Né indiana né italiana

Clotilde Barbarulli, 13 ottobre 2020

In questo nuovo romanzo di Gabriella Kuruvilla le storie, come già in Milano, fin qui tutto bene, si svolgono nello spazio urbano, mutante e perturbante, in una società ibridata e sempre più povera di relazioni e di prospettive, fra il 2001 e il 2011, intorno alla figura di Ashima, che ha attraversato in vario modo le vite di Carla, Pietro, Manuel e Diana. Vite connotate dalla precarietà lavorativa e affettiva, segnate dalle esperienze delle speranze createsi con il Social Forum e dalla ferita dei fatti di Genova 2001: le cariche della polizia del 20 luglio sfociarono nel massacro alla scuola Diaz e nelle torture di Bolzaneto, come sappiamo.

Il giovane Manuel, fra libri, droghe e lavoretti nei ristoranti, compiacendo anche clienti anziane per arrotondare, arriva a Genova per il G8 “sicuro, leggero e allegro”, attirato da quella contestazione politica: pensa che forse sarebbe stato possibile un altro mondo, “scrivere la storia… inventando una nuova sintassi”. In un attimo si passò però “dal sogno all’incubo” fra cariche, botte, urla lacrimogeni e sassi. Poi una pallottola ed un morto: “L’orologio bloccato sulle 17,27 del 20 luglio 2001”. Manuel fugge e ritorna a casa, cercando solo di dimenticare. È un personaggio negativo, ma, come ha spiegato l’autrice, le interessava sottolineare che, per quella generazione, comunque quel movimento di movimenti era stato un forte attrattore: il G8 ha rappresentato davvero uno spartiacque nella militanza politica attiva, mentre i luoghi in cui si sono elaborate quelle idee, come i centri sociali Pergola o Leoncavallo, sono scomparsi o cambiati.

Manuel in seguito va a Milano come cameriere e incontra una “signora vestita da ragazza”, nera con tratti orientali, ma occidentale nel comportamento, che lo guarda con insistenza: si chiama Ashima e lo pagherà dopo una notte di sesso. Rivedendo il suo volto dopo qualche giorno in un giornale scopre che è morta e va al suo funerale, dove incontra Diana (la figlia) già conosciuta a Genova, ma la evita. La fragilità di Manuel si evidenzia proprio nel rapporto con Diana – che consulta le tecniche di suicidio su internet e ama perdersi nelle strade “della Milano chiusa per ferie”, fra pazzi, barboni e tossici – lei “un topo in perenne fuga dal gatto” anche se non c’è; lui passivo che si lascia mantenere e cerca di accontentarla.

Sullo sfondo delle vite che s’incrociano, sentiamo dunque l’eco del  movimento che, nato a Seattle a fine anni Novanta, criticava su scala globale il modello neoliberale con la discesa  in piazza milioni di persone  e le giornate di Genova 2001 che hanno creato uno scarto lacerante fra gli anni Ottanta/Novanta in particolare per molt* giovan* facendoli sprofondare   in una società sempre più precaria, fuori dall’accesso ad un lavoro garantito, nell’evaporarsi dei diritti, fra spaesamento e disorientamento.

L’anticonformista Ashima si uccide nell’estate del 2001 lasciando la figlia a tormentarsi su domande senza risposta fra un patrigno e una sorellastra da cui fuggirà: la madre “pensava solamente a come ritagliarsi un posto in Italia” e alla fine quando ha una situazione affettiva ed economica stabili, va, per dovere, nella terra natia ad inscenare, affabile e sorridente, “il copione della famiglia di emigranti di ritorno perfetta” con visite a tutti i parenti.  Ma  in realtà Ashima resta sospesa fra le due culture e Diana risente di queste inquietudini, ricordando come la madre, prima di suicidarsi, creava e distruggeva sempre la stessa statua, come una “moderna Penelope che non sembrava aspettare nessun Ulisse: a meno che non avesse dato questo nome alla morte?” Diana, che non riesce a staccarsi da quei ricordi, prova a tornare in India con Manuel, “vestita di insicurezze”. Tutti la guardano, perché “di un colore e di una nazionalità indefiniti e indefinibili”, né italiana né indiana.

La scrittrice-pittrice Gabriella Kuruvilla, di madre italiana e padre indiano, ha sempre espresso nei libri il sentirsi una “enigmatica confusione” tra Oriente e Occidente, straniera sia in India sia in Italia, uno spaesamento che connota la figura di Diana, nello sgretolamento più generale di ogni tessuto relazionale, nella precarizzazione e nella fluidità che amplificano il brusio di sofferenze solitarie. Solo quando incontra Carla, che ama disegnare chi partecipa ai funerali, che ha avuto una famiglia felice e da cui infatti è difficile venir via, scopre un affetto diverso – a dieci anni dal suicidio della madre – e la raggiunge a Bonassola, dove lavora in un ristorante. Diana con le sue insicurezze e Carla, la cui vita da sempre “gira attorno a un avverbio dubitativo”, forse hanno trovato un contatto che riesce a maneggiare con cura ricordi e sentimenti.  È il desiderio di legami a illuminare l’oscurità dell’esistente. Se il presente è “un ponte” da cui si teme di “cadere”, può anche permettere un sosta pur nella precarietà dell’oggi. La speranza è fragile ma come passione del possibile è aperta agli altri e all’imprevisto.

Scriveva Musil che se il cammino della Storia “non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade”, tanto più l’andamento delle storie individuali è un continuo sbandamento. L’amalgama delle esperienze, degli abiti mentali, delle certezze, la molteplicità dei disinganni e delle perdite non è un tutto immodificabile ma il frutto di un progressivo divenire fatto di acquisizioni e di eliminazioni, di avanzamenti e di retrocessioni, in un continuo scambio tra l’io e il mondo. Kuruvilla vuole ricordarci che ognun* è un nodo di relazioni che condizionano, positivamente e negativamente, il cammino. La letteratura – luogo della possibilità e del cambiamento –  illumina così la complessità delle soggettività sempre più cangianti fra culture e lingue, fra precarietà e sofferenza.

Diana, che ha patito l’anaffettività materna (“Non ricordo che lei mi abbia mai abbracciata”) e la mancanza di limiti, si chiede se può esistere il futuro quando il passato è così incombente sul presente. La memoria è ferita (Ricoeur) sia a livello affettivo sia, dopo il G8 di Genova, a livello politico, ma è una parte importante di sé che ha motivo di esistere e può essere una forza propulsiva: “il passato possiamo lavorarcelo addirittura riscriverlo”.

 

 

Gabriella Kuruvilla, Maneggiare con cura, Morellini editore 2020, pp. 213, euro 14,90

Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, 2003

Robert Musil, L’uomo senza qualità, 1957

Gabriella Kuruvilla, Milano, fin qui tutto bene, 2012

Eugenio Borgna, Speranza e disperazione, 2020

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