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«L’angolo tra libreria e poltrona davanti alla finestra della sala, un’apertura da cui Firenze entra in casa mia. Qui di solito prendo appunti a mano. Qui mi vengono in mente le scene dei romanzi. Vivo da sola, i familiari abitano in città lontane. La scrittura ha un posto primario, ha a che fare con la sopravvivenza, serve a far fronte alla solitudine domestica, a guardare oltre i problemi»

Di Maria Letizia Grossi

Dove scrivo? Posti per scrivere ne ho parecchi. Da quelli più ufficialmente adatti, classici: la piccola consolle con il computer nello studio che ha due vetrate sul panorama del centro di Firenze, il che mi è di grande ispirazione; la scrivania disegnata da mio padre, che sta in un ingresso ampio, impiallacciata in rovere, troppo alta per la mia statura.
Quelli d’affezione: l’angolo tra libreria e poltrona davanti alla finestra della sala, un’altra apertura da cui Firenze entra in casa mia. È la postazione preferita, anche perché la poltrona è confortevole e ho sempre amato gli angoli. Mi sento protetta tra due pareti e nello stesso tempo, in questo punto specifico, proiettata verso l’esterno. Qui di solito prendo appunti a mano con una grafia minutissima, che fatico io stessa a decifrare, su grandi quaderni. Qui mi vengono in mente le scene dei romanzi, le visualizzo come in un film. Vedo i luoghi, i movimenti, ascolto i dialoghi, discuto coi personaggi, li attacco, li accolgo, mi innamoro di loro. È il posto dell’invenzione.
Il tavolo di cucina mi piace perché davanti vedo il poster con le varie specie di alberi che abitano in Italia e perché la cucina ha molto verde, il colore che amo, tra accessori, presine e cornici di quadri. È il luogo che utilizzo per scrivere mentre cucino. La vicinanza fisica ai fornelli non impedisce che a volte il cibo si attacchi al fondo delle pentole, perché lo dimentico mentre sono immersa in un argomento che mi preme. L’odore di bruciaticcio mi richiama alla domesticità e mi stacca imperiosamente dalla tastiera.
Il mio vagare dipende in parte dalla sciatica, devo cambiare spesso seduta e tavolo, girello per casa con in mano il portatile, il filo di alimentazione, il mouse col tappetino. Il carico è instabile, soprattutto perché il filo tende a farmi inciampare.
Ci sono poi luoghi ‘opportunistici’: a letto quando non riesco a dormire e, invece di rigirarmi agitata tra le lenzuola, mi invento una storia, vado a prendere il PC, mi sistemo tre guanciali sotto la schiena e scrivo, con grande scomodità. C’è poi l’ascensore, tenendo conto che abito al quinto piano e che là dentro non ho niente da fare, è il momento per incontrare qualcuno, le persone care che non ci sono più, oppure quelle che mi invento. Qui prendo appunti veloci sul bloc notes che porto in borsa. La stessa situazione   ̶   star lì a far nulla   ̶   si verifica quando aspetto un autobus per quaranta minuti: scrivere, sul solito blocco di carta, è un ottimo antidoto alla noia e all’irritazione. In piedi però è ancora più disagevole che sdraiata a letto.
Il momento non lo scelgo, dipende da quando ho finito le faccende, la spesa, i bollettini da pagare, le telefonate con i parenti, tutti lontani. In genere la mattina dalle dieci e mezza per un paio d’ore, di pomeriggio tra le cinque e le sette, se non ho incontri, riunioni nelle associazioni di donne di cui faccio parte, come il Giardino dei Ciliegi. Quando sono nel vivo di una storia o quando sto per concludere un romanzo, scrivo come una disperata, fino a notte, a volte senza cenare. Questi exploit sono sporadici: il corpo mi mette dei limiti, o è la sciatica o è la nevralgia del trigemino a impedirmi di eccedere. A volte entrambe, quando va proprio male.
Scrivo tanto anche quando la solitudine mi mette tristezza, o quando la relazione con mia figlia inciampa, o quando qualcuno che amo sta male. e, col progredire dell’età, visto che non invecchio solo io ma anche i coetanei, succede spesso.
Vivo da sola, i familiari abitano in città lontane, quindi non hanno modo di interferire con la mia attività scrittoria, tuttavia devo pur provvedere e a me stessa: considero vivere in una casa pulita e cucinare qualcosa di gustoso una forma di cura di me, l’ho appresa durante il Covid e la chiusura in casa, quando uscire a fare la spesa era un’occasione liberatoria, quasi festosa.
La scrittura ha un posto primario, ha a che fare con la sopravvivenza, serve a far fronte alla solitudine domestica, a guardare oltre i problemi quotidiani, anche quelli pesanti. Lo so che sembra retorico, ma mi ha salvata dai momenti bui, insieme alla musica vitalistica di Freddie Mercury. E a due o tre amiche e a un amico in funzione di ascoltator* comprensiv*.
La mia tenuta da scrittrice è dettata dalla comodità: pigiama ultra morbido e pantofole pelose d’inverno, pantaloncini e maglietta sottile d’estate. È uno dei motivi per cui spero che non venga nessuno a suonarmi il campanello mentre scrivo: va bene l’agio, ma vedo da me stessa che sono impresentabile.
Siccome i familiari sono lontani, non mi sostengono con bevande confortanti, mentre sono assorta alla tastiera, ma nemmeno mi infastidiscono materialmente. Alcuni lo fanno psicologicamente, per quanto possono. Il mio ex marito apertamente diceva che scrivere era un’attività inutile, insinuando che fosse quasi disonesta, con una frase che mi è rimasta impressa, anche perché la ripeteva spesso: «Almeno insegnare è un’attività onesta, mica come perdere tempo a scrivere. Hai velleità irrealizzabili: cosa credi, che diventerai famosa?». Era vano spiegargli che non era quello il mio scopo; del resto, dice un amico scrittore, in Italia non è questa l’attività giusta per diventare famos*. Per mia scelta è un ex, ma se può non manca di lanciare stoccate. Ovviamente, quando si hanno una figlia e un nipote in comune, ci sono occasioni in cui ci incontriamo e, da parte mia, preferisco rapporti civili. Forse ora anche lui è più garbato, non essendo più sposati ha meno da pretendere.
Mia figlia ritiene che io scriva bene, ma, da quando lavora, non ha mai letto più di due pagine dei miei libri. Il che non è granché incoraggiante.
Tra i familiari, mia sorella Celeste, che pure è impegnatissima come dirigente dell’ARCI e nel far politica, ha letto la mia opera omnia, qualche capitolo anche prima della pubblicazione e mi ha sempre dato indicazioni valide, soprattutto concrete.
Un paio di amiche sono vessate dalla lettura in anteprima delle mie pagine. Spero vivamente che continuino a farlo.
Dove sto scrivendo adesso? È mezzogiorno e mezzo, sono dunque al tavolo di cucina, con un occhio alla pappa al pomodoro che sobbolle. Smetto, se no si brucia.

Bio. Nata in Irpinia, vivo a Firenze, faccio parte del Giardino dei Ciliegi e della SIL. Insegno scrittura creativa presso l’Associazione e biblioteca femminista Fiesolana 2b.
Ho scritto tre gialli con tematiche sociali e ambientali pubblicati da Giunti, “L’ordine imperfetto”, “Le streghe bruciano al rogo” (sui femminicidi), “Stelle nere” (sui migranti della rotta mediterranea, racconti, e un romanzo sulla pandemia e la cura, intitolato “Ho bevuto una pozione di lacrime di Sirena”, e vari saggi su scrittrici col gruppo fiorentino della SIL Il prossimo giallo, sul tema dell’acqua, come bene comune, e dell’inquinamento, dal titolo “Verdeveleno”, uscirà ad ottobre.
Ho una figlia e un nipotino.

Foto crediti: Flora Orosz

 

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Redazione LM

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio
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