papà. E fino a quando lui non se ne è andato, mi sono occupata delle spedizioni in tutto il mondo e di distribuirla personalmente in tutte le librerie di Roma, tante delle quali – tra l’altro – oggi non esistono più. Tutto questo per dirti che non ho antenati dialettali, se non me stessa e le mie vite stradaiole. A casa mia si parlava italiano perfetto e anche aulico. Per forza di cose, a undici anni scrissi i miei primi versi. A vent’anni ho scritto un libro di poesia in italiano, “Nessuno Bussa”, che ha ricevuto anche diversi, importanti riconoscimenti. Poi ti devo dire la verità, un po’ per il rapporto burrascoso che avevo con mio padre, un po’ perché non mi piacevano gli ambienti dei poeti dove vedevo tanto egocentrismo e tirchieria emotiva, ho deciso che mi piaceva di più scrivere canzoni. Lo trovavo più diretto e popolare. Meno infelice.

Mio padre ci rimase malissimo.

Quando lui morì, iniziai a spingere con forza la poesia degli altri e dei miei coetanei. Lui si struggeva del fatto che non esistessero più poeti giovani.

I versi che scrivo in lingua “stradaiola”, per dire che non può essere definita come un romano da manuale (ammesso che esista…), sono venuti negli ultimi anni. All’inizio li mettevo nei miei spettacoli, in particolare a quelli dedicati a Gabriella Ferri. Non ho mai avuto la presunzione di ritenerli poesia. Forse anche per fare un dispetto a mio padre. Sono stati gli altri a dirmelo. Marzia Grillo, una mia cara amica letterata di cui ho molta stima, e Cristiano Armati, il mio editore. La lingua di strada comunque mi fa comodo perché in realtà mi permette di essere atroce, a volte senza che nessuno se ne accorga. Con la cadenza romana nessuno si spaventa perché di primo acchito, nell’immaginario comune, questa lingua fa molto Brignano e chi l’ascolta pensa che sto a fa’ la scema… invece poi zack!, ti sto sbudellando co ’na bella cortellata in panza.

 

Devi sapere che Viola (Lo Moro) mi prende sempre in giro perché a me piacciono particolarmente le poesie in rima, mi danno un senso di pienezza, di coincidenze volute, mi ricordano le filastrocche che scriveva mia madre quando ero piccola, le ballate anarchiche, quando imparavo a memoria le poesie a scuola e quelle che restavano erano sempre in rima, perché suonavano a voce alta, le capivo di più. Musica, poesia e rima, come funzionano per te? Sarebbe uguale la poesia romanesca senza le rime?

La rima da che mondo è mondo è un ingranaggio della Poesia. È una parente di primo grado della perfezione di alcuni versi. Come l’allitterazione, il ritmo; tutto quello che porta la parola a galoppare secondo me fa bene. La rima libera dal cervellotico, è la parola che gioca, che esce a correre a ricreazione buttando via lo zaino pesante e i più grandi poeti hanno saputo usare la rima con disarmante maestria e originalità. Per tornare alla mia educazione poetica, mi regalarono da bambina un rimario che tuttora uso molto per scrivere canzoni. Vedo la rima come un espediente mantrico dello scrittore e del lettore per andare a fondo. Io lavoro tanto con la forma canzone quindi probabilmente la rima ormai mi viene naturale. Certo è importante non essere scontati. Il dialetto e le filastrocche c’entrano poco con le rime. E tanta poesia dialettale è tutt’altro che in rima.

 

Ultima domanda, rapida, indolore e banale: il tuo posto preferito a Roma e la tua poesia preferita e anche se consigli a tutte e tutti di andare in quel posto e leggere proprio quella poesia. Nonostante il periodo, credo non sia mai interdetto leggere in solitudine una poesia, e questa è una santa certezza.

Bellissima domanda. Anzitutto l’orario. Le 14 e 30.  Prima fatevi un giro. Preparate il cuore al tempo della poesia. Prendete un pezzo di pizza bianca oliosa al Forno di Campo de Fiori. Asciugate le lacrime di Giordano Bruno e riparatevi dalla fuffa dei banchetti finti del mercato dentro la Libreria Fahrenheit. Lì compratevi un bel libro di Poesia. A caso. Apposta per quel giorno.

Poi con il libro in tasca passeggiate un po’.

Io vi do una chicca: affacciatevi a Largo degli Acetari. O in piazza Pompeo Magno, una piazza semicircolare che in realtà è un anfiteatro convesso. Bevete un bicchiere di vino dal Vinaietto a via Monte della Farina e osservate le stampe del Pci. Poi passeggiate in via di Monserrato accarezzando con i polpastrelli il libro in tasca e lì fate caso all’esistenza di una delle ultime videoteche a Roma: VideoBuco. Incorniciate le pupille in qualche serratura dei portoni di via Giulia. Attraversate Ponte Sisto. Andate a vedere se è aperta la Cereria Di Giorgio. Pensate a chi sta a Regina Coeli, ai teatrini e ai cinema chiusi che incontrerete nel percorso. A loro dedicherete la poesia che si sta per svelare. Recatevi all’ Orto Botanico. È completamente casuale il fatto che lo troviate aperto o chiuso. Sperate nel fato insensato delle politiche culturali romane. Se siete fortunati, entrate nella rigogliosa natura abbandonica di Roma. È finalmente arrivato il momento di aprire il libro. Scegliete se in una delle serre decadute o se sopra, al buffo giardino giapponese da cui si vede tutta Roma. Aprite una pagina a caso e leggete. Io metto qui questa poesia di Sandro Penna, più che altro perché mi fa sempre bene. Le belle poesie, sono come le canzoni. Le risenti e te le ricanti ogni volta che hai bisogno. Grazie Giulia.

 

La vita… è ricordarsi di un risveglio

triste in un treno all’alba: aver veduto

fuori la luce incerta: aver sentito

nel corpo rotto la malinconia

vergine e aspra dell’aria pungente.

 

Ma ricordarsi la liberazione

improvvisa è più dolce: a me vicino

un marinaio giovane: l’azzurro

e il bianco della sua divisa e fuori

un mare tutto fresco di colore.

 

Sandro Penna

 

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha poi pubblicato con Bompiani “Un giorno verrà” nel 2019 e “L’acqua del lago non è mai dolce” (2021). Ha scritto inoltre due libri per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e "Mitiche" (La nuova frontiera junior, 2020). Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana. È nella redazione di Letterate Magazine. Cura un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.
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