Barbara Buoso mette insieme la durezza della vita materiale delle genti contadine del Polesine con l’aspirazione alla libertà dei sentimenti. In “Padre terra” Giovanni resta solo con Primo che lo ama con dedizione e gli insegna il rispetto della natura. Eppure sa lasciarlo libero di andare oltre la tradizione. Il libro viene presentato a Trieste l’8 febbraio alle 18 alla Pasticceria Liberty, in via Malcaton 6
di Gabriella Musetti
Padre terra, di Barbara Buoso, uscito da Fernandel nel 2024, continua e approfondisce un tema caro alla scrittrice: l’indagine delle radici materiali e affettive, ovvero l’origine familiare, territoriale, di esistenza in vita, potremmo dire di “venuta al mondo” di un soggetto ritenuto marginale e fonte di critiche, inerme, di cui già si prefigura il destino nefasto. È un tema importante, oggi poco ricorrente nella scrittura contemporanea di donne e di uomini, un tema che, a mio avviso, esubera anche dai confini del “realismo” o del “realismo magico” di cui alcuni hanno parlato a proposito del libro.
Certamente la narrazione si fonda su una compagine realistica di scrittura, una dettagliata scrittura partecipativa che mira a scandagliare la narrazione, i personaggi, gli eventi narrati, mostrandone spesso i lati in ombra, il retroterra culturale e sociale da cui emergono, come quel sentimento collettivo del paese che mormora e commenta ogni azione degli individui, crede a tradizioni arcaiche potenti, si trascina dentro una affabulazione antica che si perde nel tempo, è sempre severo e crudele nei suoi giudizi. Ma l’osservazione della realtà è molto contemporanea, risente degli studi che mettono al centro la ricerca del proprio posizionamento nel mondo a partire dalla nascita, come tanti lavori teorici e di esperienza biografica femministi hanno mostrato nella storia del femminismo italiano e non solo. Non voglio dire che sia un intento programmatico, questo, il volume propone una narrazione fluida, i personaggi hanno forza vitale e convincente nella loro originalità. Ma qui si suggerisce un altro posizionamento, una linea maschile padre – figlio, che indaga nel grande terreno complesso dell’affettività, nella radicalità dell’amore e dell’accudimento come sentimenti fondativi di una relazione autentica che dona la vita, che fa crescere e divenire soggetti autonomi, liberi dalle maglie della tradizione, liberi nelle scelte di vita e nella ricerca del senso. Lo stesso titolo, Padre terra, accomuna due archetipi simbolici differenti, in quanto terra è sempre stato collegato a madre, come origine matrilineare della vita materiale. Una prospettiva diversa che mette in discussione, sommessamente ma con forte intensità, una delle radici occulte del patriarcato e apre fessure nella linea di demarcazione dei generi. È un libro potente, di una notevole autrice dalla personalità originale e fuori dalle mode.
Il racconto parte da una nascita tanto desiderata da parte della madre (e del padre) da mettere in sordina le critiche sicure del paese al coinvolgimento di una figura selvatica, ai margini della comunità del paesino del Polesine e vagamente temuta, la Botanica, una misteriosa donna capace di intervenire sulla natura e sulla vita stessa con le erbe e i riti, secondo una prammatica ancestrale e magica che vede una mediazione decisiva tra “donna” e “natura”. Giovanni viene al mondo ma la madre muore di parto tra atroci dolori: uno stigma definitivo sulla casa e i suoi abitanti per essere andati in modo avventato contro le consuetudini locali, la stessa nonna materna non vorrà mai vedere il nipote. Sarà il padre, Primo, ad allevare da solo, con dedizione e vera cura maternale il piccolo Giovanni.
È un libro di formazione che narra una crescita, la ricerca di una propria dimensione di libertà e posto nel mondo, al di fuori dalle opinioni comuni e dalla diffidenza della comunità contadina del luogo di nascita. Il ruolo fondamentale è di Primo, il suo amore e la sua tenerezza raccontano una umanità maschile diversa, coraggiosa, veramente tesa al benessere del figlio senza sentimenti egoistici o prevaricatori, insegnandogli il rispetto autentico per la natura, per il lavoro agricolo e la forza creatrice della vita animale e vegetale che continuamente si rinnovano. Soprattutto l’ascolto delle voci che animano il paesaggio, i richiami e i sussurri degli esseri viventi che lo circondano, il suono amichevole e familiare del vento aprono a Giovanni sentimenti e percezioni che troveranno radici profonde nel suo animo e lo rendono capace di leggere la realtà con altri occhi. In questo quadro fondamentalmente maschile la madre non è assente, benché morta; diventa un riferimento continuo, una luce che illumina il cielo, a cui spesso Giovanni volge lo sguardo, una immagine della natura che sorprende, un pensiero alimentato dallo stesso Primo che vuole conservarne e trasmetterne la memoria. È una educazione sentimentale, quella che Primo, nella sua ingenuità di contadino che ha studiato poco, dedica al figlio, di grande valore formativo, seguendo l’istinto dell’amore.
Ne trarrà giovamento Giovanni, considerato da tutti un debole e uno sbagliato, anche per il suo rifiuto di uccidere il maiale, vero rito di passaggio all’età adulta nel paese, quando aveva avuto l’intenzione di eseguire il precetto pubblico per diventare finalmente come tutti gli altri. Anche a scuola Giovanni subirà angherie e forme di violenza bullista, ma saprà superarle con la fermezza di chi sta cercando in modo consapevole una propria strada, senza reagire con la violenza o la vendetta e senza soccombere all’aggressività dei compagni. Non un debole, ma una persona nuova, capace di distinguere e soppesare con cautela le scelte giuste per sé, per la propria vita futura, non lasciandosi schiacciare dalle opinioni di tutti o da una tradizione escludente, ripetuta nei ruoli e sopportata dalla comunità come un peso oscuro infinito che incombe.
Giovanni ama la scrittura che diventa una strada di scoperta di sé nel labirinto delle voci della natura e delle cattiverie umane. Ha un quaderno su cui annota i diversi suoni di cui resta in ascolto, quasi un percorso per avvicinarsi al mistero della vita, per raggiungere un equilibrio sottile tra sé e il mondo vivente che lo circonda: la voce del vento, quella delle foglie che si muovono, o gli innumerevoli richiami degli animali. Quando cerca di far capire ai compagni di classe, ormai è alle superiori e sembra, miracolosamente, che le sue stranezze vengano accettate dal gruppo, quanto meravigliosa e liberatrice sia la natura nella sua autentica forza creatrice, viene, una volta di più, deriso e marginalizzato. Ma ormai lui stesso è cresciuto, dopo la maturità presa a pieni voti può dedicarsi alla scelta professionale che lo appassiona, quella di ripensare la piccola azienda agricola di famiglia su basi moderne e diversificate.
La dura battaglia che dovrà intraprendere dopo la morte del padre, una battaglia con sé stesso, con la volontà di vivere senza abbandonarsi allo sconforto, alla sconfitta della perdita irrimediabile, riportando in equilibrio la sua esistenza, anche con la scoperta dell’amore, sarà un nuovo tassello di crescita personale verso una maturità consapevole dei cicli alterni di felicità e avversità della vita, nelle sue multiformi e complesse manifestazioni.
Sono la corposità di un linguaggio preciso, ricco di lemmi tecnici legati al lavoro della terra, gli inserti dialettali che aprono all’ascolto dei suoni dei luoghi, la persistente voce interiore che accompagna Giovanni nei momenti problematici, a rendere questa narrazione densa e polifonica, capace di suggerire dimensioni emozionali convincenti e suggestive nello svolgimento della storia.
Barbara Buoso, Padre terra, Fernandel 2024
Gabriella Musetti
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