Il mondo è maschio anche in percentuale

Ilaria Marino, 10 ottobre 2022

Malgrado le battaglie di tante attiviste, siamo ancora ai farmaci testati su un uomo bianco alto cm 177. Così come i dispositivi per il riconoscimento vocale e quello facciale e i crash test per la sicurezza in auto… Il saggio di Emanuela Griglié e Guido Romeo snocciola numeri e percentuali

Di Ilaria Marino

Il mondo è pensato a misura d’uomo, inteso come maschio, bianco, altezza 1.77 cm, peso 70 kg. È questa l’immagine che emerge a leggere “Per soli uomini. Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design” di Emanuela Griglié e Guido Romeo, che illustra le ricadute concrete in cui si declina la discriminazione di genere, ancora schiacciante nonostante i passi avanti compiuti negli ultimi decenni. A dare conforto a questa narrazione gli autori snocciolano un’utilissima mole di dati, che dimostrano come le donne, lungi dall’essere considerate quale realmente sono – una fetta di popolazione e di mercato maggiore di quella maschile – continuino ad essere trattate come una minoranza. A sostanziare il discorso, dati provenienti da una ricca bibliografia e sitografia fatte di saggi, articoli scientifici, dati Istat, rapporti istituzionali. I numeri di questo saggio sono preziosi per fotografare la situazione della disparità di genere: tuttavia, come capita ai big data anche in altri settori, la loro utilità sarà completa quando da tale consapevolezza scaturiranno delle misure politiche e sociali che incideranno in maniera determinare nell’invertire la tendenza.

Si sapeva, in questo testo c’è una ulteriore conferma, che nel contesto medico-sanitario il paziente tipo su cui vengono testati i farmaci è il maschio di riferimento di cui sopra, con la conseguenza che le donne, ad esempio, hanno dal 50 al 75% di possibilità in più di manifestare reazioni avverse ai farmaci. Qualcosa si sta muovendo e proprio a casa nostra: l’Italia è infatti l’unico paese europeo ad avere una legge (3/2018) che inserisce la medicina gender specific all’interno del servizio sanitario nazionale. Ottimi i principi ma, purtroppo, scarsissima la ricaduta pratica, visto che la legge non include vincoli per i nuovi prodotti immessi sul mercato.
La situazione non migliora se ci affacciamo al campo dell’intelligenza artificiale, anch’essa vittima dal pregiudizio di genere, anche perché la maggioranza degli sviluppatori di prodotti hi-tech si identificano nel reference man di cui abbiamo detto. L’app Health del primo Apple watch, ad esempio, monitorava tutti i parametri fisici, tranne il ciclo mestruale… Anche i dispositivi per il riconoscimento vocale non si dimostrano inclusivi, visto che funzionano meglio se la voce è maschile: dato problematico, considerando la diffusione e l’utilità dei navigatori, dei dispositivi di domotica e di tutti i device collegati a un sistema a controllo vocale.
La discriminazione non risparmia nemmeno i dispositivi di riconoscimento facciale che, modellati sullo standard maschile citato, escludono sia i volti delle donne che quelli, ad esempio, di maschi cinesi e indiani. E qui approdiamo a una riflessione importante: tutti, non solo le donne, beneficerebbero della necessità di ripensare il mondo sulla base di una prospettiva più inclusiva dal punto di vista del genere. Questo non solo perché vivere in una società che tuteli i diritti di tutti è auspicabile, ma anche per le ricadute pratiche di una politica di questo tipo. Riflessione confermata se passiamo al campo del design, dove negli anni ’90 l’accesso delle donne all’aeronautica militare statunitense fu accompagnato dalla scelta di ridisegnare le cabine di pilotaggio degli aerei: decisione che agevolò non soltanto le donne, ma anche quel 10% degli uomini che non rientrava nello standard maschile.
Un altro aneddoto che colpisce, restando in quest’ambito, è l’annullamento della prima, attesa, missione spaziale statunitense femminile perché all’ultimo momento alla NASA si accorsero che non esistevano tute della taglia delle astronaute. Anni ’60? No, 2019. Gli ingegneri risolsero poi il problema creando delle tute uguali a quelle maschili, solo di dimensioni ridotte: altro errore abbastanza diffuso, visto che non si teneva conto della specificità del corpo femminile, considerato come un corpo maschile “in piccolo”.
Se gli spostamenti delle astronaute presentano criticità, quelle delle guidatrici non vanno meglio: i crash test sono effettuati su un manichino che ha le caratteristiche del solito standard maschile, con la conseguenza che le donne rischiano nel 47% in più dei casi di essere gravemente ferite, nel 17% di perdere la vita. E i microfoni? Nascono per diffondere voci maschili. Così, anche quando le strumentazioni migliorarono, l’idea di una voce femminile querula e disturbante era ormai diffusa: lo aveva capito bene Margaret Thatcher, che si serviva di un vocal coach per allineare il proprio timbro vocale a quello degli uomini, in modo da risultare più assertiva e credibile.
Lo scenario non cambia se diamo uno sguardo alle città: del resto, se nei grandi studi di architettura la presenza femminile in posizioni di potere copre appena il 10% dei posti, come potremmo sperare che sia diffusa una gendered city planning? Diverse sono infatti le esigenze femminili in termini, ad esempio, di sicurezza o di mobilità. Fortunatamente in questo campo c’è molto fermento: da progetti come GeoChicas, collettivo femminile che si serve della piattaforma open source OpenStreetMap per inserire nelle mappe contenuti e indicazioni utili alle donne, a città che stanno provando concretamente a invertire la tendenza, come la Vienna della vicesindaca Maria Vassilakou o la Barcellona di Ada Colau con le sue superillas, grandi isolati restituiti ai cittadini grazie a misure che favoriscono, tra gli altri, anche le donne.
Quello di cui avevamo già notizia, anche grazie agli studi delle giornaliste di Giulia, è la marginalizzazione delle donne nell’ambito della ricerca scientifica STEMM (Science, Technology, Engineering, Mathematics, Medicine). Non c’è da sorprendersi, se consideriamo che prestigiose università come Harvard e Cambridge hanno ammesso per la prima volta delle studentesse negli anni ’40 del secolo scorso o che negli ultimi 120 anni i premi Nobel nelle discipline indicate sono stati 800 uomini a fronte di 52 donne. Quanta parte ricopra il pregiudizio di genere in uno scenario del genere lo dimostra un esperimento attutato per selezionare le proposte di ricerca per il telescopio spaziale Hubble: rendendo anonimi i curricula sono quasi raddoppiate le domande presentate da donne che sono risultate accolte. Sarebbe certamente preferibile arrivare ad un punto in cui un progetto venga esaminato in base al suo contenuto e non al genere di chi lo ha proposto, ma nel frattempo correttivi di questo tipo possono agevolare il processo.
La sottorappresentazione femminile riguarda, infine, anche l’infosfera: manca equilibrio sia tra le percentuali di uomini e donne all’interno delle redazioni – soprattutto nelle posizioni di comando –, sia nella presenza femminile all’interno delle notizie, dove le donne sono prese in considerazione come rappresentanza della vox populi (a fronte dell’esperto, che è sempre uomo) oppure nella triste evenienza della violenza di genere.

Emanuela Griglié, Guido Romeo. “Per soli uomini. Il maschilismo dei dati, dalla ricerca scientifica al design”, Codice, 2021

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Ilaria Marino

Ilaria Marino ha conseguito un dottorato in storia contemporanea presso l’Università degli studi Federico II di Napoli, occupandosi della partecipazione femminile alla Guerra civile spagnola. Ha pubblicato sulla rivista "Studi storici". Ha collaborato con la rivista "Spagna contemporanea" e lavorato per varie case editrici. Attualmente insegna storia e italiano nella secondaria di secondo grado.

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