Dalla dea ctonia Angizia, alla poeta Amelia Rosselli, dalle pastore, alle geologhe, dalle scrittrici alle artiste, Antonella Finucci racconta l’Abruzzo, i suoi paesaggi e le donne scellerate che lo hanno abitato e lo abitano ancora. L’abbiamo intervistata
Di Amanda Rosso
Scellerate. Storie di donne e scintille nei paesaggi d’Abruzzo di Antonella Finucci è un saggio polimorfo e ricco di suggestioni. Fin dall’esergo, in cui l’autrice cita lo scrittore Mohsin Hamid, la poeta Alda Merini e l’architetto Alberto Magnaghi, si intuisce la volontà di intessere legami fra i luoghi e le parole, il paesaggio e le storie, l’energia della terra e di chi la abita. Edito quest’anno da Radici Edizioni nella collana Microcosmi, Scellerate è un viaggio energico, politico, intermediale e intertestuale, un arazzo di storie che si intersecano e narrano le vicende di donne straordinarie e di una terra testarda, proteiforme e tellurica.
Come è nato questo progetto, e quale è stato il suo viaggio editoriale?
Scellerate è nato in momenti distinti, in particolare ne riporto i due principali. La prima scintilla si è accesa quasi per caso, chiacchierando con la donna che mi ha raccontato di Tripolina, una delle storie narrate nel libro: una vita che ne influenza un’altra in maniera tellurica, profonda, femminile. In quel momento ho realizzato che mi erano balzate addosso negli ultimi anni, entrandomi sottopelle, diverse storie di questo tipo e che le avevo scritte, appuntate, in qualche modo memorizzate. Erano legate al paesaggio abruzzese ed avevano avuto su di me questo stesso effetto sismico, le donne di quelle storie mi stavano dando degli scossoni di cui probabilmente avevo bisogno e mi stavano influenzando nel pensiero e nelle scelte. Poi c’è stato l’incontro con Gianluca Salustri che mi ha voluta a bordo della sua potentissima nave rompighiaccio che è Radici Edizioni, una realtà editoriale piena di slancio culturale e idee. Di nuovo è stata scintilla: mettere insieme le storie, cercarne di nuove attraverso il filo rosso del focus spaziale, intervistare, comprendere, scrivere, cancellare, riscrivere.
Scellerate è un dialogo con la tua terra – l’Abruzzo, le tue radici – e con la presenza femminile e il suo genio, ma anche la violenza e la sopraffazione che ha etichettato le donne come scellerate, che le ha rinchiuse fisicamente ma anche con le narrazioni. Loro sono al centro di questo tuo arazzo storico, letterario e politico…
Non c’è dubbio, è vero, che le donne siano al centro: troppo spesso sono state sminuite, derise, messe al margine se non addirittura cancellate (a volte non solo simbolicamente). Per questo ritengo sia importante recuperare una narrazione che tenga conto del punto di vista femminile e dei diversi modi di essere donna. Nessuno di questi può essere considerato sbagliato, scellerato, solo perché scomodo o meno addomesticabile e dunque meno compreso e socialmente accettato. L’intento del titolo è, iperbolicamente, infatti, quello del ribaltamento con un pizzico di provocazione: lo scelus latino richiama etimologicamente la malvagità, l’animo capace di compiere nefandezze.
Le scellerate che sono qui raccontate, invece, non compirebbero mai nessun abominio ma, finalmente, considerano abominevole uccidere se stesse vivendo meno intensamente per non ferire qualcuno; annientare la propria personalità; ridursi di statura. Donne che hanno scelleratamente deciso di vivere il loro essere questo o quello senza farsi problemi, perché l’appiattimento a un unico modello è quel che davvero non può andar bene per tutte. Per tutti, anche per gli uomini chiaramente. Non amo quel che divide uomini e donne: i confini per quanto mi riguarda non sono mai tali, tanto quelli fisici quanto quelli mentali, sono porosi, modellabili, umani e dunque soggetti al cambiamento e all’errore.
Nell’esergo citi l’architetto Alberto Magnaghi, che dice: «Nei secoli il paesaggio è stato il mediatore tra il mondo e gli umani, alla ricerca del loro spazio. E ogni atto dell’abitare è stato ed è anche un’interpretazione del luogo, e un momento di consapevolezza del vincolo che esiste tra quel paesaggio domestico, noi e il mondo»…
Sì, gli elementi che caratterizzano un paesaggio sono solitamente anche espressione di una concezione del mondo, di determinati valori, di un modo di abitare. Il francese paysage, che si lega alla parola paese, ce lo dice: i posti che viviamo vengono risignificati attraverso valori che noi gli diamo, diventano paese, qualcosa a cui ci si affeziona; così come l’inglese landscape che tramite l’unione di shape, forma, e land, terra, indica proprio il dare forma alla terra, il plasmarla. Noi esseri umani incidiamo lo spazio e lo modelliamo, ma allo stesso tempo il paesaggio crea e trasforma noi, il nostro pensiero, il nostro modus vivendi e il nostro linguaggio. Questo è anche un processo simbolico e legato al potere, poiché nel momento in cui l’essere umano interpreta il territorio, decide chi può fare cosa e dove. Nel corso del tempo le donne sono state confinate quasi esclusivamente in uno spazio domestico, nessun luogo apparteneva loro davvero e quindi le donne qui raccontate hanno agito in quello spazio, a volte proprio anche per quello spazio, per abitarlo semplicemente.
E infine le scintille. Ci sono molte scintille, fuochi di coraggio, determinazione e anche innovazione. Ci sono le scintille del passato, come Angizia, la dea ctonia, le poete Ada Negri e Amelia Rosselli, la scrittrice Natalia Ginzburg, ma anche l’anarchica Virgilia d’Andrea…
Le scellerate sono quelle donne che hanno seguito la scintilla. Che hanno avuto il coraggio di farlo, spesso da sole, senza appoggio. Avendo scelto come focus lo spazio e il territorio, ho potuto vagare tra i secoli con molta libertà e ho tentato di fondere storie di ieri e di oggi. Qualche volta sono andata anche al di fuori del tempo, come nel caso di Angizia che apre il testo: da marsicana mi piaceva richiamare questa figura magica, archetipica, ancestrale, dimenticata eppure piena di fascino, e ho voluto farlo con una specie di captatio benevolentiae, quasi a voler richiamare l’antica invocazione alle muse dei poemi classici. E poi le donne del passato che hanno acceso fuochi, in me prima di tutto: la Ginzburg, che rivela che in Abruzzo ha trascorso il tempo migliore della sua vita capendolo solo dopo essere andata via; la Rosselli che nel paesaggio rintraccia una funzione salvifica e lo dice nei suoi versi leggeri, che suonano, che cantano, che incantano; Tripolina che apre la prima scuola di danza in una città dove non c’erano spazi adatti alle donne; Virgilia d’Andrea che lotta contro le ingiustizie sociali; nonne in pensione che avvicinano nipoti alla letteratura.
E le scintille del presente, donne che abitano l’Abruzzo oggi, come Adele Garzarella, Anna Kauber, Marilena Di Cosmo e Daniela d’Arielli. Mi sembra ci sia una reciprocità di sguardi: il paesaggio ritratto e studiato, ma anche il paesaggio che permea le vite e offre prospettive nuove per leggere l’Abruzzo e le sue potenzialità…
Le donne di oggi raccontate nel libro hanno ben chiaro che il paesaggio influisce su chi diventiamo, su chi siamo. La connessione donne e natura non viene qui necessariamente enfatizzata, né descritta come più poetica o necessariamente diversa da quella che può stabilire un uomo con quella stessa natura: semplicemente è indagata, raccontata, anche nel suo essere elemento di emancipazione, di affermazione, di appartenenza. Stefania Evandro, ad esempio, propone un teatro che esalta la drammaturgia dei luoghi, puntando su spettacoli immersivi spesso anche in aperta natura o attraverso dei trekking. La Garzarella, geologa e paleontologa, ci ricorda che le donne sono perfettamente in grado di muoversi dentro ogni tipo di paesaggio, che il territorio non è proibitivo se sei allenato/a e in grado di studiarlo, viverlo o apprezzarlo. La Kauber esplora la vita delle donne che oggi intraprendono la strada della pastorizia per scelta e che vivono il paesaggio e gli animali che lo abitano con una sensibilità diversa da quella maschile. O ancora Rizzo, giovane e grintosa antropologa, che porta la riflessione sulle aree interne, e sulla difficoltà di vivere bene in questi posti, con piglio provocatorio, intelligente, efficace. Così come è efficace anche la delicatezza della Di Cosmo, che nelle sue foto esalta la natura come tempio, inscrivendo in esso l’elemento femminile come un’antica vestale, una sacerdotessa che può custodire segreti.
Scellerate non è un saggio nostalgico o pacificatorio, è anzi molto incentrato sullo sfruttamento delle risorse, la malapolitica e il pericolo della turistificazione selvaggia che svuota il nostro patrimonio culturale e naturale in favore del profitto di pochi…
Scellerate è un saggio che tocca le tematiche a cui fai riferimento attraverso un linguaggio che è qualcosa di intermedio tra il giornalismo, la saggistica e la narrativa, proprio per avvicinare alla lettura e insieme pungolare, scuotere e rendere sensibili alle problematiche di cui sopra. Nel capitolo in cui Anna Rizzo parla dei “suoi” paesi “invisibili” e dello spopolamento delle aree interne, per portare un esempio, vengono tirate in ballo questioni cruciali dalle quale si evince nettamente che siamo a un bivio e che la narrazione romanzata e di tendenza che ha retto finora, dipingendo i paesi come luoghi idilliaci e accoglienti, sta per esaurirsi: le scelte di oggi sono davvero rilevanti poiché potrebbero portare all’abbandono definitivo di alcune zone, come a volte pure fisiologicamente accade, oppure ad un abbandono soltanto momentaneo, a una fase di transizione, dopo la quale però bisogna farsi trovare pronti a investire, in ogni senso. Bisogna quindi prendere consapevolezza delle azioni che si compiono, del fatto che nessuno di noi è semplicemente uno spettatore e che ogni scelta ha delle conseguenze sullo spazio che abitiamo, sulla società e su noi stessi.
Ma allo stesso tempo l’ho trovato anche speranzoso e ottimista. C’è uno sguardo orientato verso il futuro, le nuove generazioni, i tuoi studenti e studentesse, ma anche chi rimane, o ritorna, in Abruzzo, per provare a valorizzarlo…
Sicuramente. Stare ogni giorno in mezzo ai ragazzi, alla loro purezza, alla loro passione autentica, alla loro voglia di scoperta, mi ricorda che abbiamo un’immensa responsabilità nei loro confronti. Le donne che racconto, di ieri e di oggi, quella responsabilità se la sono presa in carico, senza paura, diventando adulte senza perdere la freschezza che caratterizza i giovani. Diventando quindi adulti di cui ci si può ragionevolmente fidare. Una scelleratezza consapevole, talvolta elegante e talvolta arrabbiata, talvolta pubblica, talvolta privata, ma sempre proiettata al futuro. Anche il voler inserire donne che sono ancora vive e agiscono, dicono, pensano, creano, è una scelta orientata in tal senso: sono esempi di donne che si mettono in gioco anche semplicemente per realizzare un’idea, rischiano per affermare diritti, lottano per vivere di arte e con l’arte. Un mio alunno una volta mi disse una frase che non dimenticherò mai: “Prof, il libro di storia si dovrebbe chiamare Libro di storia dell’evoluzione dell’uomo, perché ne abbiamo fatti di progressi dalla preistoria ad oggi… Solo chi si ostina a non vederli si fa prendere dal pessimismo”.
Il tuo è un approccio ecologista e anti-antropocentrico. C’è un’attenzione verso la natura, le piante, le rocce, le acque, le creature non umane. Citi il lavoro di Donna Haraway, incentrato sull’intessere relazioni e “parentele”, rifiutare i binarismi e sviluppare quello che tu chiami «un pensiero tentacolare più complesso»…
Credo che la visione antropocentrica che contraddistingue la società contemporanea non ci faccia vivere appieno le connessioni profonde con tutto quel che ci è intorno e di conseguenza anche con noi stessi e con gli altri. La premessa è doverosa: io amo profondamente gli esseri umani e sono convinta che a dare un senso alle nostre esistenze siano principalmente i rapporti umani e le relazioni. Eppure, l’antropocentrismo egoistico e prepotente rischia di rovinare persino queste relazioni che sono senso e scintille: è per questo che le storie che ho scelto si legano al paesaggio e lo disvelano sotto occhi e punti di vista diversi; è per questo che, tra gli altri e le altre, cito la Haraway col suo meraviglioso Chthulucene, poiché ci fa riflettere sul fatto che, in questi nostri tempi confusi e incerti, dovremmo imparare a generare “parentele”, legami. Bisogna considerare il nostro pianeta come un sistema interconnesso, in cui l’uomo è solo una piccola parte del tutto e se vogliamo sopravvivere come specie agli stravolgimenti, climatici o sociali che siano e saranno, possiamo farlo probabilmente solo attraverso queste connessioni, andando a capire cosa c’è sotto la superficie, cercando di comprendere che forse il sistema piramidale considerato finora deve essere ripensato anche in un’ottica rizomatica, orizzontale e tentacolare.
Infine ti chiedo, visto che Letterate Magazine è una rivista letteraria, cosa legge Antonella Finucci in questo periodo, e cosa ha nutrito la tua immaginazione durante la stesura di Scellerate?
La letteratura è il mio mondo, la mia scelta. Durante la stesura di Scellerate ho letto (o riletto), per forza di cose, diversi studi legati al fenomeno della cartographical turn, antropologi come Jared Diamond, Marcell Mauss, Clifford Geertz, Marc Augé e alcuni scrittori che amo: David Foster Wallace, Elsa Morante e Italo Calvino. Al momento apprezzo molto Margaret Atwood, tra le ultime letture ho preferito Benevolenza cosmica di Fabio Bacà e Antropologia del turchese di Ellen Meloy, e sono letteralmente innamorata delle poesie di Mariangela Gualtieri.
Antonella Finucci, Scellerate. Storie di donne e scintille nei paesaggi d’Abruzzo (Radici Edizioni, 2025)
Amanda Rosso
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