Bea affronta la morte del fratello e le tensioni familiari che ne seguono. Nel suo esordio Chiara Fiorentini racconta come si può convivere con il dolore, le omissioni e le incongruenze del lutto e della memoria. L’abbiamo intervistata
Di Amanda Rosso
L’anno che ti ho detto addio è il tuo esordio. Puoi raccontarci il viaggio del romanzo?
Il romanzo è nato inizialmente come una serie di racconti legati, incentrati su alcuni dei personaggi che compaiono nel romanzo (Bea, Matti, Edo, Lili, Melissa). Successivamente, grazie all’ incoraggiamento di Matteo B. Bianchi prima e di Alessandro Gazoia poi, ho provato a trasformarlo in un romanzo vero e proprio. Mentre lo facevo, la storia si è in un certo senso ampliata e la trama ha integrato nuovi spunti e risvolti, in primis quello legato alla vicenda giudiziaria di Nico, che hanno al tempo stesso unificato e sfaccettato la trama iniziale.
Forse posso dire che, per un anno circa, ho conosciuto i personaggi attraverso i racconti che ho scritto su di loro, e durante l’anno successivo li ho trasportati, con i loro tratti caratteristici e i loro personali dilemmi, in una storia unica e comune.
Molto, direi il novanta per cento, della materia che costituiva i racconti è stata scartata, ma mi sono serviti a sapere bene con chi avessi a che fare e a conoscere, per così dire, l’arco narrativo di ciascuno.
Prima di portarlo a termine, non avevo idea che sarei riuscita a scrivere un romanzo, pensavo che i racconti, nella loro brevità scritta e pensata, fossero il mio ambiente naturale. Il romanzo è stato quindi un po’ una scommessa, un progetto che ho voluto portare avanti per me stessa prima ancora che per un eventuale pubblico e, in ultimo, un processo che mi ha molto arricchito.
È un romanzo sulla perdita e sul lutto, ma è anche fortemente anti-drammatico…
Sì, penso che si possa dire così! Non è stata una scelta a priori, semplicemente penso di aver internalizzato una sorta di spinta verso la leggerezza e la s-drammatizzazione che si riflette nei miei personaggi, nelle cose che succedono loro e nella maniera in cui le affrontano.
L’ironia, nel senso più alto del termine, è una buona difesa, e forse, in un romanzo che parlava di perdita, i miei personaggi e io stessa che li scrivevo, ne avevamo bisogno.
Sicuramente ci sono, nel corso del romanzo, dei momenti “emotivi” in cui sentimenti più dolorosi e malinconici vengono a galla, ma penso vengano fuori come spesso succede nella vita, cioè a sprazzi, inframmezzati alle azioni di tutti i giorni, nel ricordo che ci porta un oggetto e nelle mezze risposte date a qualcuno.
In un certo senso, le grandi rivelazioni, così come le piene confessioni, forse non esistono da nessuna parte, e nella maggior parte dei casi ce ne sono soltanto di alluse e di modeste, che arrivano quando meno te lo aspetti, mentre tutto il resto va avanti.
Trovo sia anche un romanzo sulla memoria: come prendersi cura, senza idealizzarla, della memoria di chi ci lascia, ma anche la memoria come qualcosa che possiamo perdere, che ci contraddistingue e ci definisce…
Anche questo è vero, e la coincidenza è in parte casuale, nel senso che mentre scrivevo il romanzo e lavoravo all’idea di fare i conti con la memoria di chi ci ha lasciato, sono stata toccata dal tema della perdita della memoria, e questa suggestione ha preso vita nella storia, trovando un suo modo di intersecarsi con quella iniziale.
In generale, mi interessa molto come ci definiamo in funzione delle esperienze che abbiamo vissuto, e con questo intendo non solo gli eventi oggettivi, ma anche – e a volte soprattutto – la maniera in cui li abbiamo vissuti, il significato che essi hanno avuto per noi, in quel particolare momento della nostra vita e in base al “substrato” con cui li abbiamo accolti.
Forse si potrebbe dire che la memoria è un’arma a doppio taglio. A volte ci perseguita, e, nel caso di eventi traumatici, vorremmo farne a meno, seppellirla così in fondo da non essere più nemmeno sfiorati dalla sua “radioattività”. Ma senza di essa è difficile vivere una vita che abbia senso, tornare a casa la sera, inserire il codice del bancomat, avere un sentimento di continuità individuale e collettiva che ci permetta di costruirci e di sapere chi siamo.
Quando perdiamo qualcuno, la memoria ci lacera e ci sostiene, e penso sia solo in essa, in fondo, che troviamo quello che ci serve per dire: OK, non ci sei più, ma dove c’è questo buco, prima c’era una relazione. Non eri solo tu, eravamo tu e io. C’era quello che sei stato per me, ed è anche di questo che sono fatto io.
Ho trovato particolarmente riuscita la decisione di focalizzare la trama su una sorta di procedurale, un caso che permette a chi legge di esplorare un lutto che è sempre presente, ma si interseca alle vicende narrate…
Anche questo è un aspetto del romanzo che si è fatto abbastanza implicitamente, nel senso che volevo ancorare la storia nel presente, in una vicenda che occupasse i miei personaggi mentre essi erano altrimenti occupati dal lavoro del lutto.
Ancora una volta, la suggestione di qualcosa che va storto e che deve essere capito e confrontato, si è imposta al mio interesse e ho provato ad immaginarne lo svolgimento.
Forse il lutto è una grande inchiesta intorno alla domanda: e adesso cosa faccio? Non so se possa dire che lo fai una volta per tutte. In un certo senso, continui a farlo tutta la vita, ma in modo diverso, scoprendo risposte che prima non avevi.
È un romanzo bioetico, in un certo senso, che esplora sia le conseguenze intime delle decisioni sia quelle collettive. Attraverso Nicholas esplori le problematiche etiche legate alla ricerca e la sperimentazione, poni chi legge di fronte alla possibilità che il cosiddetto “progresso” non sia un processo lineare…
E cosa mai è lineare, in realtà? Nessun processo di sviluppo, probabilmente. Il mondo della ricerca è familiare e interessante per me, e quindi più immediato da raccontare, ma globalmente quello del confronto tra individuale e collettivo è un tema che probabilmente mi sta a cuore.
La mia attenzione, mi rendo conto, è spontaneamente catturata dall’individuo: sono storie che mi piace ascoltare e raccontare. Le capisco meglio, le sento alla mia portata. Ma questa concentrazione individuale mi confronta continuamente con quello che lascio fuori, col mondo che gravità intorno.
Viviamo, come esseri umani, questa straordinaria e tremenda contraddizione, che tutto quello che ci tocca come individui, non può che non toccarci profondamente e in maniera unica: il lutto di una persona è il suo e suo soltanto, ed è lei che deve farci i conti. Ma il lutto è anche un’esperienza universale, è parte del ciclo naturale delle cose e ci confronta con la nostra finitezza e con i nostri limiti. Che sono quelli di tutti.
Credo che il valore dell’esperienza individuale stia anche nel dire: questo è successo a me, e mi permette di capire quello che succede a te, a tutti quelli che sono passati per quella determinata situazione. È quando il vissuto individuale viene elaborato nell’empatia verso la collettività, che secondo me si possono fare cose belle.
La vicenda si svolge a Ginevra, luogo di scambi culturali e linguistici, che hai restituito pienamente nei dialoghi e nella topografia, ma anche nella vita precaria di alcuni personaggi, che riflette la condizione di molte persone giovani oggi. Penso ad esempio alla ricercatrice Sonja…
La precarietà, temo, c’è dappertutto e a tanti livelli. La ricerca confronta sicuramente con questa situazione e con un avvenire fatto, almeno all’inizio, di poche certezze e molti sacrifici, per avere il privilegio di fare quello che piace e seguire, magari, quella che è una vera vocazione.
Credo sia difficile, in generale, trovare la propria strada, non è detto che succeda a vent’anni, magare ci vuole di più: più tempo, più sacrifici, più esperienze. La precarietà può essere materiale, ma anche emotiva, o motivazionale.
La ricerca è un esempio di lavoro non eccezionalmente ben pagato né sicuro, che un giovane sceglie con entusiasmo e passione, ma poi magari si ritrova a fare i conti con l’affitto da pagare, le bollette alla fine del mese, un ulteriore trasloco in cerca di un’opportunità migliore, e capita che si chieda: ma chi me l’ha fatto fare?
Il cambiamento continuo è stimolante, ma anche “fragilizzante”. All’epoca in cui studiavo, di certo non mi rendevo conto di cosa avrebbe significato, nel bene e nel “più difficile”, una carriera nella ricerca. Penso che i giovani debbano essere accompagnati di più, nelle loro scelte, capire cosa vogliono ma anche per cosa sono pronti. Che cosa potrebbero volere tra dieci anni, non solo tra cinque.
E spero, ovviamente, che riusciremo a investire per creare sempre più opportunità di scambio, sostegno, e incoraggiamento per i giovani e per le loro idee e i loro progetti, perché a volte è tutto quello su cui possono contare.
La scelta del linguaggio è azzeccata. È al contempo un linguaggio piano e quotidiano, con una grande attenzione ai dialoghi, ma anche un linguaggio settoriale e specifico.
Menomale che è azzeccata! Come dicevo, essendo il mio primo romanzo, ho fatto le cose un po’ d’istinto e senza grandi progetti preliminari. Cerco di scrivere in un modo immediato ma curato, chiaro. E c’è il fatto che il mio quotidiano, come quello dei miei personaggi, è fatto di più lingue, e volevo che questa cosa in qualche modo passasse…senza confondere nessuno.
Visto che LM è una rivista letteraria ti chiedo: quali libri hanno influenzato la scrittura del romanzo, e quali libri stai leggendo ora?
La prima parte della domanda è difficile e ti direi che non lo so. So che scrittori risuonano per me, e ti direi che, negli anni più recenti, mi ho apprezzato molto i racconti, da Mary Robison a David Leavitt a Peter Cameron e Lorrie Moore, e i romanzi di Barbara Kingsolver, Ann Patchett, e probabilmente ancora tanti altri.
Adesso sto leggendo i romanzi di Marilynne Robinson, di cui ho amato particolarmente “Casa” e “Jack”, e, come saggi: “Feel free”, di Zadie Smith, dopo aver finito “Contro Antigone”, di Eva Cantarella, che offre una rilettura originale della tragedia di Sofocle, interrogandosi sul significato più profondo della lotta di Antigone per far seppellire il fratello Polinice, anche andando contro quello che è bene per la città. Il tema è in fondo ancora quello della perdita, e quello che ci aiuta a “conservare” il legame con i nostri cari quando questi non ci sono più.
In questo momento mi piace anche leggere della poesia: Emily Dickinson, Mary Oliver, Robert Frost. Sono affascinata dalle immagini che riescono a creare i poeti, dal loro dire condensato e pregnante insieme. È molto confortante.
Infine, quali sono i progetti futuri di Chiara Fiorentini?
Eh, vediamo…! Continuare a fare quello che faccio sempre, spero nel migliore dei modi, e mi piacerebbe scrivere un altro romanzo.
Amanda Rosso
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