Il medico si fa paziente

Nadia Tarantini, 28 Luglio 2021

L’anestesista in crisi, la cui vita ci viene narrata da Daniela Matrònola nel libro “Il mio amico”, è un curatore che ha bisogno di essere curato. Tra Roma e Parigi, dipanando ricordi e materiale vivente, Mauro riprende i fili di ciò che vorrebbe essere

Di Nadia Tarantini

Il mio amico è un bravissimo medico – un paziente (forse) ipocondriaco e fastidioso. Arriva da Daniela Matrònola e si insedia nei suoi pensieri costringendola a scrivere di lui in quattro racconti strettamente intrecciati, che abitano Roma e l’Isola Tiberina, Parigi e la libreria Shakespeare&Co (oltre a numerosi luoghi dell’immaginario, che sembrano legare autrice e personaggio). Lo incontriamo ammalato (Liquor, il primo racconto), lo seguiamo mentre rintraccia la sua adolescenza perduta (Il mio amico, il secondo), nel dialogo a specchio (duplice) con il suo psichiatra (Il lavoro rende liberi, il terzo), e infine nella fuga a Parigi di Cronaca di una sparizione.

Sapienza narrativa, intreccio di storie personali ed epocali, ironia a fasci, distanza/vicinanza continuamente alternate, in un gioco intellettuale e consapevole. Scrittura sapida, stratificata e debitrice di molte suggestioni, sparse nelle pagine, dove trasudano le sue esperienze di poeta e traduttrice: Michel Butor, Byron (Lord), Deep Purple, Ryszard Kapuściński, Michael Jackson, James Joyce, Jacques Lacan, Jules Maigret, Diana Ross, Gertrude Stein, Jacques Tati, Leonard e Virginia Woolf (catalogo del tutto mio, di cui mi assumo ogni responsabilità, compreso il rigoroso ordine alfabetico della citazione).

Si dev’essere divertita parecchio, Daniela Matrònola, a scrivere de Il mio amico. E la prima curiosità che suscita l’opera è proprio la scelta di un personaggio maschile da parte dell’autrice, voce narrante in prima persona (sia pure, a volte, ai margini della scena). Mauro, l’anestesista che voleva vivere d’arte – e che forse alla fine potrà realizzare i suoi sogni con un colpo di teatro.

Ma lasciamolo spiegare a lei (nelle note finali): «IL MIO AMICO mi è apparso la prima volta il 23 settembre 1991. Non ero a casa mia, non ero nel mio letto: mi svegliai con la chiara sensazione che lui fosse lì. Come un amico di vecchia data. Curioso. Cominciai a sorridergli, cioè a sorridere al vuoto. Quando si sorride al vuoto, è fatta. […] IL MIO AMICO non è me, e io non sono lui. Nemmeno in lui. Siamo due persone distinte. […] Da sponde diverse guardiamo alla materia del vivere e del narrare con qualche significativa condivisione, come prova questa mini intervista in cui sono io a chiedere e lui a rispondere:

“Cos’hanno in comune il medico e lo scrittore?”

“La clinica”

“E il clinico e il linguista?”

“La semeiotica. La tua semiologia.”»

Mauro, l’anestesista in crisi la cui vita Matrònola ci fa vedere in avanti e poi all’indietro – dal momento in cui un malessere indefinito e indefinibile lo sposta dal ruolo di corpo osservatore a quello di corpo osservato – Daniela Matrònola in un rapporto particolarmente forte con Gianni, il padre vivo e poi fantasmatico, la cui impronta pare averlo segnato in modo indelebile.

Il mondo è diventato una trappola per Mauro, e solo districando filo a filo la rete che lo imprigiona potrà recuperare una chiara visione di sé e delle proprie motivazioni, aldilà e oltre gli sguardi che possono ferirlo con il loro implicito ed e imperfetto giudizio. Per dirla con le sue stesse parole: «Io mi considero slegato da tutto, qui, anche se sto cercando di trovare un modo per appartenere se non a qualcuno almeno a un luogo». E il luogo cui appartenere potrebbe essere Parigi/Paris e, prima ancora, il Palatino che ce lo porta, mitico treno che non c’è più, quello che ti addormentavi a Roma e ti risvegliavi alla Gare de Lyon? Un luogo del suo lontano passato, quando il padre gli organizzò il viaggio perché potesse migliorare il suo francese – un luogo il cui ricordo può vivificare un presente arido e infelice.

Come da intento dichiarato nelle note finali, Daniela Matrònola applica la semiologia (e la semeiotica) alla vita di Mauro, indagata per segni, per tracce, per movimenti a volte involontari. Ricordi, pensieri: una chitarra condivisa con un amico a 16 anni, la sigla di due lettere intrecciate sulla prima pagina di un libro, traccia che potrebbe portare ad un segreto, e quindi va ignorata, messa da parte. Le lenzuola di carta di una cuccetta.

Nella vita di Mauro, sin da ragazzo, il buco dell’assenza di un padre fuggitivo, e il tentativo di padroneggiare il dolore diventandone il custode attraverso la sua professione medica. Ma c’è distacco e differenza fra la cura prestata in modo ormai meccanico – e il prendersi cura di cui Mauro avverte la necessità una volta che si sente malato egli stesso. Daniela Matrònola non poteva immaginare, quando lo ha pensato e scritto, l’attualità, dopo un anno di pandemia, della storia di un curatore che scopre quanto abbia bisogno di essere curato.

Daniela Matrònola, Il mio amico, Manni, 2020, 109 pagine, 13 euro

Tempo tecnico, Edizioni RP collana poesia, San Giorgio del Sannio, 2019, 132 pagine, 12 euro

Melamangiai, Edizioni RP collana poesia, San Giorgio del Sannio, 2019, 96 pagine, 12 euro

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Nadia Tarantini

Nadia Tarantini Scrittrice e giornalista. Esploratrice di molti mestieri, sin da giovanissima ha cercato la scrittura in molti luoghi, dalla vendita rateale di libri, al giornalismo e infine all’insegnamento… della scrittura, sia privatamente (“Le vie dei Cinque Sensi”) che nelle università. Solo nel 2017, a 71 anni, dopo una decina di altri libri, ha pubblicato il suo primo romanzo, “Quando nascesti tu, stella lucente” (L’Iguana), storia ambientata nel lontano 2346. Con Iacobelli, nel 2011, ha ripubblicato “Il risveglio del corpo. Dai sintomi alle emozioni l’arte della salute”, romanzo-saggio uscito nel 1996 presso La Tartaruga, che ha avuto quattro edizioni. A fine maggio 2019 il suo secondo romanzo, “Amore Inquieto”, nei Leggendari di Iacobelli. È vissuta fuggendo e cercando le storie dentro di sé e ha combattuto furiosi dubbi sul proprio valore attraverso la relazione con altre donne. La rivista Leggendaria e la Sil sono stati i luoghi privilegiati della sua “autorizzazione alla scrittura”.

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