Il memoir di Lucy Sante “Io sono lei” racconta la transizione da Luc a Lucy a 67 anni, ma anche la vita precedente, dall’infanzia come figlio di immigrati belgi nell’America degli anni Cinquanta, procedendo su due binari e passando di continuo dal femminile al maschile
Di Alice Gerosa
Ho ascoltato Lucy Sante, l’autunno scorso a Roma, quando ha presentato il suo memoir Io sono lei. Storia della mia transizione (edito in Italia da NNE, nella collana Perenni). Di solito evito le presentazioni di libri che non ho letto o autori che non conosco, perché mi fanno sentire in difetto, come se fossi arrivata impreparata a un esame. Però con il Festival romano di scrittrici InQuiete è diverso, l’assoluta fiducia nella scelta degli ospiti e dei temi rende semplice lasciarsi sorprendere. E così ascolto il dialogo tra Lucy Sante e Isa Borrelli (autore di Gender is Over) e decido già dalle prime battute di comprare il libro, perché se Lucy scrive anche solo con metà della bravura con cui parla ne sarà valsa la pena. Provo un piacere sadico nell’ascoltare le traduzioni dall’inglese di Pietro Cecioni, nel giudicarle mancanti, vuoi per aver travisato il significato, vuoi per una macchinosità della resa. Ma anche in questo caso InQuiete mi stupisce, e gli incontri con autori stranieri saranno sempre delle lezioni di buona traduzione. Ciò nonostante in questo incontro qualche inciampo c’è, ed è proprio nell’utilizzo del maschile e del femmininile. Perché se il presente è univocamente femminile e il passato remoto maschile, il confine tra i due non è semplice da gestire.
Nella mia copia autografata di Io sono lei scopro presto che questo “rimbalzo” tra i pronomi ritorna anche nella traduzione del libro, a opera di Anna Mioni. Al principio è un po’ spiazzante, questo passaggio continuo dal maschile al femminile a intervalli brevi. Per qualche ragione avevo dato per scontato che con la transizione la natura femminile di Lucy, che per sua stessa affermazione era latente in lei da ben prima del suo coming out a sessantasette anni, avrebbe in qualche modo avuto un’azione retroattiva, portandola a parlare di sé al femminile anche per il suo passato. Un pensiero semplicistico e nulla di più lontano dalla sua scelta narrativa.
Il memoir infatti non ha una struttura lineare ma procede grossomodo su due binari che si intersecano continuamente tra loro. Il primo è quello che dà il sottotitolo al libro: storia della mia transizione. Parte appunto dall’inizio del 2021, quando Luc Sante informa via mail i suoi più stretti amici della scelta di iniziare una transizione di genere. Da questo momento le fasi di questa transizione, a sua volta piena di dubbi e passi indietro, si intrecciano con l’altro binario, quello della vita di Luc Sante precedente, dall’infanzia come figlio di immigrati belgi nell’America degli anni Cinquanta alla giovinezza nella New York di Patti Smith e Paul Auster.
Le due parti non sono a compartimenti stagni, non c’è un prima e un dopo. Lucy esiste ben prima di quella mail nel 2021 e Luc non rimane sepolto tra gli abiti dismessi. Nessuna Fenice che sorge dalle ceneri, nessun rimpianto se non quello di aver nascosto e negato per tanto tempo una parte di sé. La stessa scelta del nuovo nome è significativa, non c’è nulla di morto nel deadname di Lucy Sante. L’identità trans dell’autrice è importante, certo, ma non esaurisce il suo essere e la sua esperienza, così come non la esaurisce la sua origine migrante o la provenienza dalla working class. È lei stessa a chiarirlo, affermando di non essere una scrittrice trans, ma «una scrittrice che è trans».
A costo di risultare provocatorie si può affermare che la storia al centro di Io sono lei non è una storia trans. O meglio non è soltanto una storia trans. Lucy Sante, come tutte le grandi scrittrici, riesce a fare della sua esperienza un universale che risuona nelle corde di ciascuna di noi e pone delle (sacrosante) mine alla base delle idee che diamo per scontate e su cui poggiamo la nostra concezione di società.
Prenderò un solo esempio, che però mi sembra emblematico. Riflettendo sul processo di costruzione della sua identità da donna, Lucy afferma che, in quanto donna trans, sebbene «dal punto di vista legale ed etico dovrebbe essere riconosciuta identica a quella cisgender», si sente spesso «una donna “tirocinante”» È una definizione buffa, ma cela una verità inquietante e più comune di quanto non possa sembrare a prima vista. Lucy, come donna trans, non può fare a meno che sentirsi imperfetta. Ed è triste dirlo, ma è proprio questa sensazione di essere meno, non essere abbastanza donna, non essere una donna vera, quella in cui mi sono sentita più vicina a Lucy. Non nella gioia di poter essere finalmente se stessi, non nella sorellanza con le altre donne, ma nel dolore di sentirsi sbagliate. Secondo una certa visione reazionaria la differenza tra una donna trans e una cisgender dovrebbe essere la presunta naturalezza con cui la seconda possiede ciò che la prima può ottenere solo lavorando a lungo su se stessa.
Sta tutto qui l’inganno dell’ideale binario su cui abbiamo costruito la nostra società. Non c’è nulla di naturale nell’essere donna, così come non c’è nulla di naturale nell’essere uomo, almeno per come li abbiamo codificati finora. Se così fosse non ci sarebbe un’industria miliardaria basata sulla necessità delle donne di eliminare i peli superflui, e quella legata all’aumento chirurgico dell’altezza (a cui ricorrono quasi esclusivamente uomini) non prometterebbe di raddoppiare i profitti in meno di un decennio (da 4.1 miliardi di dollari nel 2021 a una stima di 8.6 nel 2030).
In una società legata a doppio filo a stereotipi di genere granitici e inaccessibili per la maggior parte della popolazione (per non parlare delle loro origini basate su principi razzisti, ageisti e abilisti), è ingenuo pensare che la disforia di genere e le pratiche a essa legate siano un problema delle persone trans (per quanto questo dovrebbe essere sufficiente affinché vengano prese sul serio).
Condividendo con noi la sua storia, Lucy Sante ci fa un regalo prezioso, quello di fermarci a riflettere sulla nostra identità, su cosa significhi essere noi, se quello su cui abbiamo basato la nostra essenza più profonda sia innato o se venga dall’esterno. Non è mai stato più lampante che il genere è uno spettro, ma allora cosa vuol dire essere donna? Ed è sempre Lucy a venirci incontro e ad aiutarci a capire: «Se andiamo oltre la recitazione, che cosa c’è? È il modo di stare in una stanza, di muoversi in uno spazio, di vedere il mondo, di organizzare i tempi e i luoghi, dell’impulso a donare, di entrare in rapporto con gli altri, di avere una responsabilità morale, di raffigurare la verità – di tutto quello che c’è sulla terra, cioè, ma con una vibrazione particolare, un’energia speciale».
Lucy Sante, Io sono lei. Storia della mia transizione, traduzione di Anna Mioni, NNE editore, 2025
Alice Gerosa
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