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Alcuni autori italiani indagano il rapporto con la figura paterna e narrano di incomprensione e scarto con la tradizione, come Dario Ferrari nel romanzo “Idiota di famiglia”. Al contrario Tommaso Giagni riscatta la memoria in “La fabbrica e i ciliegi”, come pure Christian Raimo che riscopre il padre perduto pagina dopo pagina nel suo “L’invenzione del colore”

Di Daniela Cannizzaro

La complessità contemporanea dell’identità letteraria maschile del Novecento passa attraverso il confronto e racconto del rapporto con il padre. Storie che incrociano la tradizione de La coscienza di Zeno di Italo Svevo dove la relazione con la figura paterna è centrale, fino al doveroso distacco del protagonista. Senza dimenticare il tempo e lo spazio sospesi de Il Colibrì di Sandro Veronesi (La Nave di Teseo) si arriva a L’anniversario di Andrea Bajaini (Feltrinelli), premio Strega dello scorso anno, dove il padre e pure la madre vengono abbandonati alla loro vita. Padre e figlio si ritrovano poi tra le pagine della malattia del genitore in Avere tutto (Einaudi, 2022) di Marco Missiroli. E nel romanzo Invernale di Dario Voltolini (La nave di Teseo), dove il verbo si fa carne: c’è un padre che fa il macellaio e un figlio che non sa altrettanto bene cosa vuol dire tradurre un corpo morto in cibo per i vivi. Finché il taglio a un dito lacera i bordi – per dirla alla Zero Calcare. E un incidente sul lavoro, risulterà essere non così banale.
Altri autori italiani offrono sguardi nuovi sulla relazione in questi primi mesi del 2026. In Idiota di famiglia, opera terza di Dario Ferrari (Sellerio), il riconoscimento letterario di relazione parte subito, pur venendo da lontano, dal richiamo del titolo a quel L’Idiota di Fëdor Dostoevskij, appunto, che segna anche simbolicamente la mancata comunione, la formazione incompiuta, lo scarto con la tradizione (anche familiare in questo caso).
Il romanzo di Dostoevskij, è il favorito di Herr Professor, soprannome del padre professore, le cui distanze con il primogenito Igor segnano la realtà. Senza più lo scudo della memoria, sarà la bellezza a salvare il mondo?
Certo la sorella Ester è più libera, si diploma però infermiera e non evita confronti con quel lavoro di cura a cui chiama in aiuto suo fratello, però non rinuncia alla sua vita e se ne frega della dicotomia, anche ideologica, tra scrittori russi e americani. Non c’è equivoco nel rapporto con il padre che a Igor richiede invece passaggi di consegne e proiezioni ideali in quel percorso parallelo che racchiude la versione eroica del racconto (nel racconto) I tre giorni di Viareggio, durante il quale nel 1920 la cittadina toscana si proclama Repubblica Sovietica. La scrittura si candida come «…unico posto in cui due come noi avrebbero potuto incontrarsi». Ennesima illusione di una mancata pacificazione che non è e non sarà più.
Ricostruzione che in altri romanzi si intreccia direttamente nel vissuto produttivo del paese. Il terreno di confronto dalla parola scritta si sposta nel luogo fisico della fabbrica, il disincanto della memoria incide e ammala il corpo, elaborazione post industriale di un paese che non c’è più e dietro di sé ha lasciato solo macerie. A iniziare dalla morte della madre da cui parte questo altro libro a firma maschile La fabbrica e i ciliegi di Tommaso Giagni (Ponte alle Grazie), tematica già presente nel suo Prima di perderti (Einaudi, 2016). Il brillante accademico stavolta è il figlio Cesare che vuole riscattare i destini della sua famiglia ed è quindi costretto a fare i conti con il passato tossico di un impianto produttivo ridotto a rudere mai bonificato. Tanto ci si perde nella memoria nel romanzo Idiota di famiglia di Ferrari, tanto serve invece da riscatto per i protagonisti di Giagni, perché non c’è memoria per un figlio che nasce già senza padre. Dove un incendio devastante assomiglia all’apocalisse biblica. Succede a Trento, a soli due anni dalla tragedia di Seveso nel luglio 1976.
Serve riattraversare il dolore, rintracciare chi l’ha vissuto e ripercorrere i luoghi di origine, il quartiere operaio, le testimonianze di tutte le vittime di una fabbrica chimica che per decenni ha avvelenato i suoi lavoratori e le loro famiglie con il piombo tetraetile. Anche la morte merita rispetto. Le tracce del padre di Cesare restituiscono la storia che poi è la Storia di tutti.
Così come per L’invenzione del colore di Christian Raimo (La nave di Teseo), selezionato per la dozzina Premio Strega 2026, su proposta di Luciana Castellina. Ancora un insegnante, Christian, alias di Raimo che poi nella vita l’insegnante lo fa davvero. E per fortuna, perché è grazie allo studente che intreccia il suo vissuto con il prof che recuperiamo, con un’estemporanea inversione di ruoli, una sorta di salvifica leggerezza, anche all’ineluttabile destino del corpo. A dieci anni dalla morte il padre Raffaele torna in sogno al figlio. Un sogno così reale che racconta altro. Raffaele ha dedicato l’intera vita all’industria cinematografica con il suo impegno alla Technicolor e alla postproduzione di grandi pellicole di un’epoca filmica ormai finita. La sua vita parallela è tuttavia una distanza che il sogno rende ancora vivo, insieme a quel rudere a Roma sulla Via Tiburtina, a ricordare che è tutto vero.
L’invenzione del colore – del titolo – è protagonista assoluta, in un continuo rilancio tra innovazione e privazione che simbolicamente si ricompone in una visione collettiva di programmi tv, quando Christian e sua sorella ospiti di amici, riescono a godere di quella indulgenza eccessiva della cromia nei confronti del presente. Del resto il padre «amava il nero per quella sua possibilità di vedere l’invisibile, o meglio, di rivelare quello che ci raccontiamo come invisibile».
Così anche qui, come in Idiota di famiglia, il lavoro di cura, di assistenza al deperimento della salute paterna si fa conforto per Raimo, caregiver letterario. «Faranno quaranta gradi, che cazzo dovemo annà a fà in giro? A fà ‘a ricerca de su padre? Mo, oggi, a ferragosto?», dice lo studente al suo docente.
Che poi, «Che nome è Gadda?», chiede Raffaele a Christian, in un intersecarsi di senso che voglio ricondurre a Marta, saggista di successo che troviamo in una relazione complicata con Igor nell’Idiota di famiglia. Intellettuale pop-femminista che sfoggia shopper con scritto “My favorite season is the fall of Patriarch” richiamando tutti ai morsi di una coscienza del Novecento la cui morte, grazie alle spallate della libertà femminile, ha generato mostri. Nella sublimazione letteraria il percorso di ricostruzione del rapporto tra padre e figlio apre nuove stanze. Dietro l’angolo c’è Il custode di Niccolò Ammaniti (Einaudi).
Ma questa è un’altra storia.

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Daniela Cannizzaro

Inizio scrivendo di sport che ancora gioco a basket, mentre mi laureo in storia e letteratura angloamericana con una tesi sull’eroe americano dopo la guerra del Vietnam. Mi occupo poi di adattamento testi per doppiaggio cinema e tv e inizio a collaborare con il mensile “noidonne”. Mamma di Jacopo a tempo pieno dal 1990 al 1992, ritrovo nel 1993 la redazione della rivista Udi a Via Trinità dei Pellegrini diretta da Franca Fossati e il mio impegno diventa stabile con il passaggio di direzione a Bia Sarasini. Fino alla dolorosa chiusura di dicembre 1999, che – per mia fortuna – apre dal 2000 il portone del primo contratto con la testata allnews Rai, RaiNews24, dove sono ancora, in forza alla redazione economica, tenendo ben presente l’insegnamento di Hanna Arendt in Sogno e Realtà : “La prima battaglia culturale è stare di guardia ai fatti.”

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