Quando la solidarietà viaggiava in treno

Silvia Neonato, 12 gennaio 2022

Circa 80 mila bambini e bambine tra il 1945 e il 1952, grazie al lavoro instancabile delle donne dell’Udi, furono ospitati in famiglie di operai, contadini che volevano toglierli dalle macerie e dalla fame viaggiando tra Sud e Nord. Ecco due nuovi libri: uno di Simona Cappiello con documenti interessantissimi, l’altro di Giovanni Rinaldi ricco di storie meravigliose

Silvia Neonato

«Ogni mattina, per accontentarmi, mamma Luce mi metteva sulla bicicletta insieme a lei e mi portava in paese a comprare il pane, mi ricordo quel pane bolognese buono. A Napoli c’era una miseria, per questo loro ci hanno accolti così. Mi hanno dato affetto calore (…) persino il corredo». Così racconta il suo viaggio al Nord, nel 1946, Maria Venuso: raccoglie la sua voce Simona Cappiello, che inserisce questa ed altre storie in “Gli occhi più azzurri. Le storie vere dei treni dei bambini”. Lo stesso titolo del documentario che Simona stessa ha girato già nel 2012 con Manolo Turri dall’Orto per riscoprire un’impresa corale e femminile, che tanti studiosi come lei vanno indagando nell’ultimo quindicennio, e che il romanzo di Viola Ardone “Il treno dei bambini”, tradotto in molte lingue, ha finalmente riportato alla ribalta.

Tutto ha inizio a Milano nel giugno 1945. Tra le macerie della città vagano bambini malnutriti, alcuni orfani, scalzi, coi pidocchi, impauriti. Teresa Noce, incarcerata dai fascisti, poi partigiana, dirigente del Partito comunista e dell’Udi, Unione donne italiane, ha un’idea straordinaria: chiedere ai mezzadri dell’Emilia Romagna, a partire da quelli iscritti al Pci, di ospitare per qualche tempo a casa loro quei bambini e quelle bambine, per nutrirli, rivestirli, toglierli dalla città distrutta. Così avviene la prima partenza e l’epopea, che coinvolgerà circa 80 mila bambini, andrà avanti fino al 1952, quando non è più la guerra ma l’alluvione nel Polesine a creare altre migliaia di grandi e piccoli sfollati, privi di tutto, che troveranno casa soprattutto presso mezzadri, operai, portuali in tutta Italia.

È una storia meravigliosa di solidarietà, un’impresa politica che connetterà il Sud e il Nord del Paese grazie al lavoro volontario di alcuni dirigenti comunisti e soprattutto di moltissime donne dell’Udi, le vere coraggiose e inventive protagoniste di una impresa di cui a lungo non si è parlato, per l’abitudine di quella generazione di militanti comuniste e socialiste di non celebrarsi affatto e di lasciare ben poco per iscritto di sé, cosa accaduta del resto pure con le partigiane. Fa eccezione un libro del 1980 – “Cari bambini vi aspettiamo con gioia… Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra” – firmato da Angiola Minnella, Nadia Spano e da Ferdinando Terranova. Poi sembrava calato l’oblio. Succedeva di sentirne accennare: io stessa ne sentii parlare negli anni Ottanta quando lavoravo al settimanale dell’Udi, Noi donne e conobbi Angiola Minella e Luciana Viviani. Scopro ora che c’erano reportage notevoli su Noi donne.

Di fatto l’idea di Teresa Noce a Milano, venne immediatamente ripresa a Napoli da Luciana Viviani, Lina Porcaro, Maria Antonietta Macciocchi, che, dal ’45 e fino al ‘49, organizzarono decine di viaggi verso il Centro Nord. Cominciarono a rivolgersi alle famiglie degli iscritti al Pci per spingerli a mandare i figli al Nord, tra paure, vergogna, esitazioni e diffidenze comprensibili. Poi la voce si diffuse e il numero dei bambini dei quartieri popolari che furono “adottati” da famiglie settentrionali crebbe moltissimo, perché si vedevano tornare a casa i ragazzini primi partiti felici, pieni di doni, ingrassati, alfabetizzati.

Anche dal Lazio, da Cassino devastata dalla guerra partirono migliaia di bambini e bambine per le Marche, la Toscana, il Piemonte, la Liguria e soprattutto l’Emilia Romagna. Bambini visitati, rivestiti, censiti, accompagnati da decine di attiviste e qualche compagno comunista in viaggi che, a causa delle linee ferroviarie bombardate, duravano giorni interi. Nelle soste sono altre militanti dell’Udi a salire in carrozza portando latte, pane, biscotti quando è possibile, per rifocillare questi eserciti di minuscoli profughi e profughe, spesso monelli spaventati che fanno scherzi come scambiarsi tra loro i cartellini identificativi preparati con cura per farli riconoscere all’arrivo dalle famiglie ospitanti, creando una confusione tremenda e anche molte angosce negli adulti che si erano presi la responsabilità del loro viaggio.

I monarchici e alcune forze politiche avversarie accusarono i comunisti di speculare sui bambini per vincere le elezioni e guadagnarsi consensi, arrivando a dire che i bambini sarebbero finiti in Russia e non sarebbero mai più rientrati. Alcune parrocchie, qualche vescovo, si mobilitarono contro l’iniziativa spaventando le famiglie a cui riferivano cose tremende sui comunisti. C’è, in un altro testo di Rinaldi di cui parlerò più avanti, la testimonianza dell’uomo ormai adulto che racconta il suo terrore all’arrivo in Emilia Romagna nella famiglia contadina allargata quando vide il grande forno: era convinto di finire lì dentro perché gli avevano detto che “i comunisti mangiano i bambini”.

Molte altre organizzazioni cattoliche cooperarono invece all’impresa con fondi e personale, ci furono parroci alleati, come quello che a Cassino andò alla stazione a benedire i piccoli partenti verso il Nord. Cose che si leggono nei molti documenti interessantissimi che Simona Cappiello ha cercato con pazienza certosina mettendoceli finalmente a disposizione. I verbali delle riunioni operative dell’Udi con notizie curiose, allarmate, commoventi; le liste compilate a mano delle sottoscrizioni o degli abiti necessari per partire; le lettere dei e ai Prefetti, che talvolta ostacolano il lavoro dei Comitati per la salvezza dei bambini, un pezzo di storia italiana del primo dopoguerra. Ci sono poi cronache giornalistiche bellissime di partenze, viaggi e rientri a casa. Come la vicenda dei 300 ragazzini/e riaccompagnati da Modena a Roma, con “tre motociclisti nella divisa della polizia partigiana, otto pullman, un’ambulanza, un carro bagagli”, carro a cui vengono aggiunti viveri e doni a Firenze, a Viterbo, in oggi paese dove la colonna passa e sosta, accolta con festeggiamenti.

Ad accogliere a Genova nel 1947 i piccoli napoletani (le bambine erano sempre in minoranza, ma c’erano) con cappotti, giocattoli e cibo furono l’intera giunta comunale e le donne dell’Udi, ma anche le democristiane del Cif e gli attivisti del Sorriso Francescano. Grazie al lavoro dell’Anpi, del Cln Liguria, di Auxilium, alle collette dei lavoratori portuali, del sindacato ferrovieri, degli operai dell’Ansaldo e della san Giorgio, 120 piccoli andarono nelle famiglie, quasi tutte di lavoratori, gli altri tra la laica Villa Perla e il cattolico Albergo del fanciullo. A Savona, a organizzare l’ospitalità dei bambini, fu Angiola Minella, partigiana, eletta tra le Costituenti per il Pci, dirigente dell’Udi, una delle autrici del libro di cui ho scritto sopra.

Su questa storia c’è un altro testo importantissimo di Giovanni Rinaldi, “C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia”, riedizione oggi aggiornata del suo primo libro del 2008. Rinaldi in realtà è partito dalla sua gente, i braccianti del Tavoliere di Puglia, di cui ha raccolto fin da ragazzo canti di lotta, storie di scioperi, usanze, perché le loro parole non andassero perdute. A un certo punto, indagando sullo sciopero del marzo 1950 a San Severo, scoprì che i figli restavano a casa soli, quando i contadini, madri e padri, venivano arrestati e incarcerati (alcuni per due anni). Ed è allora che scopre la solidarietà scattata immediatamente nelle famiglie di lavoratori di altre regioni che ospitano questi bambini abbandonati a se stessi. Rinaldi ne approfondisce alcune. Ad esempio quella di Americo Marino, ospitato ad Ancona e rimasto in contatto tutta la vita con Derna, che considera una seconda madre. Ad organizzare quel viaggio di 30 bambini e bambine nel 1950 fu infatti allora, insieme alle sue compagne, Derna Scandali, partigiana, dirigente dell’Udi, poi sindacalista. Rinaldi – e siamo a un decennio fa – corre a Ancona per incontrare Derna, anziana ma lucida e combattiva. E poi conosce Erminia, la ragazzina che a San Severo non è mai tornata, scegliendo di restare a vivere nelle Marche.

Un’epopea, appunto. Per anni lo studioso tesse fili, pubblica il primo libro e poi apre un blog. Gli scrivono allora altri uomini e donne che furono piccoli ospiti di famiglie di tante regioni diverse e che vorrebbero ritrovare qualcuno, almeno i figli, di chi li aiutò e amò, persone di cui hanno perduto le tracce: erano troppo piccoli per tenerli a mente, spesso le loro famiglie di origine non sapevano i nomi degli ospitanti e neppure di preciso i luoghi dove li avevano mandati, spesso con angoscia e sensi di colpa.

Accadono episodi commoventi. Quando Rinaldi arriva in una cittadina a presentare il suo primo libro incontra un bibliotecario che lo aiuta, appellandosi ai suoi concittadini perché si facciano vivi se hanno notizie di quei treni arrivati da lontano. E ne trova. Altri ancora gli scrivono dicendo di avere rinvenuto lettere, fotografie, vogliono sapere qualcosa di quelle persone che spesso hanno cambiato loro la vita. Giovanni Rinaldi, a sue spese, porta avanti con passione e precisione l’impresa.

In questa seconda edizione del suo libro, 12 anni dopo la prima, ha potuto aggiungere nuovi tasselli. Nuova è la testimonianza sulle famiglie di Imperia che ospitarono alcuni di quei ragazzini. Nel 2015 al suo blog arriva questo messaggio di Aldo Di Vicino, napoletano: «Eccomi. Un altro di quei bimbi saliti su uno di quei treni nel lontanissimo 1947. Ancora oggi esprimo gratitudine per la famiglia Berio, di Imperia, che mi ospitò». Chiede a Rinaldi come può fare a rintracciarli, lui decide di aiutarlo ma in cambio vorrebbe che Aldo scrivesse tutto quello che ricorda di quel viaggio. Aldo scrive, scava, ricorda e invia le lettere che si scambiarono sua madre e la signora Berio, a cui i nazifascisti avevano da poco ucciso un figlio: per questo, le dice, amerà Aldo ancora di più. La mamma di Aldo la ringrazia commossa promettendole di mettere la foto di quel figlio ucciso tra quelle dei suoi cari.

Rinaldi dopo molte ricerche riesce finalmente a trovare un erede di quella famiglia, Simone Castagno, che non ha mai visto quelle lettere, né sa che sua nonna e sua zia ospitarono Aldo e continuarono per anni aiutare i genitori di Aldo, che purtroppo nel frattempo se n’è andato. Ma suo figlio Gennaro, a questo punto, vuole portare a termine la missione del padre e vuole conoscere Simone: i due uomini si scrivono lettere molto intense che sono riportate nel libro, entrambi imparano cose delle proprie famiglie che non sapevano.

Così la scrittura ha ricomposto mille rivoli della Storia restituendoci un intero mondo di uomini e donne che rischiava di andare perduto. Due libri da leggere, anzi tre se riuscite a trovare quello dell’’80 in qualche biblioteca. Per continuare a pensare che un altro mondo è possibile.

Simona Cappiello, “Gli occhi più azzurri”, Colonnese editore, 2021

Angiola Minnella, Nadia Spano, Ferdinando Terranova, “Cari bambini vi aspettiamo con gioia… Il movimento di solidarietà popolare per la salvezza dell’infanzia negli anni del dopoguerra”, Teti 1980

Giovanni Rinaldi, “C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia”, Solferino 2021

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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