Clinica e non critica

Dall’ottobre del 2018 un gruppo di ricercatori/trici e attivisti/e si riuniscono aderendo alla proposta di un laboratorio che di fronte alla crisi propizi un passaggio dalla ‘critica’ alla ‘clinica’. Cosa vuol dire?

E’ nei momenti di crisi, quando mancano le parole per dire, per dirsi, che nasce la necessità di ripensarsi, di riaprire spazi di possibile trasformazione. Sono i momenti in cui ci si rivolge, o si torna al sapere dell’esperienza, si dà ascolto al corpo, ai desideri. Si torna a raccontare se stesse/i come forma di riposizionamento nella storia, ma anche di de-colonizzare la mente dai condizionamenti che i rapporti di dominio generano.  È una crisi globale, quella che attraversiamo, che coinvolge umani, animali, ambiente, vissuta da molti come momento buio, di non ritorno sia dal punto di vista delle coscienze, dei comportamenti, del linguaggio, che della fragilità degli ecosistemi messi a rischio dallo sfruttamento incontrollato delle risorse che depaupera il suolo di intere popolazioni generando conflitti e apocalissi locali.

Dalle attuali forme di governabilità, predatorie e securitarie, umani e non umani sono considerati “dispensabili” e come tali imprigionati, o impediti nel movimento, espulsi o costretti a migrazioni forzate che causano coabitazioni spesso conflittuali. Chi non viene espulso ma non ha diritto alla distribuzione della ricchezza – lavoratori in nero o senza documenti, badanti, donne vittime di tratta e del capolarato nelle campagne – viene mantenuto in una condizione di invisibilità, privo di corporeità essendo il corpo “punto di resistenza” che ostacola il mantenimento di un potere sovrano che decide chi lasciare vivere e chi no.

Fronteggiare questo tipo di crisi si rivela pertanto un compito arduo soprattutto per chi è consapevole di essere interdipendente e vulnerabile, ed è necessario coabitare il mondo nelle differenze. Si tratta di ripensare la comune dimensione umana e la  “critica”, la sola facoltà intellettuale che teorizza, analizza, dà giudizi, distingue il vero dal falso, non basta più. Serve la “clinica” – da de-clinare: chinarsi, curare ciò che è malato o schiacciato da ingiustizie e diseguaglianze.

Chinarsi verso, saper ascoltare è una diversa postura che comporta altre competenze, o predisposizioni d’anima, a cominciare dal saper esplorare forme di resistenza non solo reattiva, attestate su ciò che manca. Abbandonare insomma la logica del risentimento vittimistico e dell’esclusione tipica dei movimenti antagonisti che continuano a riprodurre forme e modalità che si intendono combattere: rivoluzioni, rivolte, rivendicazione di diritti non hanno infatti prodotto necessariamente libertà.

Serve invece agire in una dimensione affermativa, creativa, persino gioiosa, ciascuno/a partendo da sé, dalla propria inadeguatezza di fronte al presente e mettendo al centro il proprio desiderio, percorrere lo scarto vissuto in una nuova dimensione immaginale che chiami in causa la poesia.

In quanto azione di ascolto e di nuove possibilità d’incontro la “clinica” si può praticare solo in comune, in uno spazio fisico e mentale relazionale, capace di generare nuovi progetti, nuove reti.

Di questo, e molto altro, parla il Lessico della crisi e del possibile Cento lemmi per praticare il presente, un testo a più voci risultato del laboratorio, curato da Fabrice Dubosc con la postfazione di Gianluca Solla.

“L’idea è animare il desiderio di partire da sé e prendere parola per generare pensieri vitali che propongano un’alternativa del sentire e del capire, invece che di giocare di sponda”, scrive Dubosc sul blog del gruppo di Clinica della crisi del 6 luglio. “Ma anche rivitalizzare concetti che abbiamo ereditato, fuori dagli stereotipi dando loro carne e sostanza, senza che diventino piccoli mantra rassicuranti, ma creino a loro volta nuove connessioni che interagiscano col reale”.

45 autori/trici sono stati invitati a scrivere uno o più lemmi – da accelerazionismo a zingare; da afrofuturismo a vulnerabilità; da antropocene a transfemminismo; da bikini e burkini a tortura; da campo a somateca; da cimiteri migranti a ospitalità; da colonialismo a razzismo; da cura a Sahel, passando per debito, defaunazione, diritti dei morti, estrattivismo, femminicidio, lutto, necropolitica. Lemmi che trovano risonanza nel personale percorso di resistenza e/o di ricerca di nuove pratiche creative. Non intendono pertanto dire “verità” o giungere a sintesi, ma creare connessioni “vie di fuga” che favoriscano la nascita di relazioni, di spazi di confronto e di dibattito “in presenza” e ridare al lessico “sangue e carne”.

Il testo intreccia e fa dialogare pensiero de-coloniale, queer, psicanalisi, antropologia, studio di ecosistemi rispettando la diversità di prospettive. E’ costante il ricorso e il riconoscimento di debito al pensiero femminista, alle sue pratiche – il partire da sé, il pensare in relazione, l’attenzione al corpo, al sapere dell’esperienza, la necessità del ricorso all’immaginazione.

Trattandosi di “rimettere al mondo il mondo” affiora in diverse pagine l’esigenza di un’altra genealogia, il ricorso “a un inizio rimosso e sepolto, eppure custodito nella carne”: la genealogia materna.

 

A cura di Fabrice Olivier Dubosc, Lessico della crisi e del possibile. Cento lemmi per praticare il presente. Postfazione di Gianluca Solla. Edizioni SEB27, 2019

 

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Gisella Modica

Sono nata nel 1950, vivo a Palermo, una figlia archeologa precaria, un marito, una gatta in casa, diversi in giardino. Mi sono fatta il ’68, nel ’75 ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi sono fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, fino a SNOQ, e tutti gli Otto Marzo, anche se non ci credevo. Sono stata candidata, poi ho detto basta! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Femminista sono tuttora, molto vicina al pensiero della Comunità Diotima di Verona. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, bimestrale di donne autogestito, fondato nel ’92, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, e del direttivo dell’associazione Biblioteca delle donne UDI Palermo, fondata nel 1948. Ho condotto laboratori di narrazione con donne adulte poco scolarizzate e in alcune scuole. Per Stampa Alternativa ho pubblicato Falce, Martello e cuore di gesù, e Parole di terra, tratto da un laboratorio di narrazione con le donne di un antico quartiere di Palermo. Ho pubblicato diversi racconti e saggi su riviste e antologie.

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