La disfavola degli elefanti

Clotilde Barbarulli, 2 aprile 2020

Il suo primo libro Fra-intendimenti del 2010 raccoglie racconti che si muovono fra la Somalia, lasciata nel 1986, e l’Italia, costringendo a vedere come la società italiana sia fatta anche della storia coloniale: Kaha Mohamed Aden si è definita una “cantastorie alle prime armi”, ma in realtà è una affabulatrice che coinvolge in una lettura ironica e graffiante sul passato e sul presente.  Già nel racconto “1982: fuga da casa”  – con la sovrapposizione di piani narrativi attraverso l’inserzione di una storia in un’ altra – si affacciava  una bertuccia parlante quando Kaha, a Mogadiscio, è sotto il tiro di un berretto rosso con il kalashnikov. Mentre gli altri militari cercano documenti e libri che possano provare il coinvolgimento in attività sovversive del padre arrestato, la bertuccia le porta un racconto-regalo, la storia del re leone che invita tutti gli animali ad un banchetto, con il problema di come dividere la carne, evidente metafora della situazione politica del paese.

In questo nuovo libro, “Dalmar La disfavola degli elefanti”, gli animali sono al centro, per narrare sempre metaforicamente, la guerra dei clan in Somalia, una guerra fra vicini di casa che ha anticipato tragicamente le vicende jugoslave: gli elefanti scappando per la guerra, finiscono nel territorio degli orsi, apparentemente in pace. Ma il generale-barbiere, capo degli orsi, così benevolo, ha un passato efferato e tuttavia sa anche che gli elefanti “non hanno nulla da perdonargli”, a differenza “delle zebre massacrate, delle volpi umiliate e delle mucche stuprate solo per il fatto che non erano orsi”: una guerra “di tutti contro tutti” che ha sanzionato i clan.

L’elefantessa Idman – la capa che vorrebbe potersi dedicare all’amore per il Doctor Doolli, un intellettuale topo di mare –  ha intuito il predatore, ma cerca di capire.  Nella foresta la lumaca Babalusha le spiega che gli esseri evanescenti e svolazzanti incontrati sono i sentimenti degli animali uccisi: “è una massa di pura rabbia sospesa qui che da tempo attende di essere lasciata andare”, se qualcuno offre una possibilità di placarsi. Alla fine – in tensione fra due diverse voci interiori – Idman cercherà di spiegare al piccolo Dalmar della guerra che c’è stata nella zona e del proprio desiderio di fare nella foresta una “specie di  locale-monumento” che consenta il ricordo delle vittime, così i fantasmi potranno “andare in pace”: Ora “le creature dell’indicibile rabbia si sono sentite comprese, riconosciute e pensate” dall’ascolto commosso di Idman che, per le esperienze precedenti, è attenta “a quelli che fanno tacere il passato perché molto probabilmente con loro si preannuncia un futuro privo di responsabilità”. Non si può infatti avere una pace vera senza una riflessione sugli eventi drammatici accaduti.

Sull’importanza della memoria e del fatto che non può esistere soltanto la storia dettata dai vincitori, abbiamo parlato proprio di recente al Giardino dei Ciliegi nel Convegno di ottobre sul ‘dominio’, e l’autrice nel libro riesce ad articolare, poeticamente e politicamente, questo tema così complesso. Di fronte alle dimenticanze della Storia ufficiale, persiste il passato che batte ancora nelle vene del presente: la memoria viva vuole la speranza.

Il racconto degli elefanti e degli orsi ha caratteristiche della favola, ma è ancorato nella tragedia somala, con accenni diretti e indiretti che permettono a chi legge di transitare dal fiabesco alla realtà. Come strategia narrativa, l’autrice usa l’ironia non per prendere le distanze con il rischio di banalizzare, ma per sottolineare il conflitto tra opinioni correnti e valori diversi, invitando a porre interrogativi al passato e al presente, in un orizzonte di vecchi e nuovi fascismi.  Sollecita infatti una presa di posizione e di responsabilità per inquietare la visione veicolata dalla storia unica: considerando la memoria al servizio del futuro, si oppone così alla menzogna della Storia e contrasta l’amnesia programmata: “la vita ci chiama alla disfavola” (Lamanda).  Dalmar è una controfavola che allude a tutte le guerre, presenta la pace come assenza di guerra che non contempla giustizia e memoria, proprio come nell’oggi; perciò non si accontenta di un finale di apparente pace/non belligeranza, ma vuole interrogare il passato per spezzarne il silenzio e riconoscere il dovere del ricordo.

Se la memoria collettiva è imbevuta di ferite che chiedono di essere curate (Ricoeur), questa contronarrazione può offrire uno spazio di pensiero critico tra le parole svuotate e abusate della politica ufficiale e spingere a reagire alla violenza che ci circonda fra guerre, respingimenti, perdita di memoria e di diritti. Nel dolore di un trauma, personale e/o collettivo, la scrittura è in generale l’unico modo per contrastare la lacerazione dell’oblio che può essere assoluta (Barthes).

 

Kaha Mohamed Aden, “Dalmar. La disfavola degli elefanti”, Unicopli 2019
Kaha Mohamed Aden, “Fra-intendimenti”, Nottetempo 2010.
Laura Lamanda, “Aereoracconto dell’amore folle”, Fandango 2012.
www.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it: Interventi Convegno “Performatività del dominio”, 27-29 settembre 2019.
Roland Barthes, Dove lei non è. Diario di lutto, Einaudi 2010
Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, Cortina 2003

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),
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