La donna nera non è né bianca né uomo

Clotilde Barbarulli, 02 febbraio 2021

Nel movimento femminista è una “forestiera interna”. La filosofa e teorica del femminismo nero Djamila Ribeiro scrive che la lingua è un luogo di lotta: le parole sono azione, resistenza, tramite le quali chi è oppress* riprende possesso di sé e si riconosce.

Di Clotilde Barbarulli

L’autrice brasiliana, filosofa e teorica del femminismo nero Djamila Ribeiro – che ha denunciato fin dall’inizio Bolsonaro per aver rafforzato le oppressioni storiche – dirige la collana Feminismos Plurais per offrire letture accessibili nell’ottica di decolonizzare il pensiero. In questo libro condensa le sue ricerche in filosofia politica intrecciandole all’attivismo antiazzista, pro-Lgbt e antimachista, con riferimenti al pensiero e alle pratiche di femministe sudamericane, da Grada Kilomba a Gloria Anzaldua. Ripercorrendo i percorsi di lotta e del pensiero delle donne nere lungo la Storia per focalizzare il “luogo della parola”, mette in luce una disfonia rispetto alla storia dominante del femminismo nel far capire “quali storie non vengono raccontate”.

Il nodo della gerarchizzazione della conoscenza, come prodotto della classificazione razziale, già denunciato da Vergès e da altre pensatrici, ancora ci interroga sull’assenza di donne nere e indigene nel femminismo egemonico. Da qui l’attenzione al linguaggio dominante che può creare ostacoli, quindi il rifiuto di una neutralità epistemologica universale che non considera, ad esempio, la saggezza delle levatrici e dei popoli autoctoni e altre forme di conoscenza.

Chi può parlare? Di cosa possiamo parlare? Cosa succede quando parliamo? Sono alcune delle domande ricorrenti che caratterizzano il lavoro in particolare della scrittrice e artista portoghese Grada Kilomba in cui – sottolinea Ribeiro – la memoria, il trauma, la razza e il genere si intersecano in nuovi linguaggi e danno vita a pratiche decoloniali. Nella realtà delle donne razzializzate delle classi più povere in Brasile, la pratica femminista associativa permette loro di essere visibili e prendere parola. Il silenzio imposto alla “donna subalterna” evocato da Gayatri Chakravorty Spivak non va quindi inteso come una dichiarazione assoluta, perché legittimerebbe la norma colonizzatrice: trovare invece il “luogo della parola” significa riconoscere la propria esperienza individuale, quella di soggetto invisibilizzato che con altre soggettività vuole prendere parola.

Rispetto a Simone de Beauvoir per la quale la donna è l’Altro perché non ha la reciprocità dello sguardo maschile, Grada Kilomba ritiene che “la donna nera è l’Altro dell’Altro”. La lingua è un luogo di lotta, come già diceva bell hooks, perché  le parole sono azione, resistenza, tramite le quali  chi è oppress* riprende possesso di sé e si riconosce. Nelle installazioni di Kilomba la parola trova spazio, una parola che, storicamente silenziata dalle narrazioni coloniali, si fa corpo e non lascia più spazio alle paure, diventando soggetto: “Quali storie vengono raccontate? Come viene detto loro? E detto da chi? ” sono interrogativi costanti per rivedere le narrazioni post-coloniali, contro la storia unica. Nel promuovere una molteplicità di voci, afferma Ribeiro, si vuole quindi “rompere col discorso autorizzato e unico, che si pretende universale”. “Vogliamo e rivendichiamo che la storia della schiavitù in Brasile sia raccontata anche dalle nostre prospettive, e non solo dalla prospettiva di chi ha vinto” (parafrasando Benjamin).

Continuando a ripercorrere le varie riflessioni femministe, l’autrice sottolinea che non solo le donne nere occupano un luogo difficile perché non sono né bianche né uomini, ma bisogna anche chiedersi di quali uomini stiamo parlando, in tal modo senza universalizzare né la categoria della donne né quella dell’uomo. Si tratta infatti di concentrarsi sulla diversità delle esperienze, tenendo conto della loro localizzazione nelle relazioni di potere, nonché delle numerose intersezioni che di conseguenza si creano. Secondo la femminista afroamericana Patricia Hills Collins la donna nera nel movimento femminista occupa la posizione di “forestiera interna” come soggetto politico. Occorre quindi – ed è l’intento principale della letteratura dell’America latina – una prospettiva femminista in cui il genere, variabile teorica, non sia separato da altri assi di oppressione in analisi che tengano conto delle differenze, dell’intersezione delle disuguaglianze all’interno delle quali la stessa persona può trovarsi in differenti luoghi (black feminist standpoint).

Ribeiro, riprendendo Audre Lorde, sostiene che la rabbia di quelle donne che non accettano i ruoli imposti, è la condizione necessaria per tenere viva la forza che permette di creare e di mettere in atto delle strategie di resistenza: “conoscere la genealogia della rabbia e quella della lotta ci permette di considerare e di accettare il nostro punto di vista da una prospettiva situata, quella dell’amefricanità”. In un paese povero come il Brasile, spesso si confondono i valori democratici e quelli capitalisti, l’emancipazione con l’ascesa economica senza tener conto delle pratiche del femminismo decoloniale: l’idea che arrivare a possedere gli stessi diritti nei confronti dei beni d’acquisto delle classi privilegiate e bianche sia una liberazione dalla povertà è “un abbaglio”, senza svelare i processi storicopolitici che determinano posizioni subalterne.

Ribeiro parla del Brasile, ma credo riguardi tutto il mondo, perché solo resistendo a tale abbaglio, non sarà più possibile sentirsi parte di un sistema che, ovunque, è nato e continua a basarsi su discriminazioni e disuguaglianze, e solo così si troverà “il coraggio di voler rovesciare tutto il sistema capitalista”.

Djamila Ribeiro, Il luogo della parola, trad. di Monica Paes (postfazione di Valeria Ribeiro Corossacz), Capovolte 2020

Djamila Ribeiro, “La rabbia che sprigiona la forza delle donne contro lo schiavismo”, intervista a cura di Francesca Maffioli, il manifesto 26 novembre 2019.

Françoise Vergès, Un femminismo decoloniale, Ombre Corte 2020

http://griotmag.com/it/grada-kilomba-in-mostra/ 2017

https://globaldialogue.isa-sociology.org/the-representation-of-african-american-women-an-interview-with-patricia-hill-collins

 

 

 

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.