STRENNA: La caliente tenerezza di una prof

Domani interrogo di Gaja Cenciarelli è un libro sulla scuola e un libro sull’amore (come prontamente qualcuno subito ha rilevato). È un romanzo autobiografico, la cronaca e non solo di un anno da docente precaria di inglese in un istituto superiore romano di borgata, in cui l’io dell’autrice trova due canali complementari: la voce narrante che dice io e la fabula di sé in terza persona incarnata nella Professoressa.

L’amore a scuola, per nulla un ossimoro, è la tensione luminosa che riesce ad animarsi e a intercorrere, soprattutto a correre, a perdifiato, tra la docente e i suoi studenti, pur in una fulgida ruvidezza relazionale che sottolinea le fasi di studio reciproco e tutte le cautele e gli slanci del caso prima che scoppi l’adorazione reciproca e da parte dei ragazzi la disponibilità all’affidamento, cui tuttavia anche la docente, adulto della relazione, ricorrerà anzi appunto si abbandonerà. È evidente che nel racconto non possono mancare passaggi pieni di pathos trattenuto e caliente tenerezza, che poi sono i veri motori di ogni efficace insegnamento e di ogni davvero ricettivo apprendimento. Nessuno di noi ignora, cioè, che è l’affetto a corroborare la battagliata coesistenza e la maieutica dinamica che permettono agli studenti di imparare anche, o forse soprattutto, quando a noi docenti si guardano bene dal dare la soddisfazione, fino all’ultimo, di farcelo sapere.

L’autrice che osserva e racconta l’anno di scuola con la Quinta “A”, la classe degli esami di stato, ci si mostra nei panni, una delle sue vite, della Professoressa, che tecnicamente è una attante della storia ma è soprattutto una attrice, cioè una performer dell’insegnamento, pur senza inutili sbavature. La grandezza del suo personaggio, e anche, forse soprattutto, la sua statura umana, risiedono in tre sue peculiari caratteristiche:

  1. salvare (ricordate?, Pasolini voleva salvarli tutti i poeti che incautamente avevano sottoposto i loro versi inediti all’esame spietato di Moravia e di Nuovi Argomenti): intende salvare i suoi ragazzi, condurli all’esame di maturità, non farli disunire, sottrarli alla tentazione diabolica di abbandonarsi alla ben più facile autodistruzione, e scopre che grazie a loro forse può salvare anche sé stessa;
  2. commuoversi – si potrebbe accusarla d’avere le lacrime in tasca ma alla Professoressa non è raro si inumidiscano gli occhi di fronte al miracolo dell’intelligenza, della sensibilità, dell’umanità genuina, tutta da interpretare ed educare, dei suoi studenti, che tirano fuori da lei queste stesse qualità facendo sì che le renda loro, e non solo, disponibili;
  3. sbarellare – ammetto che questo verbo appartiene di più al gergo romanesco degli studenti sul quale spesso la Professoressa (fine anglista) spesso si sintonizza, quell’esperanto studentesco di chiara filiazione romana in cui anche lei ritrova una patria oltre che una koinè: cioè la Professoressa, donna adulta, agli occhi dei suoi studenti persona matura “risolta”, è viceversa tormentata, dubbiosa, incerta, con punte, quasi, di autentica disperazione ben dissimulata e a stento dominata.

Dunque, troviamo in questo godibile romanzo tutta una campionatura umana che non trascura naturalmente anche i lati oscuri: i docenti persecutori, lo spreco di tempo, la burocratizzazione di un processo così delicato e degno di cura quale è il dialogo educativo. Emergono le storie dei ragazzi, per i quali la scuola è la cornice dentro cui far incrociare le loro vite: la scuola però non è il loro primo pensiero, ma può diventarlo se, come la Professoressa riesce a fare, gli autori di lingua inglese tra Ottocento e Novecento coi loro libri inquadrano i problemi che li affliggono e mostrano di rivolgersi proprio a loro. Emerge la Professoressa, rimasta senza famiglia, grande camminatrice, spinta da una energia inesauribile che è anche l’indizio di una ricerca tormentosa mai sazia, e, dopotutto, di una natura selvatica, irriducibile, a cui non a caso allude anche la giraffa del prologo e della copertina.

Emerge però anche un concetto per nulla chiaro ai più: insegnare è una professione e non una missione. Anche quando le risorse che si pescano extra programmazione didattica sono trovate grazie a un connubio anzi un intrico, ogni volta speciale in ognuno, tra mestiere e vocazione, l’istintivo genio momentaneo è pur sempre da ricondurre a una competenza solida e quadrata. Un vero libro sulla scuola in situazione come è bene sia un romanzo, Domani interrogo non espone né esaurisce saggisticamente la propria poetica, cioè i propri oggetti, ma pone la questione-scuola proprio nel trovare la felice e tribolata messa in scena di una scuola in particolare che le simboleggia tutte.

 

Gaja Cenciarelli, “Domani interrogo”, Marsilio, Venezia 2022

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Daniela Matronola

Daniela Matrònola è di Cassino e dal 1992 vive e lavora a Roma. Ha al suo attivo alcuni libri di poesia è di prosa, e collabora come giornalista culturale ad alcune testate nazionali. Ha vinto alcuni premi. È anche docente di Letteratura Inglese in un liceo romano.

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