«All’inizio di notte mi tornavano in mente tutte le risposte che avrei dovuto dare e il mio cervello continuava a formularle tutte… Tutte quelle che il giorno dopo sarei andata lì a dirgli, a dirle… a chi mi aveva fatto il torto. Non so se il giorno dopo sono mai andata a ridire quei pensieri tutti in fila a chi li meritava. Però dei pezzi di quelle scritture poi di giorno li riprendevo o la sera e alcuni di questi andavano a costruire righe… Allora a un certo punto ho cominciato a scrivere poesie»
Di Leila Falà
All’inizio. Perché in ogni storia c’è sempre un inizio, era nel mezzo della notte.
Era quando un piccolo pensiero cominciava ad attorcigliarsi su se stesso e continuavo e continuava, impedendomi di riprendere sonno. Era quando avevo subito un torto. O quando dovevo affrontare una spesa e non sapevo come avrei fatto coi pochi soldi. O quando avevo avuto un’occasione e non avevo saputo coglierla. Allora di notte mi tornavano in mente tutte le risposte che avrei dovuto dare e il mio cervello continuava a formularle tutte, in fila una per una così come riformulava tutte le ragioni che avevo. Tutte. Tutte quelle che il giorno dopo sarei andata lì a dirgli, a dirle, tutte tutte in fila una all’altra. A quell’altra o a quell’altro che mi aveva fatto il torto.
Scrivevo fitta fitta su un foglio che non bastava mai e finiva che la mia scrittura proseguiva sempre più piccola di lato e poi girava alle volte attorno al foglio, perché quando avevo preso il via non riuscivo più a fermarmi. Non potevo neanche alzarmi a cercare un altro foglio.
Quella scrittura era cura. I miei pensieri alla fine, finalmente erano al sicuro, nero su bianco su un foglio e io potevo tornare a dormire tranquilla, senza cercare di ripetermeli continuamente nella testa per il timore di dimenticarli.
Non so se il giorno dopo sono mai andata a ridire quei pensieri tutti in fila a chi li meritava.
Però dei pezzi di quelle scritture poi di giorno li riprendevo o la sera dopo e alcuni di questi andavano a costruire righe, scritture più coordinate o più disordinate insomma poesie.
Allora a un certo punto ho cominciato a scrivere poesie.
Non sapevo su cosa scrivere poesie, ma quando tutto era buio e mio figlio bambino ormai dormiva e mio marito, morto dal troppo lavoro dormiva anche lui, io mi prendevo del tempo e scrivevo qualcosa.
Sono nate così le prime poesie. Nel silenzio riuscivo a cercare dentro me stessa a guardare gli oggetti che mi circondavano, a parlare di loro e a dire come stavano, loro, come stavo io. Parlando dei miei anfratti, degli stupori, delle mie paure, delle mie abitudini e anche di piccole cose belle, di relazioni.
Poi le cose sono evolute, ma la notte resta il momento migliore. Ora è notte.
E di notte che scrivo. Ehi non sempre! Non è vero. A volte ho scritto anche in riva al mare a Trieste sugli scogli di fronte a quel blu scurissimo. A quel sole che trapela attraverso gli aghi dei pini.
Ma tra la notte della mia casa e quei momenti in riva al mare, a pensarci, non c’è tanta differenza: sono entrambi i momenti vuoti scartati dall’ossessione delle scadenze, dai tempi imposti del lavoro, dell’accudimento e dalla cura.
Come se la vacanza somigliasse alla notte. Oppure come se la notte, quando tutti dormono, somigliasse alla vacanza.
Sono stata a casa Carducci, qualche giorno fa.
Il salotto buono aveva due finestre e un divanetto rosso ed era più piccolo della mia cucina. Era lo spazio di lei. Lo spazio di lui era lo studio. Una piazza d’armi grande due volte la mia camera da letto, che è la stanza più grande da noi. Cerano due, due scrivanie, una di rappresentanza, austera e stile impero, l’altra era un grande tavolo ed era la scrivania di lavoro.
Non ho una stanza di lavoro. Fino a due anni fa neanche una mia scrivania.
Stavo appollaiata sul divano col PC appoggiato a un tre gradini di Foppa Pedretti.
Il tre gradini era di marca, però. “Allora si cena? Io ho fame”.
Ora ho in un angolo la scrivania del nonno. L’angolo è un po’ buio. Dietro ho la collezione di aerei e carri di mio marito. Di lato le pareti di librerie. È un po’ al buio, la scrivania, ma c’è.
Quando mi siedo cado nel mio mondo. “Arrivo, un momento”, “Mi faccio un toast intanto”.
Preferisco farlo quando il mondo è spento, quando non è necessario che io sappia cosa ha appena detto Trump.
E di nuovo, più spesso di notte. Mi siedo lì tardi di notte, invece che andare a dormire.
La scrivania è piccola e piena di pile di libri. E in un angolo un cestino di caramelle o pistacchi. È lì che faccio largo ai pensieri, tra carte di libri e caramelle con cui mi nutro o forse mi consolo, o forse non so, mentre sto con me.
Il tempo scappa che non basta mai e alla fine viene giorno e cerco di entrare nel letto senza farmi vedere. Non ci riesco mai.
LEILA FALÀ è attrice e poeta. Si è formata nell’humus culturale e politico di fine anni ‘70 a Bologna. Ha fondato la Biblioteca Nazionale delle Donne di Bologna, lavorato nei Musei dell’Università, collaborato con riviste di poesia e cura piccoli eventi poetici. Ha curato antologie poetiche. Scrive poesia e per il teatro. Tra le sue pubblicazioni: “Oggetti” (Corraini 2013) prefazione di Niva Lorenzini, “Mobili e altre minuzie” (Dars 2015, Premio Paese delle Donne 2016), “Rumore di fondo” (Puntoacapo, 2023).
Redazione LM
Ultimi post di Redazione LM (vedi tutti)
- DOVE SCRIVI quando scrivi 10. Insalata e scrittura – 28 Agosto 2026
- Consigli di lettura estivi LM 2026 – 23 Agosto 2026
- DOVE SCRIVI quando scrivi 9. Risvegli – 19 Agosto 2026
- DOVE SCRIVI quando scrivi 7. Il buio mi attende – 24 Luglio 2026
- DOVE SCRIVI quando scrivi 6. Nei coworking, nei bar, sul divano… – 15 Luglio 2026


