Testimonianze al tempo del virus/10

Elvira Seminara, 21 maggio 2020

Quale mondo san(t)ificato vogliamo?

Defoe la chiama “visitation”. Nel suo Diario dell’anno della Peste, l’epidemia del 1665 giunge a Londra “in visita”, e quest’immagine spettrale e insieme domestica, quasi salottiera, oggi mi appare perturbante. 

Anche il Corona virus nel suo insinuarsi mellifluo tra un bacio e una stretta di mano ha rivelato la sua ambivalenza, mostrando subito la doppiezza della parola “affetti”, che oltre a dire “sentimenti” significa “colpiti da un male”. Ma è tutta la scena del mondo contagiato a smascherarsi oggi davanti a noi, che la guardiamo distanti e mascherate. 

Eccoci. Dopo aver citato tutti quelli da citare, da Boccaccio a Manzoni a Camus passando anche per Verga e De Roberto; imparato a fare le mascherine in casa e ogni sistema di smartworking, forse è il tempo di ammetterlo: l’homo demens si è riconosciuto allo specchio.

Il Covid 19 ha spazzato via equivoci e dissimulazione scoprendo le nostre colpe, vergogne, reticenze. Ad esempio le differenze di classe, che nell’era social finto-democratica invece persistono ed esplodono, perché i più disagiati sono più esposti biologicamente al contagio, ovunque, per la precarietà dei mezzi e promiscuità ambientale. Papa Francesco si è impegnato molto, e teneramente, a ricordare il conforto e l’urgenza della preghiera, ma non è facile pregare chiusi in quattro, ogni giorno, in 50 metri quadri, e specialmente senza più introiti, perché il lavoro era in nero, precario, autogestito – ma su depressioni, suicidi e violenze domestiche i media colpevolmente tacciono.

Lo confesso. Ho seguito con molto imbarazzo la narrazione della prima fase dell’epidemia espressa su tg e social, dove sembrava che il problema prioritario per tutti fosse quello di sconfiggere la noia e cucinare ghiottonerie, preferibilmente gustate con gli amici on line, mentre i vip sui tg, in tuta e spettinati ad arte, consigliavano di fare come loro, che innaffiavano le rose e progettavano film, o infornavano torte suonando il flauto. E intanto il web esplodeva di video, interviste e dirette social, con noi scrittori che consigliavamo libri, e i pensatori temi per meditare, tutti profeti, poeti, analisti, più o meno apocalittici (“E’ una punizione meritata!”), ascetici (“Torniamo alla natura!”), pedagogici (“E’ una lezione per tutti!”).  Aperitivi su Skype, yoga di gruppo sul web, riunioni su Zoom, concerti sui balconi, bandiere al vento – il tutto nel segno di un umanesimo smarginato, nevrotico, bipolare. 

La narrazione sui media – lungo le riprese delle nostre splendide piazze rinascimentali, con fatale richiamo a De Chirico o Magritte – si è dipanata per due mesi come un serial psicogeno, un’Apocalypse in slow motion secondo Enzensberger, con le vittime da una parte, il nemico- virus dall’altra, e gli eroi in mezzo, eroi davvero, cioè dottori e dottoresse, infermiere, personale sanitario e volontari a rischiare stremati in prima linea.

Mancava l’altra narrazione, però. E mentre su Facebook ci si scambiava consigli sulle piante da salotto (o sul pane alle olive fatto in casa), nelle periferie e nelle case dell’altra Italia i problemi non erano le olive bianche o nere, o il gatto inappetente. Certo, il web ha democraticizzato i rapporti, fra smartworking, video e didattica a distanza. Ma quanti i ragazzi tagliati fuori dal percorso scolastico per mancanza di connessione, di computer, o per disagi familiari da nascondere alla telecamera assieme alle grida dei genitori? 

Tutti sognano, ovunque, di “tornare alla normalità”. Di scambiarsi abbracci repressi. Io lo trovo spaventoso, e spero non succeda, questo ritorno al “tutto come prima”.  Non vorrei tornare a un mondo in cui i vecchi sono di troppo, e per smaltirne il peso li si confina nelle RSA e li si consegna al virus, tanto non parlano a nessuno. Non vorrei tornare a un mondo (l’Italia, ma anche la Francia e la Spagna) in cui le spese per la sanità sono considerate accessorie, al contrario di quelle, sempre in crescita, per le armi. Non voglio tornare alla “normalità” di un mondo in cui la metà serve a sfamare l’altra metà, e la biomassa degli umani equivale a quella dei bovini allevati, peraltro in modo violento e anti etico – e non a caso i virus sono in maggioranza zoonotici.  Un mondo dominato dalle logiche del mercato e del consumo, che infatti risultano adesso prioritarie nel piano di governo, a dispetto del rischio sanitario. Non voglio tornare al mondo predace di ieri, che ha prodotto questo scempio. 

E’ vero, tutta l’Italia ha mostrato un gran cuore, e molta buona volontà.  Fra i bei concerti nei terrazzi e gli inni patriottici sui balconi, una corrente di generosità e cooperazione, attiva tuttora, si è espressa con azioni reali che vanno ben al di là della facile “condivisione” sui social.  Medici e specialisti di vari paesi sono venuti in Italia a portare aiuto e competenze, e team internazionali lavorano alla ricerca sul vaccino.  

Mi piacerebbe credere a Slavoy Zizek, che vagheggia un “nuovo comunismo etico”, e nutrire la stessa fiducia di Julia Kristeva quando dice che ci salverà la nuova coscienza dei limiti innaffiata dalla tenerezza. Cooperare è tra i verbi che adesso usiamo di più. L’aveva già detto, sul finire dell’Ottocento, quel genio anarchico di Kropotkin: siamo creature improntate al “mutuo soccorso”.  In fondo le api, i lupi e le formiche sanno vivere in comunità senza aver mai letto i Vangeli, Kant o Marx. Basterebbe imitare gli animali e smettere di ritenerci una specie superiore e onnipotente.   

Ecco. Quando sfileremo le maschere, non vorrei entrare in un mondo sanificato, ma santificato, per dirlo con la Ortese, da un nuovo agire più sobrio, responsabile ed etico verso il “corpo celeste”, cioè il pianeta che siamo. Le donne usano già questa sintassi della cura, e da tempo contro il totalitarismo mercantile parlano una lingua fatta di relazione, inventiva, tutela del bello. E di recupero contro lo spreco, la violenza, la monetizzazione selvaggia. Altro che guerra, la pandemia. Spetta a noi, anche, rinnovare le metafore grevi e stantie.    

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Elvira Seminara

Scrittrice e giornalista, vive tra Aci castello e Roma. Fra i suoi romanzi L’indecenza (Mondadori 2008); I racconti del parrucchiere (Gaffi 2009); Scusate la polvere (nottetempo 2011); La penultima fine del mondo (nottetempo 2011); Atlante degli abiti smessi (Einaudi 2015) - i primi due messi in scena dal teatro Stabile di Catania. Suoi testi sono tradotti in diversi paesi.

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One Comment
  1. in risonanza con ‘affetti’, che ho gustato fino all’ultimo retrogusto, commentavo tra amici la gretta interpretazione di ‘congiunti’ da parte dei “coordinatori” dell’emergenza che con evidenza, non conoscendo bene i congiuntivi, non sospettavano che i congiunti -nella vita- non si limitano alle parentele stabilite dalla legislazione (da svecchiare) perchè non viviamo nei tribunali, tant’é che pur non essendo imparentati biologicamente con cani e gatti -ma forse con le scimmie sì- la vita produce affetti anche con le specie verso le quali non siamo imparentati.
    (mi sono autolimitato a commentare solo il primo periodo, il resto forse in un altro periodo . . .)

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