Un’antologia ti salva la vita

Loredana Magazzeni, 22 novembre 2020

“Sono molte le donne scomparse dalla letteratura italiana. Cancellate dal canone, cadute dalla memoria, escluse dalle antologie scolastiche: una rimozione costante, che continua a verificarsi, e che a tanti non sembra un problema”. Con queste parole Sara De Simone apriva qualche tempo fa sul quotidiano il manifesto un bellissimo articolo a proposito di Nella Nobili, poeta operaia, artista, scrittrice dimenticata dalla storia, riscoperta e ristampata per la cura di Maria Grazie Calandrone (Nella Nobili, Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, Solferino editore, 2018). Tante sono le scrittrici dimenticate su cui si appunta finalmente oggi sempre di più l’attenzione di studiose e studiosi.

Sembra un caso, ma solo poche settimane fa è uscita l’antologia di poesia “Tacete, maschi! Le poetesse marchigiane del ‘300, accompagnate dai versi di Antonella Anedda, Mariangela Gualtieri e Franca Mancinelli, a cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini, pubblicato dalla rivista “Argo”. A Mercedes Arriaga Flores e Daniele Cerrato, curatori del bel saggio introduttivo si deve lo studio e la riscoperta di una enclave di poetesse nelle Marche trecentesche, complice anche la nascente manifattura della carta di Fabriano e un clima culturale fatto di scambi virtuosi fra donne. Nei componimenti poetici emergono riferimenti a una profonda stima reciproca e “legami di amicizia letteraria, nei quali viene affermata l’auctoritas e l’eccellenza femminile”.

Si tratta della prima generazione di scrittrici della letteratura italiana, una “generazione cancellata”, come affermano i curatori, “il cui carattere generazionale è rafforzato da una componente genealogica” che si ritroverà nelle poetesse successive. Quali sono temi sviluppati nei sonetti delle marchigiane? A sorpresa troviamo l’affermazione femminile in materia amorosa, la protesta contro le imposizioni familiari in materia di matrimoni o la rivendicazione della loro capacità di far uso delle armi tanto quanto i maschi, infine il desiderio di poter esercitare liberamente e con agio il mestiere della scrittura. Siamo solo nel Trecento, ma in queste carte troviamo già “un soggetto femminile che s’impone e sfida i convenzionalismi per collocarsi allo stesso livello dei suoi interlocutori maschi”.

Dunque, questa appare una forma di “sovversione”, che dalla distanza di settecento anni si unisce alla nostra, di donne, docenti, scrittrici, nel constatare che ancora oggi i libri di testo nelle nostre scuole di ogni ordine e grado non sono avanzati di molto nella presenza e attestazione di scritture femminili nella letteratura italiana.

La nostra domanda come insegnanti parte dalla riflessività insita nel mestiere di chi educa, come ricorda la pedagogista Mariagrazia Contini (Mariagrazia Contini, Silvia Demozzi, Maurizio Fabbri, Deontologia pedagogica. Riflessività e pratiche di resistenza, Franco Angeli, 2014) e dal partire da sé caro al pensiero della differenza (Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori, 1996).

Come per tutte le professioni, che fanno uso di un codice deontologico, anche in educazione è importante sapere di non nuocere ai nostri ragazzi ma anche di non omettere, non oscurare chi ci ha precedute nella scrittura, come ci hanno insegnato a fare, due fra tante, Alma Sabatini (Progetto Polite, ma anche Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987), o Maria Serena Sapegno (La differenza insegna. La didattica delle discipline in una prospettiva di genere, Carocci, 2014), la quale nota che «si pone il problema della cancellazione delle donne dalla memoria storica, anche di quelle autrici che hanno avuto molto successo tra i loro contemporanei». 

D’altra parte anche Anna Maria Crispino (Oltrecanone, Iacobelli editore, 2015) aveva affermato che “Il canone, con la sua presunta natura di rigida normatività, è stato a lungo un caposaldo delle storie letterarie, nazionali europee e mondiali. Eppure è un dispositivo che nel tempo si è rivelato inevitabilmente provvisorio e contingente, data la mutevolezza del panorama culturale, la parzialità dei soggetti del discorso critico, la moltiplicazione dei luoghi di enunciazione. E’ necessario perciò un continuo lavoro decostruttivo, un aggiornamento costante delle mappe interpretative, un sempre più puntuale approfondimento sia dei mutamenti interni a ciascuna tradizione letteraria sia delle connessioni e delle reciproche influenze tra le diverse storie letterarie. Da sempre interdisciplinari e interculturali, gli studi delle donne e la critica femminista hanno affrontato la “questione” del canone partendo dalla esclusione, dalla sottovalutazione o dall’oblio delle scritture femminili, andando “oltre il canone””. 

Come abbiamo visto per le poetesse del ‘300, se guardiamo indietro nel tempo le scrittrici hanno sempre sentito il bisogno di nominare chi veniva prima di loro, dedicando le loro opere ad autrici della generazione precedente e scrivendo a loro volta repertori di donne illustri. Fra i più famosi, I componimenti poetici delle più illustri rimatrici d’ogni secolo (Venezia, 1726, ristampati in copia anastatica da Eidos, Venezia, 2006), di Luisa Bergalli, moglie di Luigi Gozzi; i Profili femminili scritti da Cordula, ovvero Irene Verasis di Castiglione (vedi il mio articolo Per una storia dei plutarchi femminili nell’educazione delle ragazze: uno sguardo ai Racconti e ai Profili femminili di Cordula nel panorama letterario dell’Italia post-risorgimentale, in Modelli educativi nella letteratura per le ragazze nell’Ottocento, a cura di Cosetta Seno, Il Lettore di Provincia, n.153, Longo, 2019). E poi ancora: le antologie e i cataloghi di scrittrici di Anna Santoro, una delle prime autrici e studiose interessate alla riscoperta delle scritture femminili dimenticate (Narratrici italiane dell’Ottocento, Federico & Ardia, 1987; Il Novecento. Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Bulzoni, 1997). Questa pratica è una pratica antica, che viene da lontano.

Il problema della rappresentanza è sempre stato molto sentito dalle donne, da qui il bisogno di essere in primis testimoni di una cultura che le donne della generazione precedente hanno prodotto. Mi riferisco all’Esposizione Beatrice del 1890, a Firenze, un evento femminile che fu organizzato da un comitato di intellettuali le quali vollero rendere omaggio sia al lavoro delle donne, con una mostra dedicata, sia alla sapienza femminile, con un ciclo di conferenze sulle scrittrici italiane (La Donna Italiana Descritta da Scrittrici Italiane in una Serie di Conferenze Tenute all’Esposizione Beatrice in Firenze, Firenze, Civelli, 1890; di tutto questo parlo nel mio Operaie della penna. Donne, docenti e libri scolastici fra Ottocento e Novecento, Aracne, 2019).

La chiamata a raccolta di intellettuali per cause civili, o in occasione della scomparsa di personaggi femminili importanti, fu un altro dei modi per fare cordata delle donne attorno a temi forti e politici, una forma di attivismo letterario. Nell’Albo Cairoli, voluto da Gualberta Beccari, per la morte di Adelaide Bono Cairoli, madre dei martiri del Risorgimento, confluirono poesie e brani di prosa di molte autrici a lei contemporanee, di cui, se studiamo solo le storie canoniche, non sapremmo nemmeno l’esistenza.

Tanto è invalsa anche la pratica del Centone o del Plutarco che due autrici di oggi, Elena Favilli e Francesca Cavallo l’hanno ripristinata per il loro Storie della buonanotte per bambine ribelli, che riporta oltre cento biografie di donne esemplari in ogni campo, dalla scienza alla danza alla musica.

Dalle antologie di poesia degli anni ’70 di Frabotta e Di Nola ad oggi, un grande cammino è stato fatto, verso una critica letteraria non più solo autoriale e canonica, ma che tenga conto dell’esplosione del fuoriscena, di quello sguardo obliquo, come scrive Lea Melandri, che illumina finalmente le zone rimaste in ombra della letteratura e della poesia.

Antologizzatrici seriali siamo state noi, e mi riferisco a Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli e me, che abbiamo iniziato a selezionare ormai più di dieci anni fa la poesia prodotta dalle donne che avesse a tema il corpo, le sue trasformazioni, la malattia, la morte, la maternità o la vecchiaia, la rilettura dei miti e delle fiabe (Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, Le Voci della Luna, 2009); per poi passare ad analizzare il rapporto madre figlia (La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, La Vita Felice, 2015) fino a indagare le varianti rispetto all’inglese del tema amore filiale-amore materno nella poesia italiana (Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta a oggi, La Vita Felice, 2018). 

Cosa vedevamo in tutte queste poesie forti, mai compiaciute, espressive e dolorose? I “retroscena delle cucine”, il lato oscuro dei riti famigliari, i rituali coniugali subiti (Fernanda Romagnoli), l’insofferenza per i miti e la voglia di ridefinirli per destrutturarli e rifondarli. Come scrive Calandrone, “una foemina parlante per prima cosa passa nelle forche del rinominarsi il corpo”.

E abbiamo incontrato poi autrici speciali, attiviste, politiche, scrittrici di fantascienza e poete come Marge Piercy, cui si deve una delle prime autodefinizione di donna forte “– una donna non è fatta di carne […] In cima c’è un grandioso mal di testa: / capelli come un pezzo da museo, ogni giorno / adornati da vasi, / grotte, montagne, vascelli in pieno / assetto di vele, mongolfiere, babbuini. Una donna forte […] non è forte come un masso ma come una lupa / che allatta i suoi piccoli (Per donne forti, in Corporea, traduzione di Fiorenza Mormile).

E ancora un fare collettivo, di amore per una letteratura che sia anche politica in essere, relazione fra donne, immaginazione di futuri, ha guidato le scelte di WIT, il collettivo di traduttrici che ha curato e antologizzato le poesie di amore e denuncia di Audre Lorde (Audre Lorde, D’amore e di lotta. Poesie scelte, Firenze, Le Lettere, 2018).

In tutti questi anni, abbiamo incontrato temi come la necessità di ricostruzione di un grande edificio simbolico materno indagato in quarant’anni di pensiero femminista e nel patrimonio della poesia italiana degli ultimi settant’anni. Dal dopoguerra il tema della vita quotidiana delle donne, i loro sentimenti ed emozioni, la sessualità, la protesta contro costumi patriarcali familiari millenari sono stati alcuni fra i pilastri della scrittura delle donne anche in poesia.

Abbiamo incontrato lingue poetiche materne come corde della memoria, in lotta contro la fragilità del ricordare e la necessità di farlo. È per questo particolarmente importante includere oggi, in un canone non solo eurocentrico, non solo a prevalenza bianca e maschile, ma inclusivo delle minoranze, anche la presenza di autrici migranti italofone, che hanno scelto di scrivere in italiano, come testimonia l’interessante presenza de La Compagnia delle Poete, fondata da Mia Lecomte con una ventina di autrici di varie parti del mondo, fra cui l’argentina Langtry, l’austriaca Pumhösel, la tedesca Eva-Maria Thüne, l’italo-somala Ali Farah (tra le pubblicazioni della Compagnia, Madrigne in un’unica partitura, Ledizioni, 2015) e altre poete che usano l’italiano mescolato al dialetto o alla lingua d’origine (il siciliano di Dina Basso, il veneto di Silvia Molesini, il modenese di Giovanna Gentilini, il ladino di Roberta Dapunt, il friulano di Nelvia Di Monte).

Quali possono essere oggi gli scopi di una antologizzazione delle scritture femminili, cosa aspettarsi da questo lavoro ancora necessario di testimonianza e rappresentazione?

Parto da una citazione di Alessandra Ferlito dal bel libro Femminismi futuri (a cura di Lidia Curti, Iacobelli, 2019) a proposito di Curatela e femminismo in Italia. Cosa differenzia la curatela femminista da quelle istituzionali? Scrive Ferlito “Le sperimentazioni femministe…si dissociano dall’intento oggettivizzante della curatela istituzionale, dalla sua necessità di selezionare, giudicare, organizzare, catalogare, etichettare e archiviare l’esistente. Esse abbandonano qualsiasi ambizione scientifica a produrre schemi stabili, modelli standardizzati, forme omologanti e identità fisse, mentre spingono verso il superamento della narrazione logica, lineare e disciplinata, impostata dallo sguardo bianco-maschio-occidentale”.

Come accade anche nella fiction a firma di donne, la vera sovversione dell’antologia oggi sta nella forma visionaria necessaria a trasformare “il mondo che viviamo nel mondo che vogliamo”, cito ancora dal saggio di Ferlito. Ci aspettiamo dunque dalle antologie non mera e ghettizzante catalogazione ma vera forza trasformativa (il femminismo come carica di energia per pensare il futuro) e apertura a prospettive inattese.

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni vive a Bologna e si occupa di poesia e di critica letteraria militante. Ha co-curato varie antologie di poesia, fra cui Cuore di preda. Poesie contro la violenza sulle donne (CFR, 2012), Fil Rouge. Antologia di poesie sulle mestruazioni (CFR, 2016), Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009), La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La Vita Felice, 2015) e, appena uscita Matrilineare. Madri e figlie nella poesia italiana contemporanea, Milano, La Vita Felice, 2018. È da vent’anni nel Gruppo ‘98 Poesia e nella redazione della rivista Le Voci della Luna. Fa parte del Collettivo di traduzione WiT, Women in Translation, con cui ha curato l'antologia Audre Lorde. D'amore e di lotta. Poesie scelte, Firenze, Le Lettere, 2018.

Ultimi post di Loredana Magazzeni (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.