Cattiverie tra donne

Gisella Modica, 26 febbraio 2020

“Vis a Vis” (Faccia a Faccia) è una serie televisiva di Netflix firmata da Alex Pina, lo stesso di La casa di carta. Il titolo si riferisce al metodo usato nelle carceri private della Catalunya dove i/le detenute hanno diritto ai colloqui intimi con il proprio partner, comprese le coppie omosessuali, chiamati appunto “vis a vis”.

La protagonista è Macarena Ferreira (Maggie Civantos), una giovane professionista spinta dal suo capo e amante a commettere vari illeciti per i quali viene condannata a sette anni. In carcere conoscerà Zulema (Najwa Nimiri) la più spietata delle carcerate; Kabila la riccia (Verta Vazquez) contesa da due donne; Saraya (Alba Flores) dal sangue gitano, la più passionale; Soledad (Maria Isabel Diaz Lago), che è materna e si prende cura di tutte; Tere, la tossicomane, la più fragile.

Attorno a queste figure ruotano le vite di altre carcerate dai profili ben delineati e una direttrice facilmente manipolabile dagli uomini. Ci sono poi parecchie guardie carcerarie e un medico: uomini infidi, malvagi, stupratori seriali interessati al potere e al denaro, che non si fanno scrupoli a liberarsi delle carcerate con punizioni, torture, fino all’eliminazione fisica se non ubbidiscono o intralciano il loro cammino.

Ottime la regia, il montaggio, i dialoghi; la serie è stata definita un “pulp thriller” sullo stile di Tarantino per la sequela di vendette, ricatti, evasioni rocambolesche e continui colpi di scena, politicamente scorrettissima, ma attenta a tematiche quali la dipendenza da droghe e la corruzione che deriva dalla privatizzazione delle carceri.Eccessivi, spesso gratuiti, il sangue e la violenza.

“Non ha importanza quello che sei stata fuori dal carcere, ladra o assassina”, dice una di loro davanti alla telecamera, momento in cui a turno le carcerate si mettono a nudo, confessano le loro fragilità, piangono per le violenze subite e fatte subire, parlano dei sogni infranti, dei figli lasciati a casa, dei desideri da realizzare quando saranno libere, della nostalgia del fuori: il prato da calpestare, l’acqua del mare dentro cui immergersi. Ciò che importa dentro quel microcosmo infernale è non tradire. Chi lo fa viene dalle stesse compagne punita o eliminata fisicamente secondo la gravità.

Tra le mura del carcere si ricrea pertanto la stessa gerarchia maschilista: chi sa farlo e riesce a imporsi comanda e dispone della vita delle altre. Si studia per individuare nell’avversaria il punto debole e colpirla, ma si può utilizzare quella conoscenza anche per proteggerla e aiutarla in caso di pericolo.

Dentro il carcere si spaccia, e pagando, si può ottenere tutto, anche commissionare un omicidio all’esterno delle mura, ma se non paga il pattuito, la donna diventa schiava della persona con cui ha contratto il debito, la quale può tenerla con sé per i servizi più umilianti oppure può rivenderla o affittarla a ore ad altre carcerate per esempio per prestazioni sessuali, le stesse a cui vengono sottoposte tutte le “novizie”. Macarena, una donna indecisa e credulona, incapace di fare del male, per sopravvivere si trasforma in una delle cape più feroci, sorprendendosi lei stessa di ritrovare capacità insospettabili dentro di sé.

Ciò che mi induce a seguire la serie con interesse è il fatto che le protagoniste, le più toste, si dichiarano femministe, inneggiano e praticano la solidarietà femminile tra chi non ha tradito, e non esitano a farsi giustizia da sé: come Saraya che immobilizzato il medico che l’ha violentata dopo averle somministrato un sonnifero lo evira sotto gli occhi complici della guardia carceraria donna. Ma c’è un’altra ragione che mi spinge a vedere “Vis a vis”. Con la stessa passione e ferocia, ai limiti dell’umano, con cui odiano, queste donne sono capaci di amare, innamorarsi, pronte a morire per difendere la propria compagna, a solidarizzare con le più fragili se hanno ricevuto un torto, a mostrare generosità fino a donare i propri pochi soldi o organizzare collette in aiuto di chi è in stato di bisogno. C’è una cosa oltre la quale ciascuna non riconosce più l’esistenza dell’altra: il pericolo per la propria sopravvivenza. Zulema per esempio non riconoscerà la figlia quando si rende conto che farlo comporterebbe la sua eliminazione fisica.

Al di là della discutibile interpretazione da parte del regista del femminismo (inteso come capacità delle donne di saper emulare e gareggiare con le gesta maschili), ciò che mi interroga è la messa in scena dell’altro lato del femminile – la cattiveria, l’invidia, la gelosia, la complicità, la vendetta – vissute in forme e intensità uguali a tutti i sentimenti positivi. Come se non potessero esistere l’una senza l’altro – la luce, senza l’oscuro; anzi, per essere autentiche, vissute fino in fondo, le parti luminose di sé devono alimentarsi e trovare linfa in quelle oscure, e viceversa.

Su questo lato oscuro della luna, che la letteratura e l’arte ha molto rappresentato, il femminismo si è sempre poco soffermato, lo ha censurato, direi. Eppure mai come in questi ultimi anni, grazie all’emancipazione ormai compiuta, si sono susseguite sulla scena pubblica donne della peggiore specie, complici ed emulatrici delle peggiori modalità maschili.

Nulla di nuovo sotto il sole, direte voi, ma io mi chiedo se di fronte al persistente imperversare di sessismo e maschilismo, mettere nell’agenda politica questo lato oscuro del femminile – invidia, competizione, emulazione del maschile – come “questione” da trattare al pari delle discriminazioni, degli stereotipi e della violenza non ci aiuti a illuminare l’origine del fallimento di molte azioni positive che rendono inefficace la politica delle donne.

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Gisella Modica

Sono nata nel 50, vivo a Palermo, ho una figlia a Torino, un marito, due gatte, altre sparse in giardino. Mi sono fatta il ’68, il ‘77, poi ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi son fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, tutti gli 8 marzo, anche se non ci credevo. Mi sono pure candidata indipendente (non ricordo quando) in Rifondazione Comunista, e poi ho detto BASTA! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, fondata, tre le altre, dalla grande Simona Mafai, oggi diretta da Letizia Battaglia, e pure dal ’93 della Biblioteca delle donne UdiPalermo, fondata nel 1946 da Anna Nicolisi Grasso. Dal 2000 sono socia della Società Italiana delle letterate. Sono nella redazione della rivista on line Letterate Magazine diretta da Silvia Neonato e componente della redazione di Leggendaria diretta da Anna Maria Crispino. Per Stampa Alternativa ha pubblicato Falce, Martello e cuore di Gesù (2000) e Parole di Terra (2004). Per Villaggio Maori I racconti della Cattedrale, Storia di occupazioni, rimozioni, immersioni (2016). Per Vita Activa edizioni ho curato il testo a più voci Le personagge sono voci interiori (2017); per Iacobelli ho pubblicato il romanzo Come Voci in Balia del Vento (2018).

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2 Comments
  1. Serena

    Cara Gisella, sono completamente d’accordo con te, che bell’intervento! Questo tema mi interessa molto, perché secondo me può illuminare anche due aspetti collaterali. Uno è il rapporto tra generazioni diverse di donne, con tutto il portato di conflitti e contrasti dato talvolta da una cattiva comunicazione reciproca. L’altro aspetto è più sottile, forse, e difficile da riassumere: mi riferisco a quel velo invisibile che, soprattutto in occasione di eventi collettivi di stampo femminista, ‘impone’ una visione univoca di un dato problema, ed esclude automaticamente chi si sente diversa o cerca di portare voci fuori dal coro. Mi viene in mente, ad esempio, quando a Paestum, anni fa, al ‘Primum vivere’ (di cui ho visto registrazioni video su YouTube), emersero forti contrasti e malintesi tra donne appartenenti a una borghesia istruita e altre provenienti da classi sociali meno abbienti. Oppure mi vengono in mente testi dimenticati, come la ‘Conversazione sulla differenza sessuale in Sicilia’, dove già emergevano equivoci dovuti alla (inevitabile) creazione di gerarchie tra donne di diversa appartenenza sociale. Quale il linguaggio, in quei casi, e quale la misura da adottare per confrontarsi? Si possono evitare la cattiveria, la piccineria, le corporazioni? Forse in questo senso servivano di più gli incontri di autocoscienza, dal vivo, delle reti sociali. Non so. Magari mi sbaglio. Ci si vedeva ‘di corpo’ e di fronte, ci si toccava, ci si parlava di persona. Oggi, nel ciclotrone mediatico, mi sembra spesso più aleatoria anche la complicità femminile, che spesso porta a uno sbandieramento del femminismo stesso come marchio, come etichetta di un gruppo di elette. Grazie di cuore, comunque, i tuoi spunti di riflessione sono utilissimi!

    • Grazie Serena per l’attenzione alle mie riflessioni. Molti anni fa una insuperabile giornalista siciliana Giuliana Saladino parlava sulle pagine della rivista Mezzocielo della postura “delladonnadisinistracontro” che non riesce a vedere tra le scorie “il luccichio della domanda giusta”. Portava come esempio di scrittura da adottare la lingua NU SHU del dolore. Ecco io credo che nelle riunioni anche quelle in presenza a cui tu ti riferisci e meno che meno nelle piattaforme femministe e tra le giovani, tutto questo manchi , anzi si stia radicalizzando questa postura della donna contro. Io vorrei parlare di amore e innamoramento tra uomo e donna ma ia battaglia(sacrosanta) contro la violenza sessuale sul corpo femminile non lascia spazio ad altro. Sopratutto ad altri linguaggi.
      Grazie del tuo commento
      Gisella

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