DONNE DELL’EDITORIA: Ludovica Nagel: letterata, traduttrice e amica

Manuela Altruda,

Tra le opere più note di Cesare Pavese ce n’è una che fatica a essere confinata in un preciso genere letterario. Di fronte a Vita attraverso le lettere forse in tanti si sono chiesti: cos’è esattamente? Un romanzo epistolare o un’autobiografia? Probabilmente entrambi. Ciò che davvero conta, però, è la consapevolezza di avere a disposizione una preziosa fonte di notizie, indispensabile per mettere insieme i tasselli della vita e del pensiero di uno straordinario intellettuale del nostro Novecento letterario.

L’esperienza dell’opera pavesiana (uscita per la prima volta nel 1973 per Einaudi, a cura di Lorenzo Mondo) dimostra come non sia così impossibile ricostruire la vita di una persona attraverso le sue lettere. È difficile dire però cosa possa accadere quando a essere note sono solo le lettere ricevute da destinatari celebri, mentre il mittente resta, per sua convintissima scelta, celato in una sorta di intima riservatezza. L’unica strada da tentare è quella che procede a ritroso, che parte dalle lettere ricevute e non da quelle inviate.

«Caro Chiodino», «Carissima Ludovica», «Cara Nag.», «Cara Von», cominciano tutte così le lettere scritte da Cesare Pavese, Felice Balbo e Natalia Ginzburg e indirizzate a Ludovica Nagel: donna riservata, lavoratrice instancabile e curiosa, letterata dal singolare ingegno, traduttrice colta e amica fedele. Tutto ciò che sappiamo di lei è contenuto in due libri ancora non abbastanza conosciuti: le Lettere a Ludovica, un piccolo e prezioso volume curato da Carlo Ginzburg (Archinto, 2008), e il fitto epistolario che Nicola Chiaromonte ha tenuto per decenni, vivo e costante, con una delle due sorelle di Ludovica, Melanie, più nota con il suo nomignolo Muska (Fra me e te la verità, Una città, 2013).

Ludovica nacque nella notte tra l’8 e il 9 febbraio del 1918 in un palazzo della Friedrichstrasse di Monaco. Era un momento difficile per la Germania e il padre della neonata, il barone Karl von Nagel Aichberg, comandante del primo reggimento di cavalleria pesante dell’esercito bavarese, si trovava al fronte rumeno, dove aveva già trascorso gran parte della Grande Guerra. Il barone apparteneva all’antica nobiltà bavarese, e aveva sposato nel 1907 la discendente di una benestante famiglia dell’aristocrazia newyorkese, Mabel Dillon Nesmith. Quando nacque Ludovica la coppia aveva già due figlie, Melanie e Alexandra, di dieci e cinque anni. Karl Von Nagel venne ucciso il 2 maggio del 1919 negli scontri che misero fine alla Repubblica dei Consigli. Dopo poco la famiglia lasciò Monaco per trasferirsi nella campagna toscana, in una villa acquistata dalla madre e dalla nonna, nei pressi di Sesto Fiorentino. Successivamente Mabel abbandonò le figlie per tornare in maniera definitiva negli Stati Uniti, così Ludovica e le sorelle furono cresciute da una governante svizzera – originaria della regione occidentale di Friburgo –, e da lei impararono a conversare e scrivere alla perfezione in francese.

Nell’aprile del 1967 Nicola Chiaromonte scriveva a Muska:

«Sì, Ludovica mi aveva un po’ parlato delle vostre vicende. Le parole di lei che mi avevano più impressionato erano: ‘Tre donne sole: lei non sa quanto può essere terribile’».

Chiaromonte faceva riferimento agli anni della Seconda guerra mondiale, anni in cui le sorelle rimasero completamente sole ad affrontare un momento drammatico. Poco si sa del periodo immediatamente successivo alla fine del conflitto: di Alexandra non si hanno notizie, mentre Muska, dopo essere rimasta vedova molto presto, entrò come novizia nel convento benedettino di Regina Laudis, presso Bethlehem, una piccola cittadina del Connecticut nord-occidentale; Ludovica, invece, abbandonata definitivamente la residenza toscana, si trasferì a Roma.

Dopo una serie di lavori insoddisfacenti e poco redditizi, furono le copertine degli Struzzi Einaudi a indicarle in qualche modo la strada. Un giorno, mentre fissava quel bianco inconfondibile, quasi mossa da una forza a lei estranea, appuntò numero di telefono e indirizzo della sede romana della casa editrice fondata da Giulio Einaudi. Poco dopo compose il numero e chiese di parlare con il capo del personale. Il giorno seguente Ludovica entrò in un palazzo meraviglioso in via Uffici del Vicario n. 49, e dopo aver chiacchierato con una giovane donna, che pareva non stare ferma un attimo nella perenne ricerca di qualche carta sepolta sotto altre mille scartoffie, fu assunta come segretaria di redazione. Quella giovane donna in costante movimento, la stessa che le aveva risposto al telefono il giorno precedente, era Bianca Garufi, segretaria generale di Einaudi dal 1944 al 1958. Era il 1945, non c’erano orari di lavoro prestabiliti ma solo montagne di carte e tanto disordine, ma non aveva importanza: Ludovica era felice. Fu assunta all’istante perché perfettamente quadrilingue: conosceva il tedesco, il francese, l’inglese e l’italiano. Per questo motivo si occupava, oltre che del giornale di redazione, dei rapporti con l’estero per i diritti di traduzione. Più avanti poi cominciò anche a tradurre sfruttando così al massimo la sua conoscenza delle lingue.

Nel caos di quegli uffici nacque l’amicizia solida e duratura tra Ludovica, Pavese, Ginzburg e Balbo. Le tracce dell’affetto e della stima che i quattro provavano l’uno per l’altro sono tra quei fogli di carta intestata Einaudi dove, dal 1946 in poi – anno in cui Ludovica lasciò la casa editrice per trasferirsi temporaneamente negli Stati Uniti – presero a raccontarsi delle loro vite. Il 1946 fu un anno di decisioni importanti per l’editore: gran parte dei membri della redazione romana dovevano essere trasferiti al Nord, tra Milano e Torino. Ludovica era tra questi e da una lettera di Pavese indirizzata all’editore capiamo che non doveva essere troppo entusiasta di quei cambiamenti:

« […] A proposito la Nagel che mi ha fatto scrivere in passato che non avrebbe avuto niente in contrario a stabilirsi a Milano, dice adesso che l’ha fatto perché le pareva che il clima di Roma la uccidesse. Invece è come i gatti del Pantheon che non muoiono mai, e come i gatti del Pantheon neanche lei vuol più saperne di andarsene da Roma. Credo di aver detto tutto».

La lettera è datata 28 maggio 1946. Circa due mesi dopo, il 5 luglio, Pavese scriveva a Einaudi per sollecitarlo in merito alla ricerca di alloggi per la redazione, sottolineando che Ludovica ne aveva bisogno quanto lui solo che doveva «spendere almeno la metà». L’11 luglio Pavese annunciava all’amica che era quasi tutto pronto e che non doveva temere per ciò che più la preoccupava: ci sarebbe stato «caffè a comando e gratis». Dopo un breve periodo passato nella sede milanese Ludovica lasciò l’Italia per gli Stati Uniti. Ancora oggi non è chiaro cosa l’abbia spinta ad allontanarsi dal lavoro e dagli affetti, tanto che lo stesso Pavese le scriveva in una lettera:

«Cara Nagel, meriterebbe che non rispondessi. La sua lettera è illeggibile. Io ho ancora da capire perché sia scappata in America; mi domando che cosa c’è ancora da vedere e da capire a New York, è il paese più vecchio della terra […]».

È questo il momento in cui Nagel, Pavese, Balbo e Ginzburg cominciarono a scriversi, a raccontarsi, a scambiarsi opinioni. Le lettere dimostrano che con ognuno dei tre amici einaudiani Ludovica aveva un rapporto solidissimo e al tempo stesso diverso.

Pavese le aveva dato quel nomignolo, Chiodino, che era una presa in giro del suo stesso cognome (nagel in tedesco significa proprio chiodo). Si confidava con lei, le raccontava delle difficoltà lavorative e dell’impossibilità di trovare una copia di Moby DickMoby Dick niente. Dove lo piglio? Bisognerà cercarlo tra gli antiquari milanesi»), ma non dimenticava di prenderla in giro per la quantità di caffè consumata («Natalia mi dice che lei nuota nell’oro; io credo più semplicemente che nuoti nel caffè»), e per la sua scrittura illeggibile («Cara Nag., le sue lettere mi costano sempre una o due diottrie. Che zampe di mosca!»). Lei ricambiava quell’affetto inviandogli spesso regali: pullover, tanto tabacco, ma anche cibi ancora sconosciuti in Italia come i marshmallow. Il loro legame era un riparo sicuro dalle incertezze e dai drammi della vita. Pavese si fidava molto della sua Chiodino e sono molti a considerare la lettera del 10 giugno 1950 un presagio del suicidio dello scrittore:

«Se sapesse come la invidio che sta a New York. Pensi che in 55 strada vive e respira un mio formidabile amore che probabilmente mi costerà la vita».

L’amore di cui parla è l’attrice Constance Dowling. Il 29 agosto di quello stesso anno fu Natalia a comunicare all’amica la morte dello scrittore con una lettera breve, dolorosa, e quasi spaesata. Nella breve formula “il nostro caro Pavese” è racchiuso tutto l’amore e lo sgomento per una perdita forse immaginata ma mai del tutto accettata.

Natalia non le scrisse per più di anno, forse a causa di quel dolore che non avevano il coraggio di raccontarsi e di affrontare. Dal 1952 però la corrispondenza tra le due riprese fitta e regolare, mettendo in luce una complicità che era un vero sodalizio. Natalia confidava all’amica il desiderio di un altro figlio, della difficoltà di trovare casa a Roma in vista di un nuovo trasferimento, la aggiornava su ciò che scriveva e quello che avrebbe voluto scrivere, le raccontava del dolore immenso che seguì la perdita improvvisa della madre Livia. Parlavano molto di libri, della Ciociara di Alberto Moravia che a Natalia era «sembrato bello, ma non tutto», e dell’Isola di Arturo che se per Ludovica era stato motivo di amarezza per l’altra invece era «un libro pieno di felicità». Grazie allo scambio epistolare, poi, Natalia supportava l’amica nei suoi lavori di traduzione, aiutandola a sciogliere molti dubbi nella resa italiana di alcuni termini e revisionando intere pagine che riceveva per posta. In queste righe leggiamo di due traduttrici che discutono come se stessero lavorando una accanto all’altra, nello stesso ufficio:

«Cara Ludovica, ti assicuro che la revisione di queste pagine non m’è costata nessun fastidio e anzi mi è servita di distrazione. Mandami pure il seguito […]. In un punto invece di squallido ho messo inameno e forse questo potrebbe andare. Poi c’è un punto dove dice del ballo scabroso. Non si può dire scabroso di un ballo: si può dire scabroso di un discorso. Ho messo conturbante: ma vedi tu se trovi qualcosa di meglio. Ho messo qualche punto interrogativo, là dove non mi era ben chiaro il senso del testo […]».

Se si volesse descrivere con una parola l’amicizia tra Ludovica e Natalia questa è di certo “complicità”,  per il rapporto con Pavese “intimità”, mentre per quello con Balbo “scambio”. Le lettere di Cicino – questo il soprannome di Felice Balbo – sono puntate di un dibattito filosofico, culturale e politico vivo e ricco di stimoli. L’energia di lui emerge con forza mostrando l’urgenza del confronto. Spesso scriverà a Ludovica di non riuscire a contenere “tutto” in quelle poche pagine, e che aspetta con ansia un loro incontro per poter finalmente chiacchierare di Simone Weil, del Doctor Faustus di Thomas Mann, del padre della cibernetica moderna Norbert Wiener, ma soprattutto di politica e di società. Sono infatti gli anni della condanna del comunismo da parte del Sant’Uffizio che turbò profondamente Balbo tanto da convincerlo a lasciare il partito in maniera definitiva poco dopo. Ma non è solo questo. Ludovica era un’amica attenta e premurosa, chiedeva di continuo notizie della moglie di Cicino, Lola, inviava libri alla madre di lui e intere scatole di cioccolatini ai bambini:

«Cara ragazza, tu non vuoi che mi arrabbi per i cioccolatini, ma io mi arrabbio lo stesso. I bambini invece non si sono arrabbiati: sono cioccolatini squisiti, e loro ti ringraziano e ti salutano. Anch’io forse ti ringrazio ma trovo che son cose che non si fanno».

Ludovica era un’amica affettuosa e generosa, ma soprattutto una donna curiosa interessata al cambiamento intellettuale e sociopolitico del suo tempo, amava discutere di letteratura contemporanea ma anche del progresso scientifico, si opponeva con forza alla destra repubblicana e al sempre più evidente predominio della cultura americana su quella europea. Guardava con sospetto al sistema sanitario e ospedaliero e odiava quei medici sempre meno capaci di ascoltare i pazienti. Non è difficile immaginare il vuoto lasciato alla sua partenza dall’Italia che fece scrivere a Pavese che sì «Roma era bellina ma, senza di lei, costernante».

Quella di Ludovica resta una vita ancora tutta da ricostruire, così come da ricostruire e raccontare è il suo contributo a una casa editrice fragile e provata che nel dopoguerra tentava con tutte le sue forze di rimettersi in piedi. «Ti aspettiamo tutti: cerca di venire. Ti aspettiamo tutti con estrema impazienza», scriveva Natalia. E in effetti aspettiamo ancora oggi che un pezzo di storia dell’Einaudi venga riportato alla luce.

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Manuela Altruda

Manuela Altruda è nata a Napoli nel 1989. Si è laureata in Archeologia e Storia dell’arte all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, e ha collaborato con la Fondazione Memofonte di Firenze curando l’edizione digitale di una guida della Napoli antica. Dopo la laurea ha lavorato in molti musei napoletani, ma quello di Capodimonte resta uno dei suoi luoghi del cuore. Ha frequentato il master “Il lavoro editoriale” della Scuola del libro di Roma e pubblicato diversi articoli per il blog della scuola stessa. Scrive per “Altri Animali” e studia figure femminili della storia dell’editoria italiana nella convinzione che vada loro restituita l’importanza che meritano. "Artemisia" di Anna Banti rappresenta perfettamente le sue più grandi passioni: l’arte e la letteratura.

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