Supermercato tragico

Clotilde Barbarulli, 15 dicembre 2020

Dopo la traduzione nel 2019 di Imposta alla carne (2010), ora esce Manodopera, uscito nel 2002. Lo scarto temporale è notevole, ma, nella varietà delle forme d’impegno e di scrittura, resta costante in Diamela Eltit la riflessione sul liberismo e sul mondo del lavoro. L’autrice, che nel 1979 aveva fondato un gruppo d’avanguardia per esplorare forme alternative di espressione durante la dittatura di Pinochet, scrivendo una storia differente per riscattare le soggettività del margine, negli anni Duemila si concentra sugli effetti del consumo e del libero mercato. 

In Manodopera racconta gli aspetti estremi del capitalismo attraverso i dipendenti di un supermercato, costretti a lavorare in un ciclo ininterrotto di produzione-organizzazione-vendita della merce, ponendo l’accento su sfruttamento, licenziamenti, salari, molestie sul lavoro, oppressione. Offre una cruda e realistica lettura del sistema di produzione liberista e di un mondo del lavoro violento, con una scrittura incalzante e visionaria. In una intervista recente Eltit ha definito il supermercato come luogo della tragedia del lavoro contemporaneo. Ed in effetti – anche se le forme di lavoro e di sfruttamento sono svariate – si continua a leggere di sfruttamento per i ritmi serrati, la deregolamentazione nell’apertura e chiusura, l’aumento delle mansioni per evitare assunzioni e ulteriori costi ai padroni. La pandemia ha aggravato la situazione.

Nel primo capitolo “Il risveglio dei lavoratori (Iquique, 1911)” e nel secondo, “Puro Chile (Santiago, 1970)”, Eltit vuole ricordare attraverso i titoli della stampa cilena che ha accompagnato le rivendicazioni nel passato, quando i lavoratori hanno avuto una partecipazione attiva alle vicende sociali e storiche del Paese. Ma la narrazione non riguarda storie di attivismo, né di eroi che denunciano ingiustizie. Emerge un vuoto per chi lavora, perché sembra essere senza storia e senza classe: rispetto a quelle lotte ora solo serialità, monotonia, paure. All’inizio un monologo di un lavoratore completamente assorbito dalle dinamiche del supermercato in una quotidianità fatta di alienazione, rassegnazione e sottomissione alle logiche di mercato. 

Il narratore, senza nome, svela le pratiche di sorveglianza e controllo durante le sue giornate tra corridoi e scaffali: il feticismo delle merci, il controllo sui corpi, gli effetti inesorabili di un mondo dove tutto si vende e si compra, i turni massacranti: “Ancora più ore. Ancora più tardi. Ciò nonostante, sono ancora qui, rinchiuso”.  In modo rituale e ripetitivo, come in una preghiera, racconta – “Ordino le mele una per una. Ordino le mele una per una. Ordino una per una (le mele)”, mentre nasconde la stanchezza, e, fingendo di sorridere, manifesta “una disponibilità affettata” verso i clienti che “ispezionano con voracità i prodotti”.

L’angoscia dei dipendenti – diventati quasi funzioni – si esprime anche fisicamente: “Stravolti e mortificati… Sconfortati dalla reiterazione di domande idiote, tristemente abituati a ricevere rimproveri… a essere minacciati di denuncia, a subire tagli di stipendio”. Sonia da cassiera passa a squartare polli con una “velocità stupefacente”, come in una performance finché non perde un dito.

L’attenzione di Eltit per gli spazi chiusi, approfonditi anche in altri romanzi, è evidente nell’ambientazione di Manodopera: nella seconda parte – con titoli evocativi di giornali contemporanei senza spessore sociale e politico –  i protagonisti, lavoratori e lavoratrici dello stesso supermercato, come in un reality vivono nella stessa abitazione per motivi economici. La condivisione forzata dello spazio abitativo non offre amicizia, perché è condizionata dai problemi di lavoro ed il gruppo fortemente gerarchizzato risente delle stesse logiche competitive imposte dal mercato, fra incomprensioni, scontri e sofferenze. Anche le protagoniste sono disciplinate dalle esigenze del sistema di controllo: Gloria è il modello classico della donna sottomessa e dominata, un prodotto utile per soddisfare esigenze domestiche e sessuali, mentre Isabel rappresenta l’oggetto sessuale per eccellenza nella accettazione della sottomissione a chi ha il potere: “Sapevamo che uno dei supervisori le leccava il culo. Ha aggiunto che era anche una leccaculo perché ha lasciato (quel vecchio disgustoso), (lo ha detto lentamente), leccare il culo e ha affermato che francamente non le importava”.

Così il supermercato diventa il segno e il simbolo che Diamela Eltit usa per esporre la degenerazione dei soggetti, la penetrazione del potere nei corpi e l’impossibilità di fuga: è un luogo di reclusione e disciplina di corpi depoliticizzati in cui l’ordine e la ripetizione sono dogmi. Esercita un meccanismo di devastazione e sottomissione attraverso l’azione repressiva dei supervisori, l’artificiosità dell’ambiente tramite luci e musica, la precarietà lavorativa che si profila come una minaccia perenne di disoccupazione. Solo con il consumo di droga alla fine riescono “a parlare e ridere con l’affetto, la decenza e la sincerità che caratterizzano gli esseri umani”.

In questa resa al dominio del mercato, Alberto viene così isolato perché sospettato di riunioni segrete sindacali, ormai considerata una pratica pericolosa che mette a rischio la fonte di lavoro: simboleggia le aspirazioni di giustizia sociale che non trovano posto nel Cile post-Pinochet, ed è per questo che viene tradito e licenziato, mentre Enrique scelto come direttore della casa, “come magnaccia, come delegato”, si rivelerà interessato solo alla propria carriera fino a fare licenziare il gruppo.

“Andiamo a cagare ai froci che ci guardano come se non fossimo cileni. Sì, come se non fossimo cileni come tutti gli altri idioti di sua madre. Bene, stronzi, camminate. Camminiamo. Voltiamo pagina”: questo senso di impotenza finale sembra totale, anche se il linguaggio volgare (un turpiloquio ostentatamente ricorrente in tutto il romanzo) di Gabriel – un nuovo capo alla ricerca di un cammino possibile – fa trapelare una forma di rabbia, ma potrà portare ad un cambiamento? il linguaggio capace di comunicare solo attraverso l’uso e l’abuso di insulti e imprecazioni è indice di una perdita, irrimediabile, di ogni appartenenza di classe? l’atomizzazione dei lavoratori/lavoratrici è ormai inarrestabile? oppure forse non tutto è evaporato? Interrogativi inquietanti con cui Eltit sembra incalzarci a prendere posizione con un moto di riscatto rispetto all’alfabeto e alle norme del dominio.

 

Diamela Eltit, Manodopera,Traduzione e nota critica di Laura Scarabelli, Alessandro Polidoro editore 2020

https://www.youtube.com/watch?v=NSvkxkEtNGw Un bicchiere con Eltit.

F. Lazzarato, “Primizie vendesi ai banconi della crudeltà”, il manifesto 29/11/2020.

www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it: materiali per il convegno “Declinare”, cfr. “Imposta alla carne” nella tormenta di C. Barbarulli.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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