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Miche scappa da un passato complicato e trova ristoro nella sua amica Jenny e nell’autogrill che gestiscono insieme. Ma il passato ritorna attraverso una notizia di giornale, l’amico d’infanzia è…L’esordio di Alessandra Gondolo, Autogrill è un romanzo sulle tante strade che possiamo imboccare per sfuggire al destino. L’abbiamo intervistata

Di Amanda Rosso

Congratulazioni per il tuo esordio! Puoi raccontarci un po’ come è nata l’idea di Autogrill, e qual è stato il suo viaggio editoriale?

Grazie, è stato un bel viaggio!  Da molti anni ho un’ossessione per i non luoghi e, soprattutto, per le influenze e gli scambi che mi immagino sempre avvengano tra persone sconosciute. Ciò che mi ha spesso affascinato è l’inconsapevolezza di come ci portiamo dietro pezzi di altri che inglobiamo senza rendercene conto ma che, comunque, ci modificano. Mi sono sempre piaciuti i non luoghi, le stazioni dei treni, dei pullman, gli autobus stessi che ho preso per andare in tutti i luoghi possibili, Barcellona, Berlino, Parigi, quei luoghi così neutri ma pieni di persone che si sfiorano, si toccano, respirano la stessa aria senza conoscersi, senza saperlo, e sono sempre stata convinta che quell’aria respirata se la portino dietro, che in qualche modo li cambi. Mi colpisce l’inconsapevolezza di ciò che ci influenza, di ciò che abbiamo e che è figlio di altri, che non abbiamo scelto ma è arrivato. Ovviamente, l’autogrill è il luogo perfetto per tutto questo, è l’esagerazione di tutti i movimenti possibili tra persone sconosciute. Questo è il pensiero che sta al fondo di tutto.

Un giorno stavo andando a Padova e mi sono fermata in un autogrill e, come sempre, stavo lì a guardare due ragazze dietro il bancone, così veloci e ritmiche nel servire i caffè e le varie consumazioni. Andavo a Padova per fare un corso alla Scuola di scrittura Virginia Woolf di Padova e così, con il tempo lungo della scrittura, è arrivata una serie di racconti, uno dei quali si intitolava proprio “Autogrill”. Su consiglio di chi mi aveva letta alla fine del corso avevo deciso di provare a trasformare uno dei racconti in un romanzo e avevo scelto Autogrill perchè era quello a cui ero più affezionata. Finito il romanzo, dopo diverse riscritture, momenti morti e riprese in mano del romanzo, sono stata seguita da un’agenzia (Clementina Liuzzi Literacy Agency), con la quale ho ancora lavorato sul libro e poi è arrivata la risposta positiva di 8ttoedizioni che ha deciso di pubblicarmi.

La protagonista del romanzo, Miche, è una ragazza con un passato difficile, che riesce finalmente a immaginare un futuro per se stessa grazie al lavoro in una stazione di servizio. È molto interessante questo sguardo sul lavoro, che è molto specifico nel romanzo…

Interessante il tuo punto di vista anche se io penso che ciò che abbia fatto immaginare un futuro a Miche siano state le persone che ha incontrato e il luogo particolare in cui queste transitano. A Miche il lavoro non è mai interessato, né quando la madre la spronava a cercarlo dopo essere stata bocciata a scuola, né quando era ormai autonoma, e i lavoretti che trovava erano solo un modo per sopravvivere. Chi la spinge al lavoro è Jenny, che le dà la forza di affrontare finalmente lo sguardo indagatore di chi fa i colloqui (anche se lei, alla fine, non fa il colloquio per un caso), di stare in mezzo alla gente e non scappare. Miche non è un’amante del lavoro, non sponsorizza mai i menù, non è meticolosa come Jenny nella pulizia, fa quello che deve fare ma non molto di più. Quello che le regala questo lavoro è la particolarità di un luogo, più che altro, un luogo aperto, di movimento continuo, di persone che non torneranno e davanti alle quali Miche non deve rendere conto di nulla, perché generalmente non le vedrà più, quindi, da una parte, è l’anonimato che permette a Miche di stare, dall’altra, le persone che solcano questo spazio in una maniera per niente neutra ma contaminandola con la loro personalità.

E poi c’è Jenny, la sua socia e amica esuberante, e ci sono i e le clienti, e le loro storie, gli e le abitanti di Rione Verde. Trovo che in un certo senso Autogrill sia anche un romanzo corale, nel suo modo di prestare attenzione alle piccole storie quotidiane, e di luoghi, il modo in cui plasmano la realtà e le possibilità…

Sì, è assolutamente un romanzo corale e questa coralità, questa moltitudine di presenze, di storie, di caratteri, di modi di essere è ciò che permette anche a Miche di trovare un posto nel mondo. La narrazione di sé da parte degli avventori e delle avventrici dell’autogrill rappresentano un microcosmo di possibilità di esistenze che fortifica Miche. Lei ascolta, non racconta, sente le storie, le piace immergersi lì dentro, le vive talmente tanto che, ad un certo punto, quando Pier, uno dei personaggi del mondo autogrill, le racconta di essere caduto in un canale a Venezia, lei si sente tutta bagnata nel tentativo di risalire sulla sponda. Miche non solo ascolta le storie, ma le vive completamente, come un lettore e una lettrice, a volte, fanno con un libro che lo appassionano. In questo modo è come se facesse esperienze continue di vite diverse, pur rimanendo dietro a un bancone. La gente che si racconta a Miche è comune, sicuramente un po’ eccentrica, ma di una semplicità quotidiana, nella consapevolezza e tranquillità di essere quello che è, senza pretese. Alla fine del romanzo si capisce perfettamente quanto sia importante questa coralità per Miche, la vera possibilità per lei e Giacomo di sopravvivere. I luoghi sono importanti nel romanzo, non sono identificabili in qualche città particolare, non sono radicati in un territorio che li caratterizza, sono non luoghi che si possono trovare da qualunque parte, luoghi anonimi, che però influenzano fortemente chi li attraversa. Dell’autogrill ho già parlato, ma c’è anche Rione Verde, che è un luogo molto marcato, anche se uguale in tutte le periferie di grandi città. Non è un luogo di passaggio, ma esattamente il contrario, è un luogo dimenticato, come dimenticati sono i suoi abitanti. Mentre l’autogrill offre a Miche una varietà di esistenze e possibilità, Rione Verde ne dà solo una, come un marchio ben delineato.

Trovo che un elemento molto forte nella narrazione è la classe, Rione Verde con il suo cemento e le sue gabbie invisibili, con il fiume che separa noi da loro

Sì, ci sono dei confini molto netti tra Rione Verde, il quartiere dove vivono Giacomo e Miche, e il resto del mondo. C’è un confine concreto, un fiume, rispetto al quale è sempre stato insegnato dalla madre a Miche che è invalicabile, che c’è un al di qua e un al di là molto chiaro e che, se anche lo si valicasse, la separazione rimarrebbe, in ogni caso. Esiste, infatti, un altro confine molto netto, più sottile ma anche più pervasivo, che è quello che fa arrabbiare Giacomo, quell’appartenere a una periferia, a una gabbia invisibile che ti distingue dagli altri, da quelli del centro, anche quando provi ad uscirne. Giacomo vorrebbe distruggere questo confine invisibile ma, non essendo qualcosa di concreto e materico, è indistruttibile, non si può spaccare, rompere, ferire. Tutta la rabbia, infatti, torna indietro, esattamente come la palla che Giacomo lancia contro il cartello che c’è all’entrata del quartiere e che dice “Benvenuti a Rione Verde”.

E il secondo elemento, altrettanto importante, è la mascolinità. Ci sono diversi esempi di mascolinità nel romanzo, ma tu ti concentri specialmente sul percorso di Giacomo. Ti interroghi molto, trovo, su “cosa sia andato storto”, sulla responsabilità, anche collettiva, del suo perdersi…

Sì, ci sono diversi uomini che hanno le caratteristiche tipiche della mascolinità, come il padre e poi anche il patrigno di Miche. Quest’ultimo è un uomo violento, per il quale l’unica modalità educativa è la forza, che esprime nelle parole e nei gesti. Rappresenta proprio lo stereotipo mascolino, che, se si lascia andare a delle emozioni, deve subito tornare indietro, perché il suo ruolo è un altro. Questo tipo di maschio è ammirato fortemente da Giacomo il quale cerca di opporsi a un sistema che lo ha ghettizzato, “siamo in un cazzo di zoo, te ne rendi conto? è tutto una gabbia” dice, ad un certo punto, “sei carne sottovuoto, dentro un sistema che ti ha infilato in una cazzo di busta trasparente, ha aspirato tutta la tua vita, i sogni, i desideri, e ha sigillato il tuo vuoto”. Ma Giacomo, inizialmente, non è così. Certo ha già un carattere iroso, combattivo ma è il mondo in cui vive che non gli permette di smussarlo, ma, anzi, lo radicalizza, perché è un mondo violento e, per Giacomo, alla violenza del sistema si può solo opporre rabbia e odio per riuscire a salvarsi. Il cambiamento di Giacomo si vede anche nella trasformazione del rapporto con Miche, inizialmente è protettivo, dolce, attento a Miche, complice con lei  al di là della differenza di carattere ma, a poco a poco, assistiamo a un distacco sempre più evidente, causato dalla rabbia nel vedere che Miche non si oppone, rimane vittima inerme di fronte a quel mondo che Giacomo invece vorrebbe distruggere, e la protezione si trasforma in esclusione rispetto a quello che lui sta diventando. La stessa trasformazione, lo stesso indurimento si vede nel rapporto con la madre, quando quest’ultima viene licenziata ed è costretta a fare un lavoro disumano, per il quale Giacomo prova solo disgusto.
“Giacomo aveva affinato sempre di più la sua lotta contro un mondo passivo, indolente, debole, secondo lui, quando invece bisognava combattere, reagire, non lasciarsi sottomettere sottomettendo. La solitudine, la paura, la comprensione erano diventati mondi ingabbiati da un unico grande reticolato di ferro, una cassa toracica protettiva e respingente, senza fessure che potessero dialogare con un dentro dimenticato. «Voglio essere forte» le ripeteva Giacomo, come una litania che sembrava aver perso il suo significato.”

Il pericolo della memoria, ma anche il suo ruolo imprescindibile nel formare l’identità di ognuno di noi, è centrale nel romanzo…

Miche è terrorizzata dal passato, non ne è consapevole fino a quando è il passato ad irrompere nella sua vita. Tutto quello che è stata, la sua identità più profonda, è seppellito dentro di lei, chiuso ermeticamente, nella paura che questo passato possa distruggerla, sotterrato dai suoi vestiti ma anche dal suo corpo che fa da muro protettivo in entrambe le direzioni, dall’esterno all’interno e dall’interno all’esterno. Il suo corpo è sospeso, è in una vita apparente, si è anestetizzato dalla vita, è come se fosse una barriera che le isola il mondo interno, glielo protegge, che fa da assorbimento, da membrana protettiva, da scudo. Le attutisce tutto e lei non sente o, comunque, crede di non sentire. La sua reazione difensiva è simile all’immobilità degli animali di fronte a un pericolo, ha un effetto analgesico.Questa negazione fa sì che Miche non viva veramente, lei sopravvive, si fa vivere, si fa scegliere. Non prende in mano le decisioni, perché non riesce nemmeno a prendere in mano se stessa, fino a quando, ad un certo punto, il passato arriva in modo cruento, Giacomo, il suo amico d’infanzia, torna in una maniera inaspettata, dai confini labili e ambigui, un qualche cosa di così inafferrabile e duro che la costringe a guardare.
A questo punto Miche deve fare una scelta fondamentale, tra il vivere, con tutto ciò che questo comporta, dolore, dubbio, perdita, ma anche gioia e pienezza, oppure il sopravvivere, lo stare nel mondo guardandolo da fuori, una specie di morte, un coma, una vita non vita, come quella di Giacomo in cui lei si rispecchia. Lei fa questa scelta, in un momento della vita in cui si sente sicuramente più forte, sente che può farcela a reggere il suo passato, che può guardarlo e non farsene travolgere. Decide così di inabissarsi nelle profondità del passato, facendo un viaggio a ritroso in quel luogo che è rimasto chiuso nel suo addome negli ultimi anni, un viaggio reale che la riporta a Rione Verde, a sua madre, a sua sorella, al Giacomo di quando erano bambini, ma anche un viaggio interiore, dentro di sé, dentro il suo modo di essere, di rispondere alla vita, di stare al mondo, anche se è un modo di essere che non è più quello del passato perché in mezzo c’è stato l’autogrill, c’è stata Jenny, ci sono stati Pier, Max, Carlo che, senza che lei se ne rendesse conto, l’hanno cambiata. Il suo viaggio a ritroso è un rendersi conto di come lei era a Rione Verde e di come non lo è più nel suo presente.

Miche e Giacomo sono entrambi il prodotto delle loro storie, della loro infanzia. Autogrill è un romanzo di formazione in cui si tocca con mano la difficoltà di conformarsi alle aspettative sociali, specialmente in un contesto famigliare ed economico svantaggiati. Come ha influito sul tuo sguardo di autrice, la tua esperienza di insegnante?

Miche e Giacomo sono il prodotto della loro infanzia ma sono anche due caratteri che vivono in modo molto diverso il mondo in cui sono nati. Giacomo prova rabbia, una mancata accettazione del luogo in cui vive, lo vuole combattere, annientare, perché pensa che sia il mondo fuori ad essere sbagliato e l’unica possibilità per vivere è distruggere le sbarre della gabbia. Miche, invece, sente una diversità e un’anormalità all’interno di sé, non è il mondo ad essere sbagliato ma è lei; quindi, la sua rabbia è incanalata contro di sé, è lei che inadeguata per il mondo in cui vive, è lei che deve essere distrutta, non il mondo. Lei scappa dalle cose, non le affronta a viso aperto, non ha il coraggio. Rione Verde è il quartiere in cui hanno vissuto la loro infanzia entrambi, è un luogo ma può essere considerato un personaggio che, con il suo essere, ha influenzato profondamente chi l’ha attraversato. Ho insegnato diversi anni nei Licei e per altrettanti anni in una scuola professionale dove sono tutt’ora. Se sono convinta nel dire che i ragazzi e le ragazze sono gli stessi e le stesse in qualsiasi tipologia di scuola, con le loro diversità e peculiarità, non posso dire la stessa cosa per le possibilità e il futuro che hanno. Nel professionale in cui lavoro ci sono alunni e alunne che provengono da Paesi diversi, come Africa, Albania, Romania (chi con la cittadinanza e chi no), che hanno diversi stili di apprendimento (in parte certificati e in parte no), che vivono in contesti economici, a volte, difficili, come anche persone che vivono in Italia da generazioni, che non hanno certificazioni e vivono in contesti economici medi. Il professionale è un crogiolo di mondi, ma, spesso, è una scuola che unisce persone che sono state rifiutate da altre scuole o che, viste le difficoltà di vario genere, si sentono dire che l’unica possibilità è andare a lavorare e quindi, in fin dei conti, che non hanno scelta. Per alcuni alunni e alunne il mondo della scuola è come Rione Verde che dà un profilo unico alle persone che ci vivono. Provenire da una famiglia che non ha un determinato potere economico, che ha un colore della pelle diverso e una lingua diversa, è ancora oggi deterministico, salvo alcune eccezioni. Se parti da un mondo, sei destinato allo stesso mondo. Capisco la rabbia di Giacomo, la provo nella stessa maniera quando vedo tra i banchi della mia classe persone che, se avessero avuto altre condizioni sociali e economiche, avrebbero potuto avere il diritto di scegliere di essere quello che avrebbero voluto.

Alessandra Gondolo, Autogrill, 8tto edizioni, 2025

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell’entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all’Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove ha conseguito un Master of Arts in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University. I suoi racconti sono apparsi su “Narrandom”, “Quaerere”, “Malgrado le Mosche”, e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c’è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti “Donne d’America” (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell’attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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