La scrittrice americana non perse mai la sensazione della catastrofe imminente, una paura ancestrale forse ereditata dagli avi e dai loro carri di pionieri che abbandonavano mobili e oggetti lungo il percorso insieme ai moribondi. Fu anche giornalista, sceneggiatrice e icona di moda, descrisse prima la società americana e poi i propri lutti, la perdita del marito e della figlia
Di Alessandra Bonomelli
«La primissima immagine che avevo avuto di me stessa, da “sposata” ero io che divorziavo, che uscivo dal tribunale di una città sudamericana con degli occhiali scuri e qualcuno mi fotografava.» Questo è uno spaccato, una frase estrapolata dalla seduta psichiatrica con il dottor MacKinnon, il 16 febbraio del 2000. Joan, al tempo sessantacinquenne, si era rivolta al celebre medico – definito “uno dei clinici più capaci della sua epoca” dal New York Times – su consiglio della figlia Quintana che aveva sottolineato la sua depressione latente. Di questo lungo percorso medico abbiamo traccia grazie a un fascicolo ritrovato in una cartelletta sulla sua scrivania, insieme a ricordi di vita, password di computer, liste di invitati a feste natalizie e conferme di prenotazioni dell’hotel Bristol di Parigi.
Le centocinquanta pagine di “Diario per John” contenevano un resoconto minuzioso e dettagliato delle sedute psichiatriche dal dicembre 1999 al 2002, l’anno precedente la morte di John Dunne, il marito, e tre anni prima la morte di Quintana Roo, la figlia adottiva. “Diario per John” fu forse pensato per riferire al marito della malattia di cui la giovane soffriva e per stilare una cronaca precisa e chirurgica di quegli anni, delle sofferenze, delle piccole vittorie e delle riflessioni interiori che popolavano la mente di Joan. «Ho detto che quella era esattamente la strategia che avevo appreso da tutte quelle storie di pionieri in California. La storia di chi attraversa pianure, la storia di chi seppellisce il figlio lungo la via.» I suoi antenati partirono con la spedizione Donner e finirono per lasciarla lungo il percorso per arrivare in California. Si lasciarono alle spalle gli oggetti della loro quotidianità, abbandonarono le credenze di legno intarsiato, il pianoforte e i moribondi.
Una volontà di sopravvivenza, di andare oltre, che si ritrova negli scritti di Didion, nativa di Sacramento, dove la sua famiglia si stanziò e crebbe. Da piccola soffrì la guerra e quando il padre militare fu trasferito prima a Tacoma, Washington, poi in North Carolina, a Durham, e infine a Peterson Field in Colorado Springs, lei, la madre e il fratello minore lo seguirono. I soldi non erano un problema, il sovraffollamento lo era. Così la famiglia fu costretta a vivere in piccole stanze “ad uso cucina”, a cercare alloggi di fortuna. Durante quegli anni Joan, che aveva solo 8 anni, cominciò a manifestare terribili emicranie che sembravano intaccarle la vista e la lasciavano frastornata e stanca. Le emicranie si sommarono a tutte le altre circostanze: Joan non riuscì a portare a termine i programmi scolastici a causa dei continui spostamenti della famiglia. Rimase indietro con la matematica e non riuscì mai a maneggiare le sottrazioni nemmeno in età adulta. Di contro, però, si rifugiò nelle biblioteche dove la sua intelligenza vivace trovò spazio per crescere.
Voleva fare l’attrice, ma cominciò a scrivere su un taccuino che le donò la madre per farla smettere di lamentarsi. Si nascondeva nei lunghi corridoi dell’ospedale psichiatrico vicino al bungalow in cui abitavano a Colorado Springs e trascriveva pezzi di conversazioni origliate in segreto. Un percorso profetico visto che in “The White Album” introduce il suo personale referto psichiatrico: «A suo modo di vedere, la paziente vive in un mondo di persone mosse da motivazioni strane, contrastanti, comprese a malapena e, soprattutto, ambigue…» così recita tale referto, stilato dalla clinica psichiatrica del St. John’s Hospital di Santa Monica nell’estate del 1968. La depressione che l’afflisse da bambina la accompagnò a New York, tra le mura patinate della rivista Vogue per cui lavorò come redattrice e la seguì a Los Angeles, nella casa in Franklin Avenue sulle colline di Hollywood durante la rivoluzione hippie, le proteste per la guerra del Vietnam e la “paranoia del tempo”; la seguì fino all’appartamento Newyorkese nell’Upper East Side dove visse gli ultimi anni di vita e dove raccolse le sue memorie nei libri “L’anno del pensiero magico”, scritto per la morte improvvisa del marito al tavolo della cena e “Blue Nights”, scritto per la morte della figlia Quintana, altrettanto improvvisa, nel reparto di rianimazione del New York Presbyterian, sopraggiunta dopo anni di battaglia contro l’alcolismo. Ed è proprio in questi libri, scritti sotto la spinta di un dolore incomunicabile agli altri, che Didion realizzò le sue opere più importanti.
I legami famigliari che aveva analizzato in passato erano stati una ricostruzione della storia di famiglia come in “Da dove vengo”, o dei fatti che avevano portato a risvolti storici. «…e ricordo anche questo, e vorrei tanto non ricordarlo: ricordo che nessuno era sorpreso» scrisse in “The White Album”, il nome preso dall’Album dei Beatles, lo stesso che aveva mosso l’“Helter Skelter”, la rivoluzione di Manson, quando il 9 agosto 1969 la Family uccise cinque persone di cui una donna all’ottavo mese di gravidanza e altre due la notte successiva. «Noi ci raccontiamo delle storie per vivere» ci dice nell’incipit della raccolta. Le storie in questione erano quelle che popolavano le pagine dei quotidiani dell’epoca, le storie di morte, di rapimento, le incongruenze che Joan vedeva nella pantomima di quegli anni frenetici. Solo nel periodo newyorkese ci parla dei propri rapporti umani, della sfera privata che fino ad allora era rimasta celata dietro tramezzini al cetriolo e crescione e tende di percalle.
Il rapporto con Quintana fu complicato. La bambina era stata adottata perché la coppia non riusciva ad avere figli. Quintana era cresciuta con due genitori scrittori, brillanti e di successo, impegnati nella loro arte. Lei stessa era diventata una fotografa di talento, ma la vita l’aveva condizionata in modo negativo e irreparabile. Il lutto per la morte della cugina Dominique prima, strangolata nel vialetto di casa dall’ex fidanzato, nonché la morte per suicidio di una sua cara amica le avevano lasciato più dolore di quanto potesse gestire. Anche il ritorno della famiglia biologica fu un duro colpo per Quintana e per Joan: loro due viaggiavano su binari distanti che talvolta si incontravano, ma mai abbastanza a lungo.
Quando John morì, Quintana era ricoverata per una polmonite. Non seppe della sua morte fino a molto tempo dopo. Quando Quintana morì, Joan era nel corridoio del New York Presbyterian con il marito della figlia, Gerry. Quando fu chiaro che non ci fosse più niente da fare, camminarono a Central Park.
Decise di scriverne, di parlare delle notti blu, il fenomeno che si verifica solo a certe latitudini e in prossimità dell’estate, la “morte del fulgore.” Ci rese partecipi della cerimonia in bianco, del tatuaggio di frangipani sulla spalla di lei, delle ghirlande di fiori nei capelli delle bambine che le portavano il velo. Ci parlò dei tramezzini di cetriolo e crescione, che Quintana aveva voluto, dello champagne stappato nella canonica della cattedrale di St. John the Divine, della torta color pesca di Payard.
Ci parlò dei brindisi e degli auguri di un futuro radioso per gli sposi. «Consideravamo ancora felicità e salute, amore e fortuna e figli bellissimi dei semplici doni comuni.» La precisione chirurgica, l’attento uso del linguaggio e del ritmo si arricchirono di un’emotività che Joan non si era mai concessa. Il dolore della morte ci viene raccontato in punta di piedi, nei dettagli della quotidianità svuotata di senso, nelle azioni frenetiche e automatiche che mise in atto per organizzare i funerali.
Lo spaccato, stavolta, non è l’immagine di una donna con grandi occhiali neri anni ’60, una donna elitaria che esce da un tribunale di una città sudamericana dopo aver divorziato, con i fotografi ad attenderla. Si tratta invece di una donna oltre gli anni della gioventù, con indossa grandi occhiali tartarugati di Celine, un dolcevita nero e il solito sguardo penetrante sulla realtà.
Joan non perse mai la sensazione della catastrofe imminente. Questa paura ancestrale, forse ereditata dagli avi e dai loro carri di tesori, dalle storie del legno abbandonato lungo il percorso insieme ai moribondi rimase con lei anche prima che la catastrofe accadesse. E quando accadde lei usò ancora quel bisturi chirurgico e stavolta lo diresse verso sé stessa: «Scrivo solo per scoprire che cosa penso, che cosa guardo, che cosa vedo e che cosa questo significa» disse, e in questa semplice frase risiede tutto il suo potere narrativo.
Bibliografia
- Diario per John, Joan Didion, Il Saggiatore 2025
- Blue Nights, Joan Didion, Il Saggiatore 2012
- The White Album, Joan Didion, Il Saggiatore 2023
- Perchè scrivo, Joan Didion, Il Saggiatore 2022
- The Last Love Song, Tracy Daugherty, Sr. Martin’s Press 2015
Alessandra Bonomelli
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