L’illusione di cercare se stessi

Manuela Altruda, 15 gennaio 2024

Intervista ad Anna Voltaggio, autrice del romanzo La nostalgia che avremo di noi. Uomini e donne raccontano paure, rancori, impulsi intimi e nascosti, abbandonati in un certo momento della vita. Cosa avrebbero potuto essere se avessero seguito quella via?

 

 

Partiamo dalla prima impressione, l’esterno. La donna ritratta in copertina sembra venir fuori direttamente da un quadro di Magritte: si nasconde in malo modo dietro un piccolo vaso tondo – che ricorda appunto una mela – e intravediamo soltanto uno dei suoi occhi. Potrebbe essere una delle tue protagoniste, Clara, Nina, Vita, Ester o Lucilla, ma anche Lorenzo o Arturo. Da cosa fingono di nascondersi tutte e tutti loro e cosa invece cercano?

I personaggi di questo libro cercano, probabilmente, un’espressione completa di loro stessi che, però, genera desideri contraddittori e per questo finiscono col vivere nell’immaginazione.

Quello che cercano è qualcosa di impossibile, che funziona come per la libertà o la felicità: il massimo che si riesce ad afferrare è comunque fugace, ma nonostante ne siano consapevoli non smettono di andarci incontro. Questo tipo di desiderio genera in loro un certo grado di confusione e in alcuni casi impulsi autodistruttivi. La copertina, che nasconde appena il viso della donna, mi fa pensare ai segreti. Ognuno di questi personaggi racconta il proprio mondo nascosto, quello più in ombra. Impulsi, nostalgie, rancori e paure. Cose intime, che non si possono mostrare completamente.

 

Il titolo che hai scelto per questa raccolta è delicato, intimo e allo stesso tempo sincero quasi in maniera brutale. Ho pensato subito a una frase letta anni e anni fa, quando da ragazzina ero una fan di Alessandro Baricco: «È uno strano dolore, morire di nostalgia per qualcosa che non vivrai mai». La nostalgia dei tuoi personaggi nasce anche da questo? Dal timore di non riuscire a salvarsi da una condizione che non gli appartiene?

Non conoscevo (o non ricordo) questa frase di Baricco ma è esattamente il tipo di nostalgia che vivono queste donne e questi uomini. Un tipo di dolore per l’impossibilità di sapere cosa sarebbero stati o come sarebbe andata a finire se avessero seguito una strada invece che un’altra. La sensazione amara e suadente al tempo stesso di voler tornare a un punto di loro stessi che hanno lasciato inespresso.

Ritraggo personaggi ormai adulti, con una vita compiuta che gli è capitata, come accade per tutti e il dolore sta nel fatto di sentirsi leggermente fuori posto, non completamente. La condizione che vivono non gli appartiene del tutto ma al tempo stesso gli appartiene perché è la vita che hanno vissuto fino a quel momento. È proprio questo grado di coscienza che li rende così irrequieti.

 

La solitudine è forse uno dei temi più significativi che emerge dal tuo libro: un argomento complesso e vivo più che mai nonostante, ancora oggi, chi afferma di sentirsi solo viene giudicato con diffidenza. I tuoi personaggi e le tue personagge sembrano molto soli. E incompleti.

Certamente racconto solitudini. Eppure sono solitudini calde, pulsanti, affamate di vita. I miei personaggi ne sono talmente coscienti che non possono che sbagliare. Sono tentativi di fuga i loro, tentativi fini a sé stessi, ma che sentono imprescindibili perché gli offrono l’illusione di ingannare il tempo e lo spazio.

 

In questi racconti si parla anche di relazioni. Non solo amorose, ma anche, tra gli altri, un legame fra sorelle e un rapporto mal ridotto padre-figlia. L’impressione è che con la tua scrittura tu abbia voluto in parte “smascherare” la fragilità di alcuni di essi, ma anche tendere una mano e dimostrare a chi vive relazioni negative che non c’è nulla di sbagliato, succede e a un certo punto potrebbe arrivare il coraggio di lasciare andare come, ad esempio, è accaduto per Clara.

L’intimità di ognuno ha molto a che fare con i legami affettivi e sentimentali, perché lì viene parzialmente svelata. Inoltre, spesso viviamo amori assurdi e improbabili o rapporti familiari poco limpidi, carichi di non detti. È una stupidaggine pensare che le persone della nostra vita si scelgano e si meritino; può accadere con le amicizie (che infatti in questo libro lascio a margine). Non è giusto né sbagliato vivere un rapporto d’amore storto o incompleto perché non è semplice individuare le ragioni che ci spingono verso qualcuno e che ci fanno restare. L’amore, come la vita, è impermanente ma possiede una forza illusoria straordinaria.

Clara, il personaggio che citi, abbandona il suo amante con la stessa indifferenza con cui lo frequenta, perché a rendere prezioso quel rapporto è il suo bisogno di illusione non il rapporto in sé, una volta infranta la bolla di sapone a lei non resta che andare.

 

A proposito ancora di legami: un lettore attento si accorgerà che alcuni personaggi ritornano nella narrazione, che sembrano sfiorarsi, ma mai trovarsi per davvero. Hai mai immaginato che uno di loro uscisse dal suo racconto per salvare dalla propria solitudine – e dalla nostalgia – uno dei protagonisti delle altre storie?

In tutte le storie del libro compaiono personaggi presenti nelle altre storie, vero, si affacciano come figure comprimarie, alle volte soltanto come comparse. Tra tutti loro esiste un legame di natura affettiva. In nessun caso sono salvifici.

 

A un certo punto scrivi: «Vita è in orario e comunque, come ogni giorno, cammina veloce. Cammina come chi ha qualcosa di urgente da fare, come chi ha accumulato ritardo su una tabella di marcia, come chi ha un problema da gestire». Una descrizione precisa e puntuale della nostra società, delle nostre vite: correre verso non si sa bene cosa e per quale motivo, solo perché abbiamo l’impressione che qualcuno ci stia obbligando a farlo.

Nella gestualità di Vita, in questo suo modo nervoso di muoversi, nel bisogno di non perdere tempo, vedo il suo modo di sentirsi in difetto, quasi in colpa.

Questo personaggio sta per raggiungere il padre che vive da solo, lontano, e che sta per morire. Al tempo stesso sta chiudendo una relazione con la sua compagna. È un momento in cui si sente colpevole, indipendentemente che lo sia o meno. È per questo che cammina veloce, perché sente il senso del dovere nel compiere azioni necessarie che lei vorrebbe fuggire.

 

 

Anna Voltaggio, La nostalgia che avremo di noi, Neri Pozza 2023

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Manuela Altruda

Manuela Altruda è nata a Napoli nel 1989. Si è laureata in Archeologia e Storia dell’arte all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, e ha collaborato con la Fondazione Memofonte di Firenze curando l’edizione digitale di una guida della Napoli antica. Dopo la laurea ha lavorato in molti musei napoletani, ma quello di Capodimonte resta uno dei suoi luoghi del cuore. Ha frequentato il master “Il lavoro editoriale” della Scuola del libro di Roma e pubblicato diversi articoli per il blog della scuola stessa. Scrive per “Altri Animali” e studia figure femminili della storia dell’editoria italiana nella convinzione che vada loro restituita l’importanza che meritano. "Artemisia" di Anna Banti rappresenta perfettamente le sue più grandi passioni: l’arte e la letteratura.
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