Io, il sogno e il ddl Zan

Gisella Modica, 04 agosto 2020

“Appartengo al femminismo radicale che si è sempre posto non “contro” ma “sopra” il diritto, ritenendo inefficace oltre che pericoloso affidare materie delicate come la sessualità a una legge”. Un contributo al dibattito in corso sulla proposta Zan contro l’omotransfobia che intende punire la violenza verbale esercitata verso gay, lesbiche, trans e donne. La redazione ha diverse opinioni e volentieri ne discute in coda a questo articolo.

Di Gisella Modica

Ho sognato di partorire. Il mio corpo nel sonno riviveva le sensazioni provate quarantatré anni fa per il mio primo e unico parto: un misto di terrore per qualcosa in atto di molto doloroso e sconosciuto, e al contempo di massima eccitazione per l’avventura altrettanto sconosciuta che stava per iniziare. Il dolore che niente aveva di umano venne allora ricompensato, se così si può dire, dalla sensazione di potenza provata all’atto della nascita: come di una soglia del suono che era stata oltrepassata e da quel momento sarei stata altro: un essere trasformato, in divenire, e niente sarebbe stato più come prima.

Queste sensazioni le ho riprovate, dicevo, durante il sogno di qualche settimana fa e, in aggiunta, con la piena consapevolezza dei miei anni avanzati così lucida da chiedermi, sempre nel sogno, se non fosse un azzardo mettere al mondo alla mia età una creatura, ma il processo era ormai iniziato, era troppo tardi per un ripensamento, non potevo fermarlo né tornare indietro. Potevo solo abbandonarmi, non fare resistenza, e permettere alla natura di completare il suo corso. E iniziavo la respirazione “a cagnolino”.

Un sogno, come altri, densi, vorticosi, che si trasformano in incubi, e che mi è capitato non di rado di fare in questo lungo periodo post Covid. Perché allora ho deciso di raccontarlo?

Il punto è che il sogno l’ho fatto a seguito di una accesa discussione avvenuta la sera, con amici, sul ddl Zan in discussione alla Camera contro l’omotransfobia, che io criticavo e da cui prendevo le distanze, e per questo “accusata” di intolleranza. Sono andata a letto rattristata per quelle critiche che, provenendo da persone a me vicine, che stimo, le avvertivo più cocenti di altre subite su facebook, tacciata di essere una “destrorsa amica di Erdogan”, o di riesumare con il mio determinismo biologico “tempi bui che si credeva dimenticati”. In pratica di nazismo. Accuse pesanti, che fanno vacillare, se è vero che le parole sono pietre.

Non vuole essere questo lo spazio per ulteriori distinguo e chiarificazioni da parte mia sull’interpretazione della legge, né di disquisire sulla distinzione tra sesso e genere, già ampiamente esternata in altri luoghi. Vorrei ragionare invece con me stessa, e con chi vorrà leggermi, sul significato da attribuire al sogno, il cui messaggio ritengo molto illuminante e visionario in merito alle ricadute che il ddl Zan avrebbe nella mia vita se venisse approvata, senza le modifiche richieste da una parte del movimento femminista in cui io mi rivedo, e che qui non elenco.

Penso però che il messaggio insito nel sogno non si capirebbe nella sua portata se non dichiarassi di riconoscermi nel femminismo definito “radicale” non perché è chic ma “radicato nel corpo”; un movimento che si è sempre posto non “contro” ma “sopra” la legge e il diritto, ritenendo inefficace oltre che pericoloso affidare materie delicate come appunto la sessualità, con annesse finalità pedagogiche (e il ddl parla di questo), nelle mani del diritto. Vale a dire di articoli scritti da legislatori (in genere maschi) che finiscono per creare, o nel caso del ddl, rafforzare categorie patriarcali per loro natura discriminatorie, pur comprendendo che esistono le “minoranze” e ritenendo pertanto necessario, e non ostativo che, se esse lo desiderano, e così pare, vadano tutelate.

E qui si pone la questione poco compresa da coloro che accusano il femminismo radicale di determinismo biologico.

Il sesso, come lo intende il femminismo radicale, non ha nulla a che fare con la biologia, con l’anatomia, con la natura immutabile quanto il destino, come lo intende il pensiero patriarcale e cattolico.  Per me è sempre stato radicamento in un corpo femminile differente biologicamente da quello maschile; differente soprattutto dal suo simbolico imposto falsamente come unico, neutro e universale. Non è nemmeno e solamente un “costrutto sociale”: è un significante relazionale.

Per intenderci, e sgombrare il campo da equivoci e incasellamenti deterministici, da femminista radicale ho vissuto il mio corpo come una grossa matita rosso-blu, tipo quella usata dalle maestre delle elementari, ben appuntita, con cui ridisegnare (in blu) il mondo “affinché io possa esservi compresa” (Lispector); con cui allargare confini soffocanti, creare spazi armoniosi e (in rosso) cancellare tutto ciò che ne impedisce il movimento.

Insomma uno strumento, il mio corpo, unico e insostituibile per creare nuovi simboli, nuove parole corrispondenti al mio sentire. Una bussola che mi permette di orientarmi nel mondo e senza il cui uso mi sentirei perduta. Per ottenere cosa? Più potere? Più diritti? Maggiori tutele? Niente di, tutto questo, solo per essere libera e quindi più felice. Uno strumento versatile e incommensurabile nella sua potenza, il mio corpo, se oltre a creare simboli e linguaggi per un ordine altro, può, se vuole, (quindi “in potenza” e non come una sorta di condanna divina) creare vite: un corpo generativo che garantisce il futuro dell’umanità.

(Per inciso, il fatto che sarà possibile creare artificialmente esseri umani non dovrebbe depotenziare o esautorare del tutto il corpo femminile dalla sua funzione relazionale nei confronti della creatura generata, ma vivendo ancora in pieno post-patriarcato ne vedo tutti i rischi).

Tornando adesso al sogno e volendo rimanere sul mero piano esperienziale, soggettivo, credo che il messaggio in esso contenuto abbia a che vedere col fatto che il mio corpo “a pelle” abbia percepito come minacciose le motivazioni che stanno a supporto del ddl Zan, che sono ben note e qui non ripeto; che le abbia introiettate come una forma se non di cancellazione, di sminuimento della sua capacità creativa. Del resto non potrei né saprei dare un senso e un ordine alla vita se il mio corpo venisse limitato e circoscritto nella sua capacità di ‘mettere al mondo il mondo’; demolito a colpi di articoli per diventare un ‘quid’ da tutelare o messo in coda ad altre forme di orientamento sessuale i cui portatori hanno scelto invece, e consapevolmente, di farsi tutelare dalla legge convinti che porterà loro benefici.

“Bene, è una loro scelta, non la mia, e non potete trascinarmi su un sentiero che non ho chiesto e mai voluto percorrere”: credo che sia questo il messaggio che il mio corpo abbia voluto lanciare riprendendosi, o se vogliamo usare un termine più politico “rivendicando” attraverso il sogno la sua centralità, il suo originario posto nel mondo.

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Nota della redazione

In tutto il pianeta la violenza – verbale e non solo verbale – contro le donne, nonché contro gay, lesbiche, transessuali e altri “irregolari”, richiede strategie di contrasto sistematiche. Come ha scritto Ida Dominijanni su “Internazionale” il 3 agosto 2020 “una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro, dice da sempre il femminismo che infatti una legge contro la misoginia non l’ha mai chiesta, si chiama pratica politica. Naturalmente, una legge può aiutare: a stigmatizzare la violenza, a punirne l’attore e risarcirne la vittima. Ma non è tutto, e può essere perfino un alibi per non fare l’essenziale, che viene prima e va oltre la legge”.

Nel suo lungo, puntuale articolo che pubblichiamo per intero sulla nostra pagina facebook, Dominjanni spiega che “la legge nomina e riconosce gay, lesbiche, transessuali come soggetti particolarmente vulnerabili, dunque meritevoli di una tutela specifica, e codifica come specifiche fattispecie di reato la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (casistica poi allargata anche al sesso e al genere), aggiungendole alle analoghe fattispecie su base razziale, etnica e religiosa previste dalla legge Mancino”.

Il punto è che, in corso d’opera, il legislatore ha appunto sentito la necessità di aggiungere anche il reato di misoginia, inserendo così le donne tra le minoranze da tutelare. Questo non è piaciuto al femminismo radicale (in cui si riconosce Gisella Modica, l’autrice dell’articolo per LM) e ha scatenato polemiche, creando due schieramenti netti nel femminismo italiano.  Sempre proseguendo il ragionamento di Dominijanni “il testo del ddl Zan elenca e allinea come atti discriminatori e violenti da sanzionare quelli basati ‘sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere’. Vengono così per la prima volta trasferiti e cristallizzati in un documento giuridico termini prelevati dal lessico teorico-politico femminista e lgbtq+. Ma mentre nel dibattito teorico-politico si tratta di termini mobili e porosi, spesso controversi e comunque sempre aperti all’interpretazione, alla contestazione e alla negoziazione, trasposti nel linguaggio giuridico gli stessi termini si irrigidiscono e diventano normativi e divisivi”.

LM pubblica dunque l’articolo di Gisella Modica senza voler sposare necessariamente le tesi di chi avversa la legge Zan ma per dimostrare che è sempre possibile discutere se non ci contrappone tanto sulle idee ma a partire dalla propria soggettività e dalla propria esperienza di vita. Altre, in redazione, credono che una legge contro l’omotransfobia sia utile e che apparentare la comunità lgbqt+ alle donne costituisca un positivo processo inclusivo all’interno di quello che un movimento come Non una di meno chiama oggi transfemminismo, mettendo in discussione l’originaria classificazione binaria in maschi e femmine in quanto escludente di molte soggettività.

Il dibattito è aperto e la questione assai profonda e con molti altri punti su cui ragionare: noi vorremmo, come suggeriscono Ida e Gisella, che si arrivasse non a una rottura, ma a un arricchimento reciproco pur nella differenza di visione (Silvia Neonato).

 

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Gisella Modica

Sono nata nel 50, vivo a Palermo, ho una figlia a Torino, un marito, due gatte, altre sparse in giardino. Mi sono fatta il ’68, il ‘77, poi ho detto addio alla doppia militanza e sono diventata femminista. Mi son fatta tutte le manifestazioni, a partire dal salario alle casalinghe, tutti gli 8 marzo, anche se non ci credevo. Mi sono pure candidata indipendente (non ricordo quando) in Rifondazione Comunista, e poi ho detto BASTA! Voglio solo leggere e scrivere per cambiare il mondo. Dal ’93 faccio parte della redazione della rivista Mezzocielo, fondata, tre le altre, dalla grande Simona Mafai, oggi diretta da Letizia Battaglia, e pure dal ’93 della Biblioteca delle donne UdiPalermo, fondata nel 1946 da Anna Nicolisi Grasso. Dal 2000 sono socia della Società Italiana delle letterate. Sono nella redazione della rivista on line Letterate Magazine diretta da Silvia Neonato e componente della redazione di Leggendaria diretta da Anna Maria Crispino. Per Stampa Alternativa ha pubblicato Falce, Martello e cuore di Gesù (2000) e Parole di Terra (2004). Per Villaggio Maori I racconti della Cattedrale, Storia di occupazioni, rimozioni, immersioni (2016). Per Vita Activa edizioni ho curato il testo a più voci Le personagge sono voci interiori (2017); per Iacobelli ho pubblicato il romanzo Come Voci in Balia del Vento (2018).

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