Il femminismo. Festoso, arrabbiato, di classe, antirazziale, giovane, allegro…

di Clotilde Barbarulli, 21 maggio 2017

Cinzia Arruzza, docente di filosofia alla New School for Social Research di New York e Lidia Cirillo, attivista e saggista, ci offrono il numero 6 dei Quaderni Viola – un testo interessante e stimolante – per rispondere ad alcune giovani, tra le organizzatrici di NonUnaDiMeno del 26 novembre scorso, desiderose di capire “la strada” che il percorso intrapreso ha “alle spalle”. Cirillo sostiene che il movimento delle donne non è carsico, come si usa dire, “non sprofonda nel sottosuolo ma si decompone”, proprio perché le donne non sono soggetto politico permanente e la sorellanza universale è un mito. Le donne così continuano a cercare la libertà individualmente o in gruppi, pensano e agiscono diverse vie politiche. Vale sempre la formula degli anni Settanta del partire da sé senza smettere di guardarsi intorno: oggi le nuove generazioni sono costrette a collocarsi in una logica distopica, ma con un’utopia che accende la passione del fare, come dimostrano le numerose forme di resistenze degli ultimi tempi. Perciò giustamente per Cirillo è importante che conoscano la storia del femminismo inteso come “l’insieme dei femminismi esistiti, esistenti e possibili, il cui obiettivo comune è rendere migliore e più libera la vita delle donne”.

Ripercorre così alcuni momenti significativi di quella storia, dalle donne che lottarono in nome della égalité alle rivoluzionarie sansimoniane, dalle esponenti del femminismo differenzialista alle teoriche del queer e dell’intersezionalità. Iniziando dalla rivoluzione francese e dal principio di uguaglianza Cirillo sottolinea come i rivoluzionari hanno usato le donne finché si è trattato di rovesciare l’ancien régime ma dopo hanno temuto la loro radicalità. La ragione è per il primo femminismo la misura dell’égalité, propria di quel tempo, e per Mary Wollstonecraft le donne hanno diritto all’uguaglianza in quanto esseri razionali non meno degli uomini. Quelle intellettuali potevano solo chiedere le stesse cose degli uomini in quel contesto: l’istruzione, la cittadinanza, la possibilità di disporre dei soldi ereditati o guadagnati, più o meno come nell’altra sponda dell’Atlantico. Accenna così a varie figure femminili che caratterizzano i socialismi del XIX-XX secolo, soffermandosi in particolare su Clara Zetkin, e mettendo in luce come i vari femminismi hanno aggirato in forme diverse il problema di una femminilità precostituita cui le donne dovevano adeguarsi.

Con gli anni più recenti il femminismo riprende il suo “doppio gioco” nell’indossare una identità virtuosa o trasgressiva oppure nel rifiutarle e Cirillo offre due esempi: Luce Irigaray per restituire alla donna il senso della propria responsabilità propone lo statuto di Vergine e Madre (Festa dell’Unità 1986), arrivando a consigliare una legge sulla verginità come identità positiva per le giovani donne (così identificate “come nella peggior morale patriarcale, sulla base di una specifica condizione del loro organo sessuale”). La differenza di pensiero – sottolinea – nel senso in cui l’ha intesa il femminismo differenzialista può essere solo “un’ipotesi epistemologica”, per non ricascare nelle immagini normative e stereotipate da cui il femminismo ha sempre cercato di liberare le donne.

Butler invece rappresenta l’espressione di fenomeni politici nuovi, legati a sessualità che non ubbidiscono alla norma: non più il “Chi e cosa è una donna?” ma “Come si forma una donna?” è al centro del problema. E sicuramente, non solo in Italia, una nuova leva femminista si riconosce nel queer, che va incontro a due esigenze del presente, creando sul piano esistenziale uno spazio in cui le identità si fluidificano, mentre favorisce politicamente una ricomposizione. Lidia Cirillo ricorda, per superare difficoltà nodali su tali tematiche, che la soggettività è come “un cantiere di lavori sempre in corso” e che per de Lauretis esiste un’interazione fra sesso e genere, e il soggetto è il prodotto sia dell’assoggettamento (Foucault) sia del mondo fantasmatico (Freud e Laplanche).

Cinzia Arruzza ripercorre invece la storia spesso ignorata o rimossa del femminismo nero, che risale alle esperienze del movimento operaio americano della prima metà del XX secolo: verso la fine degli anni Settanta ne viene rivendicata la specificità e Angela Davis offre una lucida analisi della simultaneità di sfruttamento di classe e oppressione di genere e razziale, stabilendo una continuità tra passato schiavistico e segregazione razziale e stigmatizzando nel femminismo americano l’adozione di un universalismo astratto che finisce per rendere universali le condizioni particolari di vita della donna occidentale bianca e di classe media.

Arruzza sottolinea quindi come un approccio marxista al problema dell’oppressione delle donne può aiutare in quanto basato sull’analisi degli effetti del capitalismo dal punto di vista della piena autodeterminazione. Così si arriva alla ‘universalità reale’ di Balibar che indica l’interdipendenza concreta tra le varie unità che chiamiamo mondo:“Il potere di universalizzazione del capitalismo è ciò che può essere assunto come base per una politica femminista universalistica che sia al contempo di classe e antirazzista”. Pensiamo alla ‘catena della cura globale’ in cui una donna in un paese a capitalismo avanzato ricorre a una migrante che a sua volta dovrà lasciare il lavoro riproduttivo ad altra donna della famiglia. Questa pressione sociale tuttavia, pur se in misura e con conseguenze diverse, può favorire una solidarietà politica col medesimo obiettivo di superare il capitalismo per una società più giusta per tutte le donne.

Critica perciò giustamente la cooptazione di un certo discorso femminista da parte degli Stati che, in nome della “libertà delle donne”, giustificano interventi imperialisti nei paesi musulmani o politiche islamofobe, denunciando in particolare l’ossessione di Hollande a svelare e salvare la donna musulmana (il “femonazionalismo”, come lo chiama Sara Farris). Questo femminismo “bianco come la neve”, scrive, non ha remore ad allearsi con lo Stato, i suoi divieti e la polizia che ne assicura l’esecuzione. Anche in Italia alcune femministe, come Lorella Zanardo, si sono purtroppo espresse a favore del divieto del burkini.

Il problema è – per Arruzza – che dagli anni Settanta ad oggi, negli Stati Uniti, il reddito di alcune donne, grazie a provvedimenti come l’Equal pay act, è cresciuto più velocemente di quello degli uomini della stessa élite, mentre nel decennio 2000-2010 il reddito delle donne lavoratrici è rimasto invariato. Perciò molte statunitensi in questa forte disuguaglianza ad esempio non si sono sentite rappresentate da una Clinton, che pur parlando di diritti riproduttivi e libertà femminili, personificava un femminismo liberale che ha avvantaggiato solo una classe di donne, fornendo una copertura ideologica al progressivo smantellamento di garanzie per lavoratrici e disoccupate.

Anche in Italia, tenendo conto della situazione statunitense, le questioni del reddito e della divisione sessuale del lavoro non possono che essere centrali per una nuova ondata di femminismo. Trasformare il mondo dell’impresa attraverso una maggiore affermazione delle donne è l’intento di Sheryl Sandberg (Facciamoci avanti 2013), lean in feminism, con l’obiettivo per alcune di migliorare individualmente le proprie condizioni di vita. Ma questa strategia non tiene conto dei milioni di migranti che lavorano come badanti, delle precarie dei call center, delle disoccupate, delle insegnanti malpagate, delle pensionate a meno di 1.000 euro al mese e così via: il successo di donne di classe medio-alta non “si trasmette loro per osmosi”. Perciò sono criticate le posizioni della Libreria delle donne di Milano che non si allontanano molto da tali nodi pur con presupposti teorici diversi: non tenendo conto del contesto neoliberista e di austerità degli ultimi anni, né delle specificità delle migranti, le posizioni espresse nel concetto del “doppio sì” alla maternità e al lavoro rischiano di diventare “cameriere del neoliberismo” (Nancy Fraser).

Se con Arruzza e Cirillo si considera il capitalismo come un ordine sociale, contenente al suo interno rapporti di sfruttamento ma anche di dominio e alienazione, senza ricadere nell’economicismo che esclude il genere, allora l’identificazione del nemico di classe non può che generare una politica anticapitalista, femminista, antirazzista e intersezionale, universale, fondata non sull’idealizzazione di un’essenza comune ma sull’analisi dei diversi modi in cui il capitalismo impatta sulle vite: un “universalismo insorgente” per un nuovo progetto di liberazione dall’oppressione sessuale. E, contrapponendosi al femminismo lean in, deve ripensarsi come parte integrante di una battaglia generale in difesa dei diritti sociali e civili, contro la precarietà e la disoccupazione, contro le politiche criminali portate avanti dall’Unione europea e dall’Italia ai danni delle migranti. L’appello finale di Arruzza – e non si può non condividere – è rivolto, come emerge anche dalla postfazione di Montella, ad un femminismo “rumoroso, festoso, arrabbiato, di classe, antirazzista, conflittuale, giovane (anche in senso metaforico, penso…) e migrante”.

Cinzia Arruzza e Lidia Cirillo, Storia delle storie del femminismo. Con postfazione di Tatiana Montella, ed. Alegre 2017, pp. 158, 12,00 euro.

Luce Irigaray, Il tempo della differenza, Riuniti 1989

Libreria delle donne di Milano, Immagina che il lavoro, Sottosopra 2009.

Judith Butler (Gender Trouble 1990) Questioni di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza 2013 (1^ trad. Scambi di genere, Sansoni 2004).

Teresa de Lauretis, Sui generis, Feltrinelli 1996

Sheryl Sandberg, Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire, Mondadori 2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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