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“Cledon” di Paola Silvia Dolci è un esperimento poetico e al contempo teatrale, una ricerca sul linguaggio e sul destino. Una narrazione polifonica in cui ciascun personaggio incarna un aspetto dell’esperienza umana, e in cui il lettore è chiamato a orientarsi  trovandosi immerso in scene frammentarie, oniriche e visionarie

Di Lidia Popolano

Per Henri Bergson, la ‘materia’ è l’insieme delle immagini possibili e la ‘percezione della materia’ consiste nel riferire quell’insieme all’azione di una determinata immagine: il nostro corpo. In Cledon Paola Silvia Dolci esplora proprio i concetti di sensazione, percezione, esperienza, immaginazione, mediante l’ascolto di frammenti di dialogo reali e il loro passaggio selettivo attraverso l’inconscio.

Cledon nasce dall’interesse dell’autrice per le arti oscure e, in particolare, per la divinazione attraverso l’ascolto dei segni linguistici che attraversano la realtà, pronunciati per caso, a cui la poeta attribuisce un carattere di messaggio.

Questa sua opera è in prosa e ha la struttura, in parte monologica in parte dialogica, della pièce teatrale o del radiodramma. Si compone di cinque capitoli o tempi teatrali, preceduti da due sezioni riassunte in un titolo-programma: “Libro delle profezie e costruzioni delle immagini” e “Quaderno dei desideri spiritosi, e dei necrologi”, pensate come costruzioni preliminari a ogni narrazione.

I cinque capitoli o atti rappresentano ciascuno un microcosmo narrativo autonomo, legato agli altri da richiami tematici o simbolici appartenenti alle sequenze base di ogni favola, e che riconducono alle tappe del viaggio iniziatico dell’eroe a cui si fa riferimento a più riprese nel corso dell’opera. Si tratta però di un eroe, o di un’eroina, contemporanei e di un viaggio che è una ricognizione per prendersi cura di qualcuno o qualcosa; di una crescita, infine, come trasformazione alchemico-psicologica, di cui non si conoscono in anticipo gli esiti.

Questi, i titoli dei capitoli: «Una successione di sequenze», «La soglia», con due ripartizioni interne: «Pausa» e «Attraversamento della soglia; seguono: «Sfide e tentazioni/Inizio della trasformazione», suddiviso nelle parti: «Muoiono» e «Rinascono», facenti riferimento appunto alla trasformazione iniziatica, e «La trasmissione dei pensieri senza fili/Il ritorno, e i doni degli dei». Infine: «Invocato o non invocato il dio verrà».

Cledon è dunque un esperimento poetico e al contempo teatrale, una ricerca sul linguaggio e sul destino. Una narrazione polifonica in cui ciascun personaggio incarna un aspetto o una fase dell’esperienza umana, e in cui il lettore è chiamato fin dall’inizio a orientarsi e a costruire un contesto, trovandosi in media res, immerso in scene frammentarie, oniriche e visionarie.

I personaggi e le personagge indicati all’inizio di ciascun atto sono Merlotta, Daimon e Saturno Schermo. All’inizio del secondo tempo però Merlotta prende le sembianze di Cloto, Daimon di Lachesi e Saturno Schermo di Atropo, le parche a cui fa riferimento l’esergo dell’opera.

Merlotta manifesta una certa sprovvedutezza e una ingenuità quasi infantili, rappresentando la fase giovanile della vita. Raggiungere la soglia per lei è scendere all’inferno e tornare in superficie, come novella seguace di Ecate: secondo il mito, potente signora dell’oscurità, regnante sui Daimon, sulla notte, sulla luna, sui morti. Merlotta, come Sibilla, trae da lei la capacità di dare responsi.

Leggiamo alcune delle profezie pronunciate: A pagina 14 ad esempio Damon, che rappresenta l’età adulta, recita: «Daimon Sta arrivando il terremoto./Io l’ho già vissuto, e so cosa crollerà, e dove si apriranno le crepe nella terra». Poi a pag 25: «Daimon Devi decidere dove andare. La casa in cui vivi sta per crollare». Sono queste di Daimon delle profezie collegate alla fine della trasformazione precedente. Nel primo atto quindi si comincia dal già vissuto, e su basi che non è scontato siano identiche alle precedenti. A pagina 17 si legge infatti: «Daimon Quando sarà grande mia figlia realizzerà una machina del tempo. Così potremo giocare insieme alla stessa età. […]».

L’entrata in scena di Saturno Schermo, che rappresenta l’ultima fase della vita, avviene per presentare il cledon, ovvero la voce della folla. Saturno per le sue profezie si serve della cledonomanzia, una delle più antiche forme di divinazione, ma, dal punto di vista astrologico, Saturno è anche l’astro responsabile della restrizione, del taglio, della messa alla prova. Le frasi udite nella folla non sono infatti la totalità di quelle pronunciate né si odono per caso poiché, interagendo con l’inconscio, consegnano un messaggio dal profondo significato personale per chi ascolta.

I cinque atti sembrano indicare che il percorso iniziatico è un percorso ciclico, e fanno riferimento alla trasformazione come processo creativo. A pagina 13 Daimon esprime i pensieri nell’istante in cui vengono formulati, come una sorta di rimpianti o, al contrario, di propositi: Nel secondo atto le premonizioni-ricordi proseguono. A pagina 70 ad esempio: «Lachesi Tutti abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada». Atropo in questo atto esplora invece i concetti filosofici di esistenza e di rappresentazione, di corpo e di immagine, di verità e falsità, verosimiglianza o inverosimiglianza. Attenzione e riconoscimento sono necessari per confermare o meno la propria esistenza. Ma noi distinguiamo due tipi di attenzione, una rivolta verso l’esterno che ha come effetto una percezione più intensa e una maggiore evidenza dei dettagli; l’altro tipo, rivolto verso l’interno è un atteggiamento che invita a rinunciare al concentrarsi sugli aspetti utili della percezione, per inibire il movimento e per lasciare invece affiorare i ricordi e le esperienze sull’oggetto, che ne arricchiscano la percezione.

L’importanza del corpo nello sviluppo delle emozioni e come tramite per le sensazioni inviate all’inconscio e da questo ricevute, è evidenziata in diversi testi dell’opera. A pagina 54 ad esempio: «Lachesi Il corpo non è più un posto sicuro, arriva un uragano e sfonda una parte della nostra casa.»; a pagina 72 inoltre: «Atropo Il corpo comunica l’invisibile, l’inconscio e il dimenticato./Il corpo è immagine.», e nella stessa pagina: «Lachesi Proteo padroneggiava tutte le forme del corpo, poteva trasformarsi a suo piacimento in qualsiasi cosa volesse ».

Materia, percezione, trasformazione sono dunque elementi fondamentali in Cledon. Poiché la percezione della materia è limitata a ciò che il nostro corpo seleziona come utile per una possibile azione, la nostra rappresentazione della materia risulta dalla cernita di ciò che riguarda i nostri bisogni, o le nostre funzioni. La nostra coscienza coglie come si è detto solo alcune delle possibili percezioni. Il meccanismo con cui le percezioni vengono integrate con i ricordi, con le aspettative dell’inconscio, le nostre passioni o i desideri diviene allora particolarmente affascinante. Le aspettative sul futuro hanno a che fare, inoltre, con le capacità immaginative, anche non razionali e, permettendo di vedere più in là di sé stessi, secondo la concezione arendtiana, hanno a che fare anche con l’arte politica per eccellenza.

La trasformazione è oggetto del terzo atto. I personaggi nei primi testi esprimono la raggiunta consapevolezza di sé in vario grado, e anche da vari punti di vista. Il divenire, la trasformazione, oltre all’incertezza o al dubbio residui, malgrado la consapevolezza raggiunta, rappresentano inoltre anche l’angoscia, l’abisso del vivere, il gorgo esistenziale, la spirale del divenire.

Poi, dopo la trasformazione, ‘il ritorno e i doni degli dei’. A pagina 94 si legge: «Merlotta Sono distesa sul lettino dello psicanalista. Infiniti mondi in cui siamo, io sul lettino, e Lei alle mie spalle. Amicizia e comprensione, nei confronti degli altri noi. In questi modi infiniti in cui si ripete la stessa scena la stessa Eva. Forse c’è qualcuno che sta studiando come fermare tutto come trovarci.». E a pagina 96: «Daimon Con questo gioco costruisco il mio mondo. Gioco piacevole o gioco luttuoso, giocatore che dà spettacolo». E ancora a pagina 105: «Saturno L’essenza del metodo consiste nel modificare qualcosa.».

Centrale in tutta l’opera è dunque l’esplorazione del tempo con un approccio che ignora la sua schematizzazione. L’abisso, la spirale dell’eterno ritorno, è espressione di una potenza del possibile contro un’eternità fissata e un’incapacità di pensare al divenire.

Così Saturno, personaggio chiave in Cledon, può essere accostato alla tradizione mitologica greca del dio Crono, rappresentante il tempo cronologico divoratore degli eventi. Ma al dio Saturno erano destinati anche i festeggiamenti romani dei Saturnalia che nel mese di Dicembre rievocavano un’età aurea priva di conflitti e paradossi, e una prosperità che non derivava dalla fatica e dalla sofferenza. E dopo i festeggiamenti ricominciava l’anno solare.

Questa duplice immagine del dio Saturno rappresenta l’apparente paradosso tra la contemporanea azione di un tempo che scorre, ossia lineare, e di un tempo che ritorna, ossia ciclico, capaci, nella loro interazione, di generare la spirale del divenire, come se in ogni istante si manifestasse una premonizione della trasformazione ma, al contempo, come se questa fosse già avvenuta più e più volte. Così nel primo atto, a pagina 33, si legge: «Saturno Prima di partire ti avevo celebrato un piccolo funerale./Dal necrologio allo spargimento delle ceneri./Avevo depositato anche i ranuncoli, sulla tua tomba, nel vaso dell’albero di limone in terrazza.». Nel quinto atto invece, a pagina 116 leggiamo: «Daimon Sono molti anni che non piango mentre scrivo, da quando non voglio più morire, ma io me lo ricordo.»; e a pagina 117: «Saturno Ora che stiamo tornando, immagina di non trovare più nessuno disposto a pubblicarti.». A pagina 122 leggiamo infine: «Insieme Se tornate senza ripulirvi, potrete portare la morte con voi.».

Non è certo la prima volta che i tre protagonisti parlano insieme. Ad esempio, poco prima della trasformazione le tre baccanti dichiarano di essere fragili e desiderose, inconsapevoli e spaventate. Ma anche nella «prima pagina saturnina», quando i tre personaggi dichiarano di non potere rinunciare a nulla, e di scambiare una cosa con l’altra.

Paola Silvia Dolci affida, in conclusione, lo sradicamento di uno storicismo ‘fondamentalista’ all’inconscio e alla sua azione creatrice e modificatrice della realtà, a partire dai frammenti delle infinite possibili realtà individuali, con cui interagiamo quando siamo immersi nella moltitudine. Una interazione selettiva e perturbante, che decostruisce appunto il senso di storicità lineare e di una artificiosa continuità causale degli avvenimenti, e lascia la libertà immaginativa di profetizzare un futuro personale e comune.

Alla critica allo storicismo, condotta sullo sfondo della tradizione fenomenologica tedesca, si aggiunge poi uno schema etico arendtiano che sappiamo non esente da una certa tonalità messianica. Per comprendere un avvenimento ci vuole infatti la sua fine, il punto culminante su tutto ciò che lo ha preceduto, e che sopraggiunge come un ‘tempo propizio’ per il cominciamento o per il ricominciamento. Naturalmente il cominciamento non può che essere un atto di immaginazione, in dialogo con l’esperienza corporea ma anche con le infinite possibilità ancora in potenza. In definitiva, il cominciamento è un atto poetico.

Paola Silvia Dolci, Cledon, Milano, Déclic, 2025

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Lidia Popolano

Originaria di Trapani, Lidia Popolano vive a Roma dal 1974, dedicandosi a tempo pieno all’attività creativa e allo studio indipendente. Dal 2016 ha frequentato i seminari del Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, divenendo nel 2019 membro della Società italiana di Neuroetica, spazio transdisciplinare dell’Etica. Ha scritto e realizzato gli spettacoli teatrali itineranti notturni Di notte per i vicoli di Rom antica e di Firenze antica, inseriti nell’Estate Romana e Fiorentina, e ha scritto sceneggiature per il cinema, vincendo l’11° International Film Fest Roma Film Corto – Independent Cinema nel 2019 e il Premio speciale Elena Bertoldi del 7° Firenze FilmCorti Festival (7FFF) nel 2020. Nel 2023 ha pubblicato Riflessioni e rifrazioni nell’inconscio artistico, Temperino rosso ed., 1° Premio Etnabook 2022; nel 2019 la raccolta di poesie Abitare mura diroccate, con prefazione di Umberto Piersanti, per 96, rue-de-La Fontaine ed., 1° Premio Nabokov 2019, e nel 2023, la raccolta di poesie Obliquità, con prefazione di Rosa Pierno, per Algra ed. Il romanzo Il meeting, Affiori-Giulio Perrone, 2024, con prefazione di Paola Del Zoppo, ha concluso la trilogia sulla Perdita dell’innocenza, iniziata nel 2017 con il romanzo Come l’impronta di un quadro (Via Trionfale), 96, rue-de-La Fontaine ed., Premio speciale della Presidenza nel Premio Wilde 2018, e proseguita nel 2022 con Costellazioni, Abelbooks ed., Terzo Premio Nabokov 2019. Del 2019, la pubblicazione della raccolta di personal essay Rinascite, con prefazione di Davide Grittani, per Algra Ed. Racconti, articoli e recensioni sono stati pubblicati su riviste letterarie tra cui Semicerchio LXX, 2024 e LXXI, 2025; Rossocorpolingua n. 1, 2024 e n. 2, 2024; Mataphorica Anno III, n 5.1 2024.

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