• Sosterrai il lavoro di tutta l’associazione
  • Garantirai la circolazione di idee sempre nuove
  • Avrai la possibilità di collaborare
  • Potrai decidere quanto donare e con quale frequenza

Pubblicato il

Scritto da

“Scusa il disordine” è il titolo del libro di Agnese Scapinello, ma è anche la frase che diciamo quando qualcuno entra in casa nostra e ci giustifichiamo. Ed è il ritratto di una generazione in bilico tra il volere troppo che è sconveniente e il volere poco che è un fallimento: ma come si fa ad avere autostima senza un lavoro retribuito? E fare un figlio se si resta figlie per forza?

Di Francesca Santoro

Questo libro è scomodo. Scomodo come al giorno d’oggi avere trent’anni. Scomodo come una riunione aziendale in cui sorridi mentre implodi. Scomodo come una palpatina a cui non riesci a sottrarti, e che poi ti convinci anche che non sia successo davvero o che “magari è stato involontario”, perché minimizzare, ignorare è più semplice che aprire un conflitto. Alzare la voce.

Con Scusa il disordine, Agnese Scapinello non scrive un romanzo accomodante: non ti prende per mano, ma ti prende allo stomaco. Edito da 8tto Edizioni, rifiuta la compostezza narrativa come rifiuta la compostezza sociale imposta alle donne, ma in generale a chiunque non rientri perfettamente nel modello del soggetto performante, produttivo, algido e sempre all’altezza.

La scrittura è frammentata, nervosa, intermittente. Non segue una linea retta perché non c’è niente di lineare nella vita emotiva di una generazione cresciuta tra la promessa del “puoi diventare tutto” e la realtà del “accontentati di quello che passa il convento”. E la forma rispecchia il contenuto: tagli improvvisi, frasi brevi, cambi di ritmo che rispecchiano perfettamente la mente di chi vive costantemente in uno stato di allerta. E non è solo una scelta stilistica. È una dichiarazione politica.

Avere trent’anni oggi è abitare una terra di mezzo. Non più giovane abbastanza per poterti permettere l’errore senza conseguenze, ma neanche abbastanza “sistemata” per sentirti arrivata. Sei nel limbo. E nel limbo devi raggiungere obiettivi, produrre risultati. Sempre. Devi dimostrare costantemente di essere competente ma mai arrogante. Indipendente ma mai minacciosa, desiderabile ma mai troppo disponibile. Forte ma mai arrabbiata. Diventi equilibrista senza una rete di contenimento, con il vento che ti soffia contro e la stanchezza che ti chiede di lasciarti cadere.

Scusa il disordine mette a fuoco puntualmente questa fatica invisibile di essere costantemente osservate, valutate, pesate. La fatica di dover tradurre ogni ambizione in qualcosa di socialmente accettabile. In bilico tra un volere troppo che è sconveniente e un volere poco che è un fallimento.

Nella sfera lavorativa la situazione si fa addirittura grottesca: riunioni infinite dove provi a parlare e nessuno ti ascolta, poi un uomo ripete la tua stessa identica teoria, e si guadagna l’approvazione generale. Contratti precari venduti come “opportunità formative”. Perché “la gavetta è importante, l’abbiamo fatta tutti!”, sì una gavetta per entrare in un club esclusivo che, rullo di tamburi, non ti accoglierà mai davvero.

E poi c’è quella sottile violenza quotidiana, quella subdola che non finisce nei titoli dei giornali. Il commento sul tuo corpo, la battuta sul ciclo, la pacca sul culo “per ridere, dai!”. E inizi anche a pensare che forse sei tu a esagerare, ingigantire. “Sono troppo sensibile, dovrei farmela scivolare addosso”. No.

Questo romanzo non urla, ma non per questo abbassa lo sguardo. Mostra come impariamo a giustificare l’ingiustificabile, come diventiamo complici della nostra stessa sottostima, come interiorizziamo per mera sopravvivenza sociale.

E poi c’è la questione economica, un tema che attraversa il testo con un ronzio costante. La precarietà non è solo una condizione lavorativa, è una condizione esistenziale. È la difficoltà di pianificare, di progettare, di immaginare un futuro senza un brivido di ansia. Condurre un’esistenza dove restare a vivere con mamma e papà diventa una scelta obbligata vista dall’esterno come una regressione però, una situazione di comodo. Dove sognare una vita mantenuta non è pigrizia, ma la ricerca spasmodica di tregua. È la fantasia di posare per un attimo le armi nella costante lotta contro l’insicurezza. Scapinello non giudica mai queste fantasie. Le legittima, come sintomi.

Ed è qui che il libro diventa profondamente generazionale. Non perché parla solo a chi ha trent’anni, ma perché intercetta un sentimento collettivo: la disillusione. Non quella adolescenziale, teatrale e leggermente melodrammatica, ma quella adulta, amara e silenziosa. Quella che ti accompagna mentre firmi un contratto che sai non ti rappresenta, quando disillusa accetti una relazione che non ti coinvolge, mentre sorridi a una cena di famiglia dove tutti ti chiedono “e tu, li vuoi avere dei figli?”. E come se non posso smettere di essere figlia neanche io?

Anche l’amore, in questo testo, ne esce precario. Un campo di contrattazione fatto di mille domande e incertezze. Rimuginando su dove si sta sbagliando, dove possiamo migliorare, ma soprattutto: l’amore “capita, si sceglie o si cerca?”. Siamo in una costante ricerca di definizioni perché se l’amore capita, allora siamo vittime del caso (ancora); se si sceglie, siamo responsabili delle nostre scelte fallimentari (ancora). Se si cerca, rischiamo di trasformarlo in un mercato (ancora). Ma possiamo biasimarci, se l’intessere una relazione sembra sia diventato proprio questo? Profili, match, swipe, scarto, cuoricino. Un catalogo di corpi e biografie dove ognuno cerca di vendersi al miglior offerente affettivo. Scapinello smaschera la retorica romantica e mostra la dinamica di potere e dipendenza sottesa alle relazioni. C’è chi sceglie e chi viene scelto. C’è chi aspetta un messaggio e chi lo centellina strategicamente. C’è chi si accontenta, perché solo è peggio. Perché siamo assuefatti dalla convinzione che la solitudine sia un fallimento personale invece che una condizione fondante della contemporaneità.

L’autrice non salva nessuno. Non costruisce martiri né carnefici, ma mostra la complessità. Mostra come anche noi possiamo essere ambigue, incoerenti, manipolatorie perché la sopravvivenza non sempre coincide con la purezza morale. C’è una lucidità quasi crudele in questa scelta. Eppure è liberatoria. Perché toglie il peso della perfezione. Permette di esistere anche nella propria mediocrità, confusione, disordine.

Il titolo non è casuale: Scusa il disordine è la frase che diciamo quando qualcuno entra in casa nostra e non abbiamo avuto tempo di sistemare, un atto di giustificazione preventiva. È l’anticipazione del giudizio. Ma nel libro quella frase diventa liberatoria. Come a dire: il disordine c’è, strutturale, inevitabile, e se ti disturba, forse, il problema non è il disordine. Perché in una società ossessionata dall’ordine, estetico, emotivo, produttivo, rivendicare la confusione diventa un gesto politico. Non vogliamo essere lineari o coerenti a tutti i costi. Non vogliamo trasformare ogni crisi in opportunità, ogni trauma in storytelling.

Viviamo nella società della resilienza che ci ha insegnato a sopportare con eleganza. Se cadi, non fare rumore. E quando ti rialzi, sorridi. Ma la verità è che la resilienza, è solo un espediente paraculo per chiederci di abbassare la testa e di adattarci a condizioni ingiuste.

Scapinello sovverte l’adattamento. Attenzione, non propone ricette, tantomeno offre vie d’uscita facili. Non c’è una morale rassicurante alla fine di questo libro, e proprio per questo il libro funziona. Perché non tradisce la complessità delle circostanze. A fine lettura non vi sentirete guarite, ma vi parrà di essere state svegliate, come da uno schiaffo ben assestato. Però è funzionale, ricordandoci che la veglia è sempre più faticosa del sonno, ma necessaria come unico mezzo per non sopravvivere passivamente alla vita. Questo libro ti costringe a rivedere certe dinamiche, a nominare certe violenze, a riconoscere come e dove ti stai autosabotando.

Questo libro non lascia speranza ma, consapevolezza. E no, non è la stessa cosa. La speranza può essere un anestetico. La consapevolezza, no.

Scusa il disordine non lo leggi per evadere, lo leggi per restare. Restare dentro la società, dentro le proprie contraddizioni, dentro le proprie fragilità senza dover imbastire scuse o minimizzare. È un libro che non ci chiede di essere migliori, ma di essere onesti. E in un panorama culturale che spesso preferisce la narrazione estetica, motivazionale, instagrammabile, romanticizzata, questa onestà è quasi sovversiva, rivoluzionaria.

Chiuso il libro avremo la consapevolezza che talvolta, non avere tutto sotto controllo è normale; che il disordine non è un difetto individuale, ma una condizione collettiva; che dobbiamo smettere di chiedere scusa per lo spazio che occupiamo, per il rumore che facciamo, per la rabbia che abbiamo bisogno di provare. È questo il vero atto sovversivo del romanzo: autorizzarci a non essere accomodanti.

Farà male? Sì, ma di un male necessario.

Farà ridere? Pure, ma di una risata amara, amarissima.

Agnese Scapinello, Scusa il disordine, 8tto edizioni, 2025

 

 

 

 

 

The following two tabs change content below.
Francesca Santoro (Potenza, 1998). Ha conseguito un master in editoria presso la Scuola del libro di Roma. Attualmente lavora come editor e capo scouter di narrativa presso l’agenzia letteraria Manuel Santagati occupandosi contemporaneamente di comunicazione e gestione di canali social. Ha collaborato con la rivista ’Tina (2025) per la revisione dei testi e la correzione di bozze e ha partecipato alla gestione della comunicazione di Più libri più liberi 2025. Parallelamente si occupa di divulgazione editoriale sui social portando contenuti sul mondo dei libri e dell’editoria.

Ultimi post di Francesca Santoro (vedi tutti)

, , , , , , , ,