Raccontar/si: il sito delle Fiorelle

Clotilde Barbarulli, 03 giugno 2021

Corpi di donne. E poi femminismo intersezionale, postcoloniale, intercultura di genere… Nasce ora – dal Giardino dei ciliegi di Firenze e dalla Sil – un sito che raccoglie materiali preziosi e vari della scuola in cui si insegnava imparando nel nome di una socialità tra donne amorevole, costruttiva, trasformativa

 

Di Clotilde Barbarulli e Liana Borghi

 

Il sito www.raccontarsialgiardino.it raccoglie materiali relativi all’esperienza del progetto Raccontar/si, iniziato nel 2001 come laboratorio e poi articolato in varie iniziative la cui pluralità di sguardi e di riflessioni può esserci ancora utile culturalmente e politicamente.  Offre inoltre il pdf dei tre volumi di Raccontar/si pubblicati dalla CUEC (2003, 2004, 2006).

La scuola – organizzata dal Giardino dei Ciliegi e dalla Società italiana delle letterate, con supporto istituzionale – si basava sullo scambio: insegnare imparando, imparare insegnando: dalla teoria alla pratica e viceversa, condividendo affetto e saperi. È stato quindi un impegno collettivo non soltanto per gli anni del Laboratorio ma anche per i convegni e seminari successivi.

Al Giardino dei Ciliegi era già presente un dibattito su forme di coscienza interculturale a partire dal razzismo che è in noi; ma la Scuola, residenziale, apriva uno spazio dove incrociare discipline con testimonianze e letture, prestando attenzione al modo in cui lo stare, pensare, fare in relazione, ci cambiava, e perché questo succedeva. All’inizio era previsto uno spazio di orientamento (prodotto degli studi subalterni) per chiarire la necessità di collaborare rispettando e apprezzando le differenze, dando valore e spazio anche nel parlarsi, facendo autocritica, domandandosi, “da dove parlo, con chi e perché, chi parla per me e attraverso di me, dove mi colloco”.

Senza dirlo esplicitamente, chiedevamo ogni volta di contribuire a realizzare una piccola utopia effimera e contingente — costruita nell’immediato praticando una socialità amorevole, costruttiva, trasformativa, creando “legami fatti di interrelazione, di reciprocità, di partecipazione e vicinanza”. Fin dal primo laboratorio è affiorata una rete di vivacissime “Fiorelle”: un nuovo soggetto collettivo che ha reso visibile realtà molto diverse al di là della nostra esperienza individuale. È con loro che il laboratorio si è costruito, modificandosi negli anni della sua realizzazione – da formazione di mediatrici interculturali a laboratorio di mediazione culturale a scuola di intercultura di genere.

Avevamo cominciato con la premessa femminista di essere situate in corpi di “donne” – un termine tra virgolette, perché donne non si nasce, ma si può diventare – però con il passare del tempo il discorso sul genere ha assunto connotati postgender e queer, specie in relazione all’identità e alla sessualità. A lungo abbiamo usato l’intersezionalità come metodo per leggere contesti “material-semiotici”, incrociando genere, razza, classe, sessualità, abilità, lingue, storie, culture – per poi ridefinire il concetto in termini di “complessità” nell’anno in cui abbiamo lavorato su frattali e soggetti frattalici del neomaterialismo per discutere meglio di differenze nella somiglianza, di interconnessioni rizomatiche nei processi democratici diffusi.

Ci importava molto interrogare l’incrocio di teoria e pratica, ma considerando ovunque sia la disomogenea situazione socioculturale delle partecipanti, sia le necessità individuali di parlare di situazioni concrete, di raccontarsi, chiedere ascolto anche filosofico sulle passioni tristi. Ogni nostro incontro era impostato su un tema specifico: individualità, agentività ed empowerment, complessità, diversità, figur/azioni, il post-coloniale, teorie dell’affetto, archivi dei sentimenti, studi sulle cose e gli oggetti, e infine l’utopia della politica e la politica dell’utopia. Prevedibilmente abbiamo sempre lavorato sull’analisi e la decostruzione di dicotomie – specie con Donna Haraway e la sua definizione di naturcultura, il suo manifesto cyborg, gli umani e non umani delle sue specie-compagne — e con Teresa De Lauretis e Judith Butler per la ricerca dell’altro che è in noi.

Abbiamo poi cominciato a occuparci delle teorie dell’affetto, incontrate nella pedagogia queer di Eve Sedgwick, in particolare nel suo libro sul toccare-sentire. In seguito abbiamo lavorato sull’affetto come impulso vitale, come processo produttivo dei corpi; come sentimento, affettività, passione; come attrattore; come effetto che si/ci crea, che investe e condiziona; che rende desiderabili oggetti e merci; che produce soggetti e relazioni, investimento nelle forme di potere, movimenti positivi o negativi verso l’altro/a – allineamenti, identificazioni, appropriazioni. Vedrete dalla presentazione dei convegni e workshop paralleli ai laboratori e successivi come queste basi teoriche si siano intrecciate con altre figurazioni, altri temi.

Ma negli anni abbiamo continuato a domandarci: cos’è l’intercultura di genere, specie in un momento in cui proprio il concetto di genere è in crisi, non solo perché manipolato dai movimenti anti-gender, ma perché viene contestata la sua prevalente applicazione come dispositivo sociale di esclusione e repressione.   Le istituzioni continuano infatti ad appiattire il termine su comportamenti sociali collegati alla bio-dicotomia maschio-femmina anziché riconoscere come genere e sessualità siano una costrizione costitutiva risultante da pratiche sociali ripetitive con effetto naturalizzante. La pervasiva struttura di genere è però ricca di smagliature e incongruenze che consentono trasgressioni di ogni sorta: basta pensare alla dimensione delle soggettività trans – al genderbender, genderqueer, transbender, transgenere, post-transgenere, intersessuata/o, transessuale… – per le quali il genere è un continuo multidimensionale che si presta a performance e incorporazioni, cercandovi ispirazione e forza per altri mondi possibili. Inoltre, il femminismo del nostro secolo ha ormai ampliato il concetto di genere alla relazione con il mondo naturale: il genere è inter-specie e intra-specie, parte del processo di intra-azione nella materializzazione del mondo.

Dunque il nostro progetto di intercultura di genere si è costruito in modo necessariamente situato e performativo, attingendo a studi femministi, transfemministi, lesbofemministi e queer, leggendo e discutendo il panorama socio-politico, tenendo ben presenti le differenze sociali, economiche, etniche e razziali incrociate con la sessualità, il genere, le generazioni e altri attributi delle soggettività contemporanee. Ci interessava “costruire cartografie del presente degne della nostra complessità” (Rosi Braidotti), perché siamo soggetti complessi, anche per provenienza e formazione. E la nostra cultura di letterate femministe è culturalmente eclettica, frontaliera come i nostri interessi politici. Lavoriamo per rendere possibile una cultura globale in una società equa e sostenibile dove si rispettano e sostengono le diversità.

Finiti i finanziamenti per il crescente disinteresse istituzionali verso l’intercultura,  Raccontar/si si è dissolta in una serie di incontri, dove le figurazioni sono diventate azioni figurali sostenute da un ritorno che sentivamo necessario alle biopolitiche dei corpi, nuovamente indagate come corpi, non solo di donne, nella loro materialità, nella loro storia, e nelle loro mutazioni e rappresentazioni. Chiusa la stagione dei laboratori estivi, ci siamo impegnate a continuare organizzando un convegno annuale costellato di eventi culturali minori.

Siamo così passate dalla trasmissione di affetto ai limiti dell’empatia, agli studi neomaterialisti sulle cose e gli oggetti (tra cui le scarpe), cercando di spostare i confini tra l’umano e il non-umano, corpo e materia, materia e discorso – chiedendoci ancora una volta quale trasmissione ci sia stata tra noi, come viviamo queste idee, e come questa agiscano sulle pratiche di omologazione, connivenza, consenso, o resistenza nell’insopprimibile potere del reale. Abbiamo molto lavorato sull’archiviazione dei sentimenti nelle culture pubbliche, cercando risposte culturali e politiche di dissenso e resistenza. Nella ricerca di assemblare percorsi e pratiche continuiamo a incontrare tutti i movimenti impegnati per un mondo diverso: femministe, trans femministe, queer, soggettività non binarie LGBT*QIA+1, tutt* quell* che ovunque scendono in piazza contro femminicidi e forme di violenza di genere, contro muri e confini, sfruttamento del lavoro e saccheggio delle risorse naturali…

Con il 2020 il Covid 19 ci ha costrette a interrompere l’usanza dei convegni annuali e a organizzarci diversamente on line per poter mantenere contatti e intrecci. Una storia della nostra associazione si trova nel testo Il Giardino dei Ciliegi. Storia e intrecci con altre associazioni a Firenze e in Toscana (1988-2015), a cura di Laura Marzi, Edizioni dell’Assemblea, 2016.

Vari materiali relativi ai convegni più recenti non inclusi in questa archiviazione sono sul sito: http://www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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