PERSONAGGE: La ragazza del CAF

Erika Anna Savio, 2 agosto 2020

La ragazza del CAF

di Erika Anna Savio

 

Voi potreste pensare che un’impiegata del CAF CISL di Borgo Val Repella sia una persona grigia, forse persino un po’ noiosa, con i golfini beige e l’orologio della Prima Comunione, un marito incolore che lavora nell’unica azienda di tutta la valle, sì, proprio quella che dipende dalla cava della famiglia Raiteri, situata all’imbocco della provinciale, laggiù dove la valle si apre fra i pendii profumati di lavanda, fino a lambire il letto del torrente Repella.

 

A Tania piaceva scrivere su Facebook e ancor più si divertiva a raccontare le faccende, spesso rocambolesche, che la vedevano protagonista. Da sempre sapeva di essere una bella ragazza e non aveva mai smesso del tutto di divertirsi, neanche in quei pazzeschi tredici anni in cui si era presa e lasciata con Paolo Montini, inaugurati dalla nascita di Soraya e conclusi da quella di Martina.

Non che fosse stata tutta una passeggiata, lei ora ci rideva sopra, ma il simpatico Montini aveva una serie di vizietti che si svolgevano sia nel letto sia nel naso e quindi erano state molte le notti passate a piangere allattando Soraya, mentre lui faceva lo splendido in tavernetta con gli amici e (soprattutto) le amiche. Una sera, Tania lo aveva trovato chino sul piatto a sniffare, mentre una ragazzotta del paese vicino, seminuda, gli massaggiava i tatuaggi sulla schiena. Tania allora aveva sedici anni e la bambina pochi mesi, ma era abituata a cavarsela con i neonati perché in paese tutte rimanevano incinta presto, sempre con il primo amore, ma, poi, la vita prendeva le sue strade, talvolta impervie ma tutte diventavano velocemente in grado di accudire bambini. Gli stessi genitori di Tania, Teresa e Marione, l’avevano avuta da giovanissimi e si erano separati quando lei aveva sette anni e, con il tempo, pur rimanendo figlia unica, era riuscita a collezionare quattro fratellastri. Eppure, Teresa e Mario si volevano sempre bene e per lei avrebbero dato la vita: solo, non insieme, non nella stessa casa. Tutto ciò glielo aveva spiegato sua madre che praticava e insegnava Raja Yoga nell’unica palestra di Borgo Val Repella ed era conosciuta in tutta la provincia per la sua energia cosmicamente positiva; si era sposata tre volte ed era sempre stata appagata in coppia, fino al marito successivo, perché: «Tutto è fluido e non ci può opporre al perpetuo movimento della vita».

Il padre di Tania, Marione, di mestiere faceva il fattore anarchico, ovvero, allevava animali liberi e cresceva le piante e i frutti volutamente dimenticati dalla globalizzazione. A tempo perso girava le feste paesane con un biroccino; attraversava la Valle del Repella costeggiando il torrente insieme al ciuchino Gigi, la capretta Mara, un falco zoppo e due gallinelle bianche con cui, vestito da falconiere medievale, si esibiva in un mini-circo per bambini. Quando era piccola, nei giorni di festa, Tania andava con lui sul carretto ricoperto da un tendone colorato. Il Circo di Marione, c’era scritto in un font rosa che ricordava il bubble gum. Tutti trovavano Mario una gran sagoma, nei paesi lo acclamavano e, dopo gli spettacoli, lo portavano nelle piole per offrirgli da bere. Tania restava seduta sullo spiazzo ghiaioso in cui i vecchi giocavano a bocce fino a quando il neon della trattoria moriva dentro al buio dei boschi che lambivano il fondo pista. A quel punto Mario compariva, un po’ traballante e, slegato Gigi, ripartivano sul biroccio. A volte si erano fermati a dormire sotto le stelle d’agosto e lei ricordava con nostalgia il frinire selvaggio delle cicale lungo la piana.

A diciassette anni si era già fatta i tatuaggi sulle braccia (quello sul fondoschiena lo fece verso i venti, durante una vacanza a Formentera), i capelli rossi e i due piercing alla lingua e all’ombelico. Amava vestirsi elegante ma sempre in modo originale, secondo la moda proposta dalla sua amica Manny, che gestiva l’unico negozio di vestiti e gioielli vintage in mezzo a quei fitti boschi dell’Appennino. Quando a Borgo si faceva la festa del solstizio d’estate, Manny organizzava la sfilata e, prima Tania, poi da qualche anno anche Soraya e Martina, indossavano i capi che lei aveva scovato nei mercatini in giro per l’Europa. Sfilavano con i tacchi sulla passerella del ballo a palchetto, facendo scricchiolare i tavolacci di legno attorniati dalla gente che succhiava rumorosamente la porchetta a bocca aperta. Sulla testa si dovevano portare i copricapi fatti con fiori e tela di sacco, unico retaggio medievale del solstizio borgano; si chiamava La Sagra del Solstizio – Porchetta e Birra ed era l’evento principale per cui tornavano al paese, persino quelli emigrati nelle Americhe.

Fu proprio in quest’ occasione, nel 2016, che una spumeggiante Tania Bertino conobbe lo scrittore locale Baleno Vasconi, che, dopo anni di esilio romano, era tornato per scrivere tre romanzi ambientati a Borgo Val Repella (profondissimi ma freschi li definì la critica) poiché, si giustificò «solo nel borgo natìo si può ritrovare questa ispirazione così potente da lasciarmi obnubilato per giorni». Macchè Città Eterna, macchè Paris, Berlino o Niu Iorc: «Questa volta» il Vate del Repella affermò in un’intervista alla “La Granda”: «Odo un richiamo così netto, così patente, che sento che mi accaserò definitivamente in cotesti luoghi aviti, laddove mio nonno raccoglieva le ninsole e mia mamma portava le vacche al pascolo all’ombra del Monte Paludo».

Fu così che alla sagra lui e Tania bevvero una, due, tre Bière du Demon e poi andarono a fare un giro di liscio sul palchetto, dove lei si scatenò sculettando (sapeva farlo persino con il liscio e le mazurke: era una vera donna, lei, pensò Baleno) mentre lui restò appoggiato a un palo a guardarla golosamente, biascicando tra sé e sé una litania che pressappoco diceva così: Zio Fa e vigliaca miseria!

E da lì seguì un’estate a far il bagno ad Albissola, salire nei boschi a far l’amore sui sassi polverosi, trovandosi gli aghi di pino infilati tra collo e mutande; a scolarsi tutte le sagre dell’entroterra, i sandali gialli con il tacco e gli occhiali da sole graduati, il petto villoso di Baleno, così selvaggio da parere un cinghiale con la barba disordinata e le felpe informi, ma così colto e appassionato da far volare Tania intorno al mondo.

Tania leggeva, faceva zumba e intanto cresceva le sue bambine e lavorava al CAF. Lui “adottó” Soraya e Marty insieme alla cocorita Mariuccia e al vecchio gatto Moe; a domeniche alterne andavano a pranzare da Marione o da Teresa e lui rideva, beveva Barbera e complimentava gli agnolotti con il sugo di cacciagione. Poi arrivò l’autunno e Tania lo accompagnò una settimana in giro per l’Italia per promuovere il suo ultimo libro, “Richiami dal bosco silente”.

Infine, giunse la galaverna di novembre e, come un uccello migratore, Baleno sparì dalla circolazione.

 

Tania non avrebbe ammesso mai, neanche sotto tortura, che con Baleno si era presa una sonora fregatura. Alla Locanda del Mulino Nuovo, mentre faceva aperitivo con le amiche, ci scherzava su, diceva: «Eh, ragazze, meno male che me lo sono tolto dai piedi! Era un balengo fatto e finito, a dirla tutta anche poco dotato, meglio perderlo che trovarlo. D’altronde, Baleno, Balengo, c’è solo una g a far la differenza». (Eccetera). Poi, però, tornata a casa, guardava la chitarra che il Balengo Fatto e Finito le aveva lasciato accanto al divano e si ricordava quelle serate ubriache, con lui che cantava nenie strappacuore in inglese, la fiatella di dolcetto e lei che si sentiva la donna più fortunata del mondo e si metteva a ballare voluttuosa come Salomè con tutti i Sette Veli. E poi facevano l’amore, e poi ancora e ancora, fino a sfinirsi.

Ogni tanto le bambine avevano chiesto del Balengo: «Ma Baleno, non viene più per portarci a Mirabilandia?». E di nuovo: «Quando Soraya fa 14 anni, può essere che torna e la adotta come aveva promesso?». O, infine: «Ma Baleno, non ce le porta più le felpe di Scout da Torino?».

E Tania doveva trattenere le lacrime perché sentiva che stavolta aveva toccato proprio il fondo nel farsi prendere in giro. Per lui aveva fatto e concesso ogni cosa. Ma proprio tutto. E avrebbe potuto aggiungere ancora di peggio, per soddisfare ogni suo desiderio (Baleno aveva voglie alquanto originali), ma Baleno si era volatilizzato.

 

Lo aveva cercato al telefono e lui non rispondeva. Le mail tornavano indietro. Lo vedeva sui giornali, era stato ospite d’onore a un festival letterario e lei gli aveva scritto su Messenger, aveva commentato su Facebook, aveva persino piazzato il cuoricino rosso su Instagram, ammazzando l’ultima briciola di orgoglio che le rimaneva.

Intanto, la brutta stagione era esplosa, pioveva e pioveva; pensò che le avrebbe fatto bene iscriversi a un corso di lindy hop nella palestra di San Sudario; altro non c’era da fare in tutta la provincia: l’inverno è lungo e noioso nella Valle del Repella.

Poi si era messo a nevicare e tutte le strade erano diventate un pantano. Aveva smesso due giorni, poi, proprio il giorno che doveva cominciare il corso di lindy hop, subito dopo pranzo, Tania aveva guardato fuori dalla finestra e si era accorta che ricominciava a fioccare: le figlie erano già scese in strada a tirarsi palle di neve, ridendo con gli altri bambini. Soraya era la più grande e, infagottata nel piumino bianco con brillantini e piume, le era sembrata ridicola, pareva un pupazzo gonfiabile del lunapark.

La metterò a dieta, si era ripromessa a voce alta Tania. Non la poteva vedere così goffa. E l’avrebbe anche iscritta in palestra vietandole di circondarsi solo dagli amichetti seienni della sorella. Aveva tredici anni, che diau, era ora di crescere!

«Soraya!» chiamò dalla finestra: «Guarda che io adesso esco, eh. Vedi di rientrare a fare i compiti. Io torno per cena e voglio trovarti che hai finito tutto».

Soraya stava correndo intorno al cassonetto per sfuggire a un bambino che avrà avuto sì e no dieci anni: «Sì, ma’, ancora un attimo che stiamo giocando!» sembrava squittisse e non la smetteva di agitare quel suo deretano enorme. Tra un mese compie quattordici anni, scosse la testa Tania, e pare più piccina di Martina; alla sua età, io già ero incinta, altroché giocare a palle di neve.

S’infilò i Moon Boot e andò a tirar fuori la Yaris dal garage.

 

Aveva smesso di nevicare e la statale pareva un presepe: le luci delle frazioni di Borgo Val Repella risplendevano nitide nel blu quasi artificioso della sera. Faceva freddo, la neve scricchiolava sotto le ruote. Tania andava piano per non scivolare.

Dopo qualche chilometro, si rese conto di aver fatto una sciocchezza a mettersi per strada: sicuramente, il corso era stato annullato e lei stava facendo un viaggio inutile, oltre che rischioso. Non aveva neanche avvisato sua madre o Paolo che le bambine sarebbero state da sole fino alle otto e mezza. Per tivù avevano dato l’allerta meteo in tutta la regione e lei non era stata altro che una cretina.

Da quando Baleno era sparito faceva solo cose insensate e autolesive.

E intanto, le stava pure venendo paura. Non avrebbe neppure potuto scriverlo su Facebook, perché le avrebbero dato tutti dell’incosciente. Anzi, sai che c’è, borbottò tra i denti, qualora fosse riuscita a tornare sana e salva, lo avrebbe invece scritto proprio su Facebook, così se Baleno avesse letto, si sarebbe preoccupato per come era riuscito a ridurla.

Vide comparire il primo tornante, giusto poco prima che iniziasse la discesa di Tetti Rivoletto e cercò di frenare, ma appena toccò il pedale, la Yaris scivolò e uscì dalla strada, andando fortunatamente a fermarsi proprio sotto lo scheletro della casa in costruzione, dietro la grande quercia.

Solo per pochi centimetri aveva evitato di sbatterci contro e quando se ne rese conto, sentì il cuore batterle all’impazzata, come volesse sfondarle il petto. Spense la macchina e tirò fuori dalla tasca il cellulare per chiamare la madre: doveva farla correre subito dalle bambine. E lei invece doveva tornare il più velocemente possibile indietro. A casa.

Ma su quel tornante gelato, il telefono non aveva campo.

Merdasa mola.

Sentì l’ansia salirle su dalla pancia fino in gola. Frugò nella borsa, ma si ricordò di aver tolto lo Xanax via dal beauty da almeno un mese. Voleva far la figa e non lo aveva più rimesso.

L’ansia divenne panico e raddoppiò la potenza. Si sfregò la faccia, poi fece un lungo respiro e tirò giù lo specchietto. Si guardò gli occhi, vide il mascara tutto sbavato. Ecco, mi concentro su quello: il mascara sbavato. No panico, resta fissa sul pensiero del mascara sbavato, bisogna sintonizzarsi su un pensiero innocuo, così come le aveva insegnato la counselor del workshop “Prendi la vita nelle tue mani”.

Infilò la chiave nel quadrante per riaccendere l’auto.

Coff, coff,

Spalancò gli occhi, poi rigirò la chiave: Coff, coff, coff.

Oddio.

Oddio, oddio, oddio.

Pure! Ci mancava questo: la macchina non ripartiva più.

Insomma: stava in mezzo al nulla, con l’allerta meteo e il telefono senza campo. E ora? Doveva risalire a piedi prima che cominciasse a nevicare più forte? Che doveva fare? Sarebbe morta di stenti e gelo. Già vedeva i titoli dell’“Eco del Repella” che in prima pagina riportavano la notizia di una giovane madre e impiegata del CAF misteriosamente scomparsa nella notte della bufera.

L’avrebbero ritrovata giù dalla ripa, coperta di neve gelata, la faccia contratta in una smorfia nera come la mummia del Similaun.

Batteva i denti ma restava lì, paralizzata, le mani rigide sul volante mentre il suo cervello visualizzava il prossimo numero della testata provinciale (Che foto metteranno? Intervisteranno Paolo? Baleno piangerà lacrime amare: in fondo è tutta colpa sua, non mi sarei mai messa a fare un corso di lindy hop a San Sudario, se lui fosse stato con me) quando un improvviso colpo sul finestrino la risvegliò brutalmente dalle sue gloriose morti con epigrafe.

«Signora! Ehi… che sta facendo nel mio cortile?»

Un omaccione con un cappello di lana grezza calato fino sopra agli occhi stava battendo sul vetro. Tania era paralizzata dalla paura: «Mi scusi, mi perdoni… si è fermata la macchina! Io devo tornare dalle mie bambine su a Borgo… non volevo, mi scusi davvero!».

Alla sua frase balbettata sembrò seguire un tempo interminabile.

L’uomo la fissava e lei fissava spaventata il volante, tutto intorno era bianco e blu e nessun rumore sfiorava le colline.

All’improvviso, un ululato spaventoso frantumò quel silenzio gelato. UUUUUUUUUUUUUUHHHH

Tania schiacciò il piede sul pedale della frizione e, contemporaneamente, lanciò a sua volta un grido: oddio, i lupi, la valanga, la morte, lo psicopatico, sto per morire, Gesù aiutami tu!

Si fece il segno della croce, che non faceva da quando aveva tredici anni.

«Zitto, Jack. Fai cuccia, la signora qui presente pare già spaventata di suo.»

Era un cane. Un semplice cane che lei, da dentro l’auto, non poteva vedere. L’uomo si chinò ad accarezzarlo, poi si tolse il cappello e se lo strinse sul petto. Aveva la voce burbera, ma si mise ad allargare le braccia in modo così bonario: «Tania Bertino! Io sono Luciano, l’ex dell’Ylenia… giocavo a calcetto con tuo padre, non mi riconosci? Mica voglio farti paura, eh. Sono venuto a dar da mangiare al cane, povra bestia. Jack fa la guardia alla casa… cioè, a quella che doveva essere la casa nuova mia e dell’Ylenia, ma poi lei è andata via con quel Franco, o Ivo o come diamine si chiama il suo nuovo compagno. Lo saprai anche tu, no? Lo sa tutto il paese». Arricciò il naso, quasi gli venisse da piangere.

Tania lo guardò. Non lo fece apposta, ma scoppiò a ridere: «Ma certo! Luciano, il papà di Andrea… come no, scusami tanto. Mi sono spaventata, sai? Non ti ho riconosciuto con questo cappello. Perdonami, ho perso il controllo per il ghiaccio e ora la macchina non riparte e…». Scosse la testa, poi si mise le mani sulla faccia: «E poi niente. Scusami ancora. Sono una scema. Ho fatto una figuraccia, eh?».

Lui le aprì la portiera e, con galanteria impacciata, la invitò ad accettare il suo aiuto: «Ci do un occhio io. Ho fatto anche il meccanico, quando stavo a Milano, me la cavo con i motori».

Tania lo guardò aprire il cofano dell’auto: aveva grosse mani screpolate e, dentro la macchina, le muoveva in modo deciso, sapiente: «Credevo facessi solo il giardiniere… o il vivaista».

Luciano alzò la testa e stavolta abbozzò un mezzo sorriso: «Ah, è per quella faccenda della quercia che piantai quando nacque Andrea. Qui, in questi paesi, ci mettete niente, eh, a leggere la vita agli stranieri. Sarei un operaio edile, io: muratore, piastrellista, pure gruista, se serve. E pugile, soprattutto».

«Beh, scusami, ma tu hai l’età di mio padre… o quasi» rispose Tania cercando di controllare se Luciano avesse il naso storto. Lo conosceva da anni, si salutavano per strada, l’aveva visto in pizzeria con Ylenia, fuori da scuola con Andrea, a giocare a scopa al bar con suo padre, ma non l’aveva mai guardato davvero: ad esempio, aveva gli occhi azzurri, e i peli della barba sale e pepe, ispidi sulle guance butterate da una vecchia acne adolescenziale: «Se ti va e se la macchina riparte, magari andiamo a berci qualcosa a Borgo, così, per dirti grazie…».

Chissà perché lo aveva detto.

Lui richiuse il cofano, poi le puntò addosso quei suoi occhi color dell’acqua: «Se ti va e se la macchina riparte» le fece il verso ridacchiando. «Facciamo che ti porto su a casa io, Biancaneve.»

E fu così che Tania non scrisse il post su Facebook per raccontare quanto era stata stupida, anzi, pubblicò la foto del bicchiere di Nebbiolo che si scolò con l’ex dell’Ylenia. Come nulla fosse successo, dimenticò Baleno e Luciano riprese mattoni e cemento per finire la casa al curvone di Tetti Rivoletto. Dopo pochi mesi, che era già primavera inoltrata, Tania andò a far aperitivo con le amiche alla Locanda del Molino Nuovo per festeggiare: «Sono incinta» annunciò alzando il bicchiere e le amiche applaudirono felici facendo tintinnare i calici. Stavolta, però, davanti al cancello d’ingresso, Luciano piantò un bel castagno, perché aveva letto che in Sicilia esiste l’albero più antico e longevo d’Europa ed è un castagno. E Luciano a queste cose ha sempre prestato molta attenzione.

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Erika Anna Savio

Erika Anna Savio nasce nel 1976 a Torino e cresce a Mirafiori Sud, all’ombra delle ciminiere della Fiat. Laureata in Lettere Moderne, giornalista dal 2013, ha continuato a interessarsi della vita nelle periferie attraverso i due libri di indagine sociale e testimonianza territoriale “Mirafiori Sud, vita e storie oltre la fabbrica”, Graphot Editore, 2014 e “Mirafiori Nord, la fabbrica del cambiamento”, 2017, ideati e scritti insieme all’urbanista Federico Guiati. Tra il 2010 e il 2016 ha lavorato come ufficio stampa e giornalista nel campo del turismo e dell’arte. Segnalata e pubblicata in concorsi letterari per racconti inediti (“Scrittori dal Piemonte”, 2015-17, Historica Giubilei Edizioni e dalla rivista “Inchiostro”), oggi lavora come insegnante di Lettere alle scuole medie e collabora attivamente con la Fondazione Mirafiori. Quando ha tempo, viaggia e illustra libri per l’infanzia (“Libera”, Ed. Barometz, 2019; “Marco il Sognatore”, 2006, Ed. Araba Fenice).

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