Scrivere le donne

Daniela Gambaro, 28 gennaio 2021

Perché alcune persone diventano personaggi e altre no? Quale sia il motivo per cui questo succede io non lo so, ma certe persone quando parlano e raccontano qualcosa, in situazioni disparate – al bar, nello spogliatoio di una piscina, per la strada – accendono lampadine. Una frase, un gesto, un episodio e ti inchiodano. Quel piccolo aneddoto o il modo in cui l’hanno raccontato si deposita dentro di te e funge da calamita: ci può mettere anche settimane o mesi ma inesorabilmente attira a sé racconti di altre persone, gesti successivi, voci nuove, che a un certo punto si compongono in un tutt’uno sfaccettato ma armonico, e creano il personaggio.

I personaggi femminili si prestano particolarmente bene a questo processo di accumulazione della realtà per la loro naturale capacità di includere e accogliere, assommare e inglobare. La loro eccezionalità prescinde dalla straordinarietà dell’evento narrato, risiede piuttosto nella natura prismatica del loro essere: il modo in cui anime diverse convivono nella stessa donna diventa oggetto stesso del racconto.

Avendo una formazione cinematografica, l’osservazione della realtà è una fonte preziosa di storie e personaggi. Lo sceneggiatore è un autore che si presta alla costruzione di un mondo che non gli appartiene direttamente: l’universo narrato non è il suo, è quello di un regista che ha la paternità finale dell’opera, ma forse sarebbe meglio dire “maternità”, visto che il lavoro dello sceneggiatore assomiglia un po’ a quello dell’ostetrica: non sei tu la madre del bambino che hai contribuito a far nascere, e anche se gli vuoi bene sai che la sua vita continuerà lontano da te.

L’esercizio del mettersi al servizio del punto di vista altrui è divertente perché ti permette di osservare la realtà attraverso uno sguardo diverso dal tuo, ma è anche utile perché affina, per contrasto, il tuo personale binocolo: se un regista decide di raccontare un determinato lato di quella vicenda, nulla toglie che tu ne esplori, in separata sede, un diverso aspetto. Tra i personaggi esclusi dal suo racconto ce ne potrà essere qualcuno che tu metti al centro del tuo perché ritieni che abbia una sua dignità narrativa e che meriti uno spazio proprio.

A volte sono proprio i personaggi un po’ bistrattati e meno appariscenti che attirano la mia attenzione, come se nella medietà del loro mondo ravvisassi una familiarità, e gli scarti che fanno, anche se minimi, mi incuriosiscono, mi sembrano comunque sorprendenti e degni di nota.

Ad esempio, alcune mamme conosciute al Punto Mamma del consultorio del mio quartiere sono diventate l’oggetto della mia osservazione dopo la nascita della mia seconda figlia. Mi affascinavano le domande che facevano a Shelly, la meravigliosa consulente dai capelli blu, i tanti gesti di un linguaggio privato usato coi figli, gli entusiasmi, le ansie, i diversi gradi di solitudine, il modo di rapportarsi alle altre madri. Anch’io avevo i miei guai ovviamente, e mentre Shelly cercava di risolverli facendomi allattare mia figlia a testa in giù, io mi guardavo intorno, e sentivo che il problema di una era il problema di tutte, e che raccontare il mondo delle altre – un mondo in parte intuito, in parte immaginato – avrebbe significato raccontare anche il mio.  Da queste madri sono nati dei personaggi che mi hanno tenuto compagnia per circa un anno, modificandosi e allontanandosi dalle persone che li avevano ispirati, eppure richiamandone l’essenza.

La piacevolezza della compagnia di un personaggio può essere indice della sua compiutezza ma il grande giudice della sua bontà è tuttavia la prova del tempo: se qualcosa è di troppo nella sua costruzione, lui la sputa fuori; se invece gli manca qualcosa, il personaggio ti manda un S.O.S e ti chiede di calamitare qualche elemento nuovo per completarlo.

Per quanto mi riguarda, solo quando si è ultimato questo processo di calamitazione arriva il momento di scrivere, prima faccio tutto il resto, le altre cose: il lavoro, le lavatrici, le riunioni scolastiche, e metto alla prova il personaggio nella mia testa, facendogli mille domande. La principale è: “Vale davvero la pena scrivere di te invece di fare una passeggiata coi miei figli?”. Se la risposta è sì, mi siedo e la butto giù, sennò esco.

 

 

Daniela Gambaro, “Dieci storie quasi vere”, Nutrimenti 2020

 

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Daniela Gambaro

è nata ad Adria, nel 1976. Si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Padova, ha frequentato il corso di Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e oggi lavora come sceneggiatrice per il cinema e la tv. Vive a Roma con il suo compagno e i suoi due bambini. "Dieci storie quasi vere" (Nutrimenti 2020) è il suo esordio nella narrativa.

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