La moglie di Einstein, purtroppo

Clotilde Barbarulli, 6 novembre 2019

Mileva Marić, studiosa di fisica serba, dopo anni di collaborazione col futuro Nobel e padre dei suoi figli, fu abbandonata e misconosciuta come scienziata. Il libro di Slavenka Drakulić ce ne restituisce la storia. E il Politecnico di Zurigo intende risarcirla: Ancora si dice comunque che le donne non sono adatte all’astrazione

Di Clotilde Barbarulli

“Sono talmente fortunato ad averti trovato, una persona che mi sta alla pari, forte e indipendente come me!”, scrive Albert Einstein all’allora fidanzata Mileva Marić nell’ottobre 1900. Mileva collabora alle ricerche del compagno e lo sostiene, in un’intesa intellettuale forte e con il desiderio di conoscenza che li accomunava. “Quando ho letto Helmotz per la prima volta, mi è sembrato così strano che tu non fossi qui accanto a me oggi, e la situazione non migliora. Trovo che il nostro lavoro sia molto benfatto, insieme è più semplice” le scrive Albert infatti nel 1899.
Pochi anni dopo, nel 1914, Milena riceve però una lettera stile notarile che, con una durezza agghiacciante, pone condizioni imprescindibili per vivere nella stessa casa: Mileva Marić coniugata Einstein sprofonda nel dolore. Le condizioni umilianti che Albert impone per la convivenza contengono l’obbligo per lei di occuparsi del bucato, dei pasti e della pulizia della camera e dello studio rinunciando a qualsiasi “rapporto personale” o “intimità” col marito.
Mileva ha già affrontato con determinazione la difficoltà di essere zoppa, di studiare all’università, prima studentessa di Fisica al Politecnico di Zurigo. Ma quando il rapporto con Einstein incomincia a frantumarsi, si sente preda della malinconia, di una sorta di “tubercolosi dell’anima”, cosciente che la fede nella scienza di Einstein lo preserva dal capire i problemi psichici, così come da molto altro.
Il libro porta come sottotitolo “Teoria sul dolore”, un concetto che attraversa tutto il lavoro di Drakulic, che ha sempre indagato la complessità di ciò che ferisce il corpo e la mente, fin dai suoi scritti sulla ex Jugoslavia.
Nel caso di Mileva le difficoltà incontrate dalla coppia culminano con la nascita della figlia illegittima e con la sua perdita, un dolore profondo che mina la personalità forte della donna. Dovette nascondere la sua gravidanza perché “un figlio fuori del matrimonio avrebbe esposto Albert a scandali” e d’altra parte non si potevano sposare per l’opposizione dei genitori di lui da cui Einstein dipendeva anche economicamente. Mileva va perciò nel 1902 dai propri genitori in Serbia a partorire la piccola Lieserl che viene lasciata lì, in attesa di poterla riprendere, come aveva promesso Albert, ma, se con la morte del padre di lui, possono sposarsi (1903), la bimba resta dai nonni, e, morendo di scarlattina, viene sepolta senza nome, sempre per volere di Einstein.
Mileva si sente in colpa: le restano solo le lettere in cui chiedeva con ansia al padre notizie della piccola cui pensa di aver rinunciato perché amava troppo Albert. Il passato diventerà così un “peso da cui non riesce a liberarsi”, aggravato dalla solitudine e tristezza per la separazione e le difficoltà di crescere da sola i due figli. Tre grandi dolori dunque la lacerano, la perdita della piccola, la separazione da Albert (il divorzio, fu formalizzato nel 1919, cinque anni dopo la separazione), l’aggravarsi del figlio più piccolo cui viene diagnosticata la schizofrenia: “Non c’è carta, caro Albert, che possa contenere il mio dolore” .
Mentre Einstein continua nei suoi successi con la nuova compagna Elsa, che è più bella, rispecchia gli stereotipi femminili ed è ebrea, Mileva passa anni a chiedere soldi per i suoi figli e a difenderne i diritti, sentendosi in colpa con se stessa e con il proprio padre, che l’aveva tanto spinta agli studi credendo nella sua intelligenza e capacità. Ma Mileva, interlocutrice essenziale per la riuscita e per lo sviluppo del lavoro di Einstein, non ha neanche la soddisfazione di aver firmato i lavori svolti.
Quando nel 1908 lo scienziato Conrad Habicht le chiese il perché, rispose: “Perché dovrei? Io e lui siamo una sola pietra”, un gioco di parole sul cognome Einstein che in tedesco significa “una pietra”. Si può pensare che la decisone fosse determinata anche dal pregiudizio nei confronti di pubblicazioni scientifiche firmate da donne. Da ricordare che quando si trattò di attribuire il Nobel ai Curie per la fisica con Antoine Becquerel (1903), si fece solo il nome di Pierre ma, per le proteste del marito, innamorato e consapevole del valore di Marie, lei non ne fu esclusa. Tuttavia il discorso di accettazione fu chiesto al solo Pierre. Albert, che in una lettera del 1901, aveva scritto a Mileva: “Quanto sarò orgoglioso e felice quando insieme avremo portato a una conclusione vittoriosa il nostro lavoro sul moto relativo!”, forse per un improvviso e momentaneo senso di colpa, nelle clausole del divorzio decide che, in caso di vittoria del premio Nobel, la somma sarebbe andata alla ex compagna.
Drakulić offre il ritratto di una scienziata brillante pur nelle difficoltà di quel mondo ma che si sente lacerata fra la ricerca e l’affetto filiale, senza alcun appoggio del marito – sempre più estraneo se non nemico – e che, una volta separata, tra frequenti ricoveri in ospedali per cause fisiche e psicologiche, cede lentamente ad una dolorosa solitudine fino all’impossibilità di occuparsi del figlio minore diventato aggressivo e ricoverato in clinica: “La malinconia la attaccava come una bestia feroce, divorandola da dentro”.
Oggi al Politecnico di Zurigo discutono se attribuire a Milena una laurea postuma cui aveva rinunciato per le gravidanze, e potrebbero sembrare lontane le difficoltà per le donne di essere scienziate, ma un’indagine del 2016 condotta in cinque paesi europei, tra cui l’Italia, ha dimostrato che solo il 10% degli intervistati pensa che le donne abbiano particolari attitudini per la scienza. A ottobre dello stesso 2016 esce su Repubblica uno scritto dello scienziato Piegiorgio Odifreddi, in cui. sottolineando le poche donne Nobel nel settore (da 14 in letteratura a 2 in fisica e 1 in economia), afferma che la progressione discendente dei dati indica “come l’attitudine femminile sia direttamente proporzionale alla concretezza e indirettamente proporzionale all’astrazione”
La frase sembra riecheggiare le parole “Fa piacere vedere che anche le donne hanno un cervello”, dette dal matematico Renato Caccioppoli nel film Morte di un matematico napoletano: un concetto che riflette pienamente il clima ostile che circondava le (poche) scienziate nella prima metà del ‘900. E non scordiamo che il signor Maston di Jules Verne (Il mondo sottosopra) sostiene che una donna, vedendo cadere una mela, non avrebbe potuto mai scoprire le leggi della gravitazione universale ma si sarebbe limitata a mangiarla secondo l’esempio di Eva.
La cosiddetta scarsa attitudine delle donne all’astrazione è uno stereotipo che persiste e il giudizio di Odifreddi ignora volutamente le condizioni storiche in cui le donne che si sono occupate di scienza hanno operato, le discriminazioni che hanno subito per secoli nel campo dell’istruzione, anche per il paradigma della donna vista solo come moglie-madre. Ma le scienziate dimenticate sono tante, come è emerso anche dal ciclo che abbiamo organizzato nel 2018 al Giardino dei Ciliegi di Firenze con Angelica De Palo. Ora ne parlano in tv e nei giornali: il soffitto di cristallo è finalmente incrinato?

Slavenka Drakulić, Mileva Einstein. Teoria sul dolore, traduzione di Estera Mioćić, Bottega Errante edizioni, 2019

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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