PERSONAGGE: Gianna

Elena Nieddu, 4 aprile 2020

“Mi posso occupare io di lei, signora, stia tranquilla”, le dissi, guardando da un’altra parte, forse facendo una cosa stupida come mettere a posto il caricabatterie del telefono.
Lei mi sembrava una ragazza troppo giovane per essere in quel grande ospedale che ogni giorno vedeva tanti morti, e sentii subito di volerla proteggere. Aveva gli occhiali grandi e neri che le coprivano metà del viso, gli incisivi davanti lievemente sovrapposti, i capelli raccolti in uno chignon imperfetto che faceva acqua da tutte le parti. Stava seduta sulla carrozzina nel vano della porta, così, come l’avevano appena portata dal Pronto Soccorso. La mamma, alla quale mi rivolgevo, indossava un piumino grigio e aveva orecchini grossi di metallo, pendenti come lacrime d’oro. Dissi così, ma non vidi niente. Siamo sempre ciechi davanti agli altri, gli occhi non bastano a capire, si posano veloci e sfuggono e quel che resta è ombra del vero. 
La ragazzina camminava a fatica. Me ne accorsi quando le due infermiere la sorressero per accompagnarla al letto dietro il mio, un letto da ospedale, accanto alla finestra, dalla quale entrava un sibilo di aria gelida che diventava grigia come l’intelaiatura anni 80 dell’infisso. Aveva il piede destro girato verso l’interno: si sorreggeva sulle altre persone facendosi prendere sotto le ascelle, appoggiava il peso sul sinistro e strisciava l’altro. 
Fece sei, sette passi così, poi la fecero sdraiare. 

 

Ero in ospedale per aspettare i risultati di un esame del sangue supplementare, chiesto da un medico zelante o forse più in gamba di altri. Temevo che quella sarebbe stata la mia ultima notte da persona libera, cioè da persona senza il giogo della malattia. Volevo succhiare ogni granello di quella notte, ogni attimo, perché poteva essere l’ultimo. Ma l’ansia mi mangiava dentro, a grandi morsi: mi sentivo sbranare, lacerare da un felino affamato. 
Guardavo, ma non potevo vedere.
“Non si preoccupi. Vedo se stasera posso rimanere qui”, disse la mamma con una faccia rotonda e sorridente, pelle olivastra, “l’importante è che stiamo insieme. Domani hanno detto che nevica e non so come tornare a casa”, e mentre ascoltavo vedevo, il piede storto, l’altro strisciato, la fatica, il peso, gli occhiali, in quella faccia da ragazzina che sprofondava in un cuscino non così bianco. 
Mi alzai dal letto e uscii dalla stanza.
“Vi lascio libere”.
Era il mio modo per fuggirmela all’inglese, quando sentivo di non voler soffrire: non oltre, almeno, non per altre persone. 
Quando rientrai, il mondo era precipitato in una fase più statica. La figlia, Gianna, aveva preso confidenza con il suo status di malata. La mamma, Romina, si era accaparrata una sedia di formica celeste, ai piedi del letto della figlia, dura e scomoda come la notte che per lei sarebbe venuta. Ci separava una tenda di plastica, messa come un paravento, piena di anelli, come quelli che in “Psycho” rotolavano dopo l’omicidio. 
“L’importante è che stiamo insieme” mi ripeté Romina “io faccio tutto per lei”. 
Gianna aveva male al petto, forte, davanti e dietro. Sospettavano il cuore, i polmoni. Era la terza volta in un mese che veniva al Pronto Soccorso, e di ogni volta le due, mamma e figlia, raccontavano una storia diversa, sorridendo, con voce leggera, di quell’infermiere che aveva sparato una diagnosi a caso o di quel medico che le aveva sorriso. 
Mi sorpresi a essere gentile con loro, come se avessero qualcosa che a me mancava.
Nel fondo del mio animo, le invidiavo. 
Quella frase, “l’importante è che siamo insieme”, mi aveva aperto un orizzonte di affetto, di amore, e di gioia, di un mare dolcemente mosso che io potevo solo guardare da lontano, in tutta la sua azzurra limpidezza. Non so come, questo pensiero mi aprì il volto verso di loro, mi sentii distendere i tratti del viso. Capii di voler loro bene, di desiderare uno spazio di condivisione in quel mondo estatico e perfetto. 
Avevo fame del loro amore. 

 

Romina fece passare le infermiere, che venivano munite di spade per un prelievo, si inchiodò al muro, davanti al mio letto. Le chiesi da quale zona della città venissero, mi disse da quella, e cominciò a raccontare del ponte crollato, del valore degli appartamenti che era sceso, di come la casa comprata con l’ex marito avesse perso rapidamente di valore, già con la crisi, poi con la disgrazia, poi con l’imponderabile, poi con la sfortuna.
“Abbiamo venduto e ricomprato quando i prezzi erano alle stelle”, mi disse, con voce lenta “poi è nata Gianna, e lui…”. 
Fece una specie di sbuffo, scuotendo la testa.
“Gli uomini”. 
Staccai gli occhi sul giornale che non volevo leggere, perché le infermiere erano venute da me, a prendere anche il mio sangue. Chiesi spiegazioni. Mi diedero risposte evasive. Se ne andarono, con le loro unghie lunghe e i capelli colorati. 
Appena girarono l’angolo dissi: “Ogni scusa è buona per prenderti del sangue, secondo me sono vampiri, qui lo imbottigliano nelle bottiglie della birra e se lo bevono la notte”.
Sentii Gianna ridere, con una voce pura e acuta, da soprano primo, pensai, che dono ha e non sa di averlo. 
Mi misi a leggere un articolo sulla fine degli insetti, concentrandomi sul testo, immergendomi in una storia di un tempo a venire. Mi isolai dal loro mondo perché mi piaceva sentirle parlare sottovoce, vicine a me eppure lontanissime, chiuse in un fitto dialogo di amiche che non si vedono da tempo, come se fossero davvero migliori amiche, come se al di là di quella complicità per Gianna e le sue gambe non ci fossero alternative. Chi l’avrebbe mai invitata a fare due vasche in centro? Chi le avrebbe proposto un selfie?
Arrivò il pranzo in orrendi piatti di plastica, protetti da coperchietti rossi, quelli che mio padre odiava mentre vegetava per mesi in un letto. 
Dandoci le spalle ci mettemmo a parlare dei gatti. 
“L’ho lasciato da solo, devo andare a dargli da mangiare”, disse Romina.
“Come si chiama?” chiesi.
“Ronaldo” rispose. 
Mi fecero vedere una foto: era pieno di pelo, bianco e nero, con due occhi verdi, intelligenti, una bellezza. 
“Sai cos’è che mi dispiace?” disse Gianna “che domani viene la neve e io non la vedo”. 
Eppure si intuiva un angolo di cielo, da quella stanza al piano seminterrato del grande ospedale con le arcate, e le vetrate, si scorgeva anche casa mia. 
Vennero le infermiere per l’elettrocardiogramma, la circondarono e la riempirono di ventose, io fingevo di non sentire. Alla fine, le fecero un altro prelievo di sangue, chissà per cosa.
“Hai visto, me ne hanno preso ancora!”, mi disse, appena quelle girarono le spalle. 
“Te l’ho detto, siamo in un racconto di vampiri!” le dissi ridendo, e cominciavo a crederci anch’io a quella storia, che qualcuno di notte si bevesse il sangue raccolto durante il giorno, facendo commenti sul cuvée o sul tannino.
“Siamo in ‘Twilight’ e non ce ne rendiamo conto”.

 

Venne la notte, quella che negli ospedali batte i rintocchi alle nove di sera. 
Spegnemmo la luce, lasciando brillare solo una lampadina verde al centro della stanza. 
Mi misi le cuffie e mi immersi in “Amarcord”, pensavo che, se fosse stata la mia ultima notte da sana, non potevo sprecarla guardando un brutto film. Seguivo le immagini sul piccolo schermo del telefonino, e mentre Gradisca e la Tabacchera mi passavano davanti agli occhi, mentre provavo schifo e simpatia per le miserie che siamo, una voce acuta e una grave si raccontavano la loro storia. Quando finì il film mi coricai, guardando sul muro una grande cavalletta immobile che mi vegliava in silenzio, forse l’ombra della luce verde contro il braccio della flebo, non so, fatto sta che quell’immagine mi fece pensare alla campagna e ai grilli, a un prato pieno di fiori dove, da bambina, mia madre mi aveva scattato una fotografia.

 

Passò la notte, ci svegliarono alle 7 sparandoci in faccia la luce al neon delle plafoniere quadrate, dopo che poco prima ci avevano fatto altri prelievi: cinque, sei provette, quelle che per me erano così importanti, per lei forse solo routine. 
Pensai a Nosferatu. 
“Visto, Gianna?”, le dissi, girando indietro la testa. Lei mi sorrise: ma gli occhi erano lucenti. 
“Che notte”, mi disse Romina, destandosi dal torpore “quella sedia. E poi entrava un’aria fredda…”. 
Si mise il piumino e andò a far colazione fuori, al bar, sotto la pioggia leggera e il cielo bianco. 
Quando tornò, seppe che Gianna non sarebbe stata dimessa.
“Mi scoccia per la neve”, disse la ragazzina. 
“Anche a me”, risposi, e mi alzai, cercando di vedere in un angolo della finestra se finalmente si era decisa a scendere, la signora neve. 
In mezzo alle gocce pesanti, c’era qualcosa di solido, di gonfio, come pietrine leggere. 
“Sì, sì, nevica!” dissi. 
“Ecco, non la posso vedere, uffa”. 
“Ti faccio una foto!”, pensai, subito rendendomi conto che, ancora una volta, ero diventata cieca. 

 

Il medico passò poco dopo e mi disse che potevo andare a casa: gli esami erano andati bene, almeno per ora. Non c’era motivo per tenermi ancora lì. Dovevo però passare alla farmacia dell’ospedale per comperare i farmaci che mi avevano prescritto. Mi avviai, attraverso il corridoio lungo, una vetrata continua, quello che ogni giorno vede portar via tanti morti. Camminavo in fretta, guardandomi i piedi. 
Quando salii sull’ascensore per scendere fui costretta ad alzare lo sguardo e rimasi incantata: gli alberi scuri del giardino dell’ospedale erano attraversati da diagonali di fiocchi della consistenza del cotone, lenti, morbidi, e le grandi vetrate li incorniciavano come angeli che cercavano la terra. 
Tutto era morbido, dolce, silenzioso. 
Pensai che avrei voluto portare a Gianna uno di quei fiocchi, integro, intatto, puro, e farle vedere come era bello mentre tagliava in due il verde scuro dei cipressi. 
“Chissà a che ora torno a casa, sarà tutto bloccato. Che rottura di palle”. 
Quella voce di donna, accanto a me in ascensore, fu come un’unghiata. 
Parlava tra sé e sé, con nessuno, o forse con me.
Mi voltai, con gli occhi aperti, per vedere da quali labbra era arrivato quel commento. 
Erano secche, sottili.

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Elena Nieddu

Elena Nieddu è nata a Genova nel 1974. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro, la raccolta di racconti “Senza pelle”, edito da Ensemble. E’ giornalista professionista dal 2006. Ha lavorato per Avvenire, Il Lavoro - La Repubblica, Agr Agenzia radio del gruppo Rcs. Laureata all’Università di Torino in Scienze della Comunicazione, è stata addetta stampa dell’Acquario di Genova. Al momento, per il quotidiano Il Secolo XIX, si occupa di cultura, spettacoli e società.

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