«S-comodamente seduta in pizzo ad una poltrona, davanti ad un piccolo tavolo in cui entra a malapena il notebook. Pile di libri, separati per progetto, su un numero imprecisato di sgabelli che mi circondano come animali domestici. Anche Bella, la mia canetta d’oro, si accoccola tra uno sgabello e l’altro»
Di Elvira Federici
Una volta era ovunque, dove mi raggiungesse un’idea e dove capitava: non riesco a giovarmi di quadernini e taccuini tascabili. Ne ho una montagna tutti rigorosamente cominciati e lasciati lì da subito.
Così: aprire e lisciare il fazzolettino di carta, tentare sulla carta viscida dello scontrino…Ma questa cosa è finita, perché specialmente quando mi sveglio con un tarlo – non succede spesso ma ogni tanto le cose che incubano come stati influenzali, scoppiano e reclamano attenzione – adesso metto mano alla registrazione via telefono. Messaggi al limite dell’udibilità, con lunghe pause di respiro.
Una volta era ovunque, dicevo, ma avevo pure un piccolo tavolo in camera da letto, che prediligevo perché ci arrivava la luce del meriggio. La stanza, dentro un palazzo antico – la stanza dove ho visto la luce, per inciso – era grande, dai soffitti altissimi. Mi sentivo là come Alice, nella tana e rimpicciolita. Sempre troppo piccola per fronteggiare la sfida della scrittura, sempre ostinatamente a provarci, però, con il bambino che gattonava o mi si arrampicava addosso e scombinava le pagine o le scarabocchiava. A quel tempo comunque, scrivevo tanto. Su quel piccolo tavolo o di traverso sul divano, con il bambino addormentato sulle ginocchia.
Scrivevo raccontini microscopici e fulminanti. Amavo la misura che sentivo corrispondermi: poco più che aforismi, irriverenti e cattivi, pieni di giochi di parole e di ritmo.
C’era dentro la rivolta per un’incongrua passione amorosa, arrivata a mettersi di traverso proprio mentre consolidavo il lavoro e crescevo un bambino. C’era un’ironia feroce all’indirizzo di ogni intenerimento, quale che fosse. C’era una rabbia che non sapevo riconoscere come tale per un carico di istituzioni che mi era piombato addosso per la via pur così libera del desiderio politico, del piacere per il mio lavoro e di passioni, affetti, legami. Tutte queste belle cose mi avevano immersa nel registro quotidiano, quello che ti fa abdicare l’imprevisto in favore di ciò che ha durata, lentezza e richiede pazienza.
Non avendo pazienza, usavo le parole: più tardi, in versi avrei detto: A vent’anni volevo– una rabbia /energetica, ormonale – che chi mi masticava /sputasse sangue e vetro/parole offesa, smascherare il mondo (…)
Così, al piccolo tavolo della grande stanza, tra giocattoli sparsi e letti sfatti mi ritrovavo ad articolare una scrittura avanguardistica, jazz, molto metalinguistica. Non volevo farmi trascinare dalla vita materiale, volevo la distanza aerea di una lingua che rispondesse unicamente a sé stessa. Non doveva dire, doveva depistare, far(mi) perdere le tracce.
Quei raccontini, lunghi poco più delle tragedie in due battute di Campanile, che scrivevo a mano e passavo alla macchina da scrivere, li trovai, una mattina che suonò il campanello di casa, impilati e raccolti in forma di libro. Un bellissimo, piccolo libro molto curato, carattere Bodoni, carta a mano, il mio ritratto sorridente, capelli spettinati dal vento, in un elegante riquadro di copertina. Non seppi mai – o almeno, per un po’ ignorai – chi fosse la persona, il lettore di sesso maschile, che aveva preso tanto sul serio quei raccontini; sì, talvolta mi capitava di leggerli, nelle cene tra amici, per sorridere, certo, ma anche per farmi dire che bella musica c’era dentro (e forse c’era davvero: a distanza di tanti anni, posso raccontare la scoperta del piccolo plagio da parte di una notissima scrittrice che quasi potrebbe essermi figlia, di un frame presente in uno dei miei raccontini. Certo, il mistero di come possa essere arrivato nelle sue mani, non l’ho ancora sciolto).
Tant’è: non so se il diligente estimatore volesse in questo modo incoraggiarmi. Il risultato però fu che smisi di scrivere. In prosa, diciamo.
Per un altro po’ continuai sulla corda ormai lisa dello schema Nouveau Roman, poi la vita ti travolge: le passioni, anche letterarie, si avvicendano, altri figli arrivano e lavori più complicati e itinerari più impegnativi e…
Ho smesso di scrivere, per anni. Salvo la poesia che arriva e si fa scrivere dove capita. Quella sì è stata la stagione dei bigliettini, dei bordi strappati dai quotidiani. O, addirittura, dei tentativi di imparare a memoria, in mancanza di supporto, quello che mi arrivava da non so dove. Per la poesia, anche se non sei grande poeta, vale farsi medium.
La solitudine domestica, recuperata in altri momenti della vita, quando ho vissuto in Brasile, per esempio, mi ha restituito il dialogo con la scrittura. In Brasile, il letto che non condividevo con nessuno era per metà coperto di libri e grandi notes su cui esercitavo a mano a língua portuguesa, con pensieri su Clarice Lispector e su altre scritture amate.
Quando ho cominciato a scrivere sistematicamente su pc la scrivania è diventata il luogo deputato.
Anche la scrittura è cambiata, le migliaia di fogli vergati a mano in una grafia ormai illeggibile, legati a ciò che stavo studiando, ai corsi che stavo preparando, alle ricerche verso cui mi muoveva il femminismo, la filosofia del linguaggio, il pensiero di Bateson sono stati sostituiti da altrettanto infiniti e caotici, mal archiviati file elettronici. Allora però avevo bisogno di tutto lo spazio, quello del tavolo della cucina, che era grandissimo, per ospitare il mondo e che per una parte ora fungeva da studio, libri da consultare, scalette, bibliografie, dizionari; tutto in continuità con il cibo. Nutrimento e fatica preferiti a lungo rispetto a quelli della preparazione dei pasti.
Ma anche quella stagione è tramontata. L’agio – spazio, comodità, tempo, luce, concentrazione, silenzio e musica- è aumentato in proporzione con gli anni. Non so se dentro o fuori di me ma da tempo, i figli andati per la loro strada, ho una stanza solo mia, piena dei miei libri, delle mie scartoffie, con una terrazza che accoglie il sole del pomeriggio, mi offre la vista sulla città, mi consola con il verde che sale dal giardino.
Ho scritto a lungo al tavolo del mio studio, ho messo in ordine i miei versi e accompagnato le mie scrittici amate. E tanto ho scritto di e da quel punto di vista.
Dalla pandemia invece, un bisogno forse di rintanarmi o crearmi un altro rifugio, scrivo s-comodamente seduta in pizzo ad una poltrona, davanti ad un piccolo tavolo in cui entra a malapena il notebook – occhiali da lettura e tazze di te a incorniciarlo. Pile di libri, separati per progetto, su un numero imprecisato di sgabelli che mi circondano come animali domestici. Anche Bella, la mia canetta d’oro, si accoccola tra uno sgabello e l’altro.
Penso che nonostante lo spazio e l’agio senile di cui godo: non devo andare a lavorare, non devo preparare pasti per bambini da crescere, non devo far nulla da sola, ché ‘ognuno’ sa cosa gli spetta, ho sentito il bisogno di ritagliarmi questo spazio ascetico, microscopico, incasinato.
Penso allo scrittoietto visto a Concord, nella casa Di Louise May Alcott o a quello, cui non oso accostarmi, di Emily Dickinson ad Amherst. Ma penso pure al luogo di passaggio, su un piccolo ripiano rimovibile al bisogno dove scriveva, nella confusione domestica di una famiglia numerosa, di cui era persino ospite, la nostra Jane Austen o alla macchina da scrivere ‘de colo’, in grembo, con cui scriveva Clarice Lispector.
Ecco, non sarò mai una scrittrice, nemmeno di grandezza pulviscolare ma qualcosa, di queste amate, la porto con me come un imprinting: ogni scrittrice – ogni donna – nasconde un’ascetica stilita.
Sulla mia colonna, o su questo scoglio in mezzo al mare, protetta dalle parole che amo e che imparo, dico grazie.
Elvira Federici
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