Non è facile morire

Pina Mandolfo 4 maggio 2020

Edizionidellassenza è una nuova, piccola ma molto raffinata e coraggiosa casa editrice che si propone di raccogliere opere di autori e autrici la cui fama, a volte in declino, va recuperata. Per noi che pratichiamo con i libri, ogni libreria che chiude e ogni editore che non ce la fa è una pena. Quindi lode a Flora Arena e Mimmo Lombardo, coraggiosi editori e all’eccezionalità del loro progetto che ha visto recentemente la pubblicazione, nel febbraio 2020, della poderosa e raffinata produzione letteraria di Luisa Stella, romanzi, racconti, teatro, raccolta in cofanetto.
Se non conoscessimo Luisa Stella, a giudicare dalle tematiche dei suoi libri, immagineremmo una donna dall’aspetto dolente, scontrosa, ripiegata da un peso relazionale incurabile. Non la vediamo così, quanto piuttosto nella sua grazia e nella sua esteriore raffinatezza. Ma tuttavia, come per molti e molte di noi, anche lei non è indenne dal fastidio se non sofferenza per la deriva etica, civile, simbolica e materiale che ci circonda: l’ottundimento di massa, l’omologazione volgare, l’omogenizzazione, per non parlare della ricerca affannosa di un felicità effimera.  Ed è questa sofferenza che lei risolve nella scrittura in modo del tutto originale.
Vi è poi un’altra sofferenza che intravvediamo nei suoi scritti e che ci riguarda anche tutti e tutte. L’opera di Luisa Stella, nella sua grande varietà e attraverso una inventiva prodigiosa e suggestiva di personaggi, metafore, simboliche siano essi un segno, un gesto, un oggetto, un nome o altra entità, tutta si impone a chi legge con un tema principale, un sottotesto, anche se non unico: la paura della morte come esito dell’umano destino. Quella paura che esorcizziamo con strategie varie, induce i personaggi di Stella al torpore dell’animo e del corpo, ad una joyciana paralisi fisica o emotiva, e una solitudine ineluttabile.
Tutti i suoi personaggi sono destinati, o per un fato avverso o per scelta personale, ad uno stato delirante, ad una vita che è una sorta di morte in vita, lucidi premorti ai quali però, Luisa Stella affida un privilegio: la consapevolezza dell’assurdità della vita comune. Loro, tra dolorose patologie, sono, da un lato lo specchio deformante di coloro a cui è concessa la normalità, mentre dall’altro hanno lucida chiarezza delle vane sovrastrutture a cui gli uomini si affidano per vivere: la famiglia, la religione, i riti quotidiani, la presunta sanità mentale e la ricerca di un edonismo insignificante.  Al teatro dell’assurdo a cui l’umanità si affida, la scrittura impietosa di Luisa Stella oppone un contrappasso distopico, un proprio geniale dissacratorio teatro dell’assurdo di intrecci sordidi, nature grottesche.
Nel romanzo “Tre insonni” i protagonisti si trascinano tormentati dall’insonnia. Ad uno è concesso guarire. Ma il sonno ritrovato ha il prezzo della perdita della lucidità: “fu curioso scoprire che, proprio in quelle mie condizioni di favore, la realtà si ritirava o si nascondeva sotto un’opulenza ottusa… chi veglia è su una sponda, chi dorme sta sull’altra: due mondi separati, opposti e inconciliabili”. Forse non a caso, Tea, l’altra dei tre, che pure si era lasciata trascinare per un istante nell’utopia di una guarigione mediante focosi amplessi amorosi, si ritrae e difende con violenza il suo stato di insonne in cui ha edificato regola e ordine di vita.
I personaggi di Stella sono condannati ad una solitudine senza scampo, impossibilitati all’amore, se non vissuto tramite amplessi fortuiti rubati dietro un paravento come nel racconto omonimo.

Oppure condannati a sfuggire alla solitudine solo mediante l’amore di e verso un animale in un processo di progressiva identificazione. Il languore malato della protagonista assomiglia all’indolenza di un gatto che non a caso si chiama Caro, così come titola il racconto.

Esseri umani impossibilitati alla relazione perché avvolti in corpi difficili, come l’obesa Lina, il cui destino è proprio di cercare rifugio nella tana dei maiali assumendo il rimando di chi impietosamente la guarda come un maiale.

E ancora paralisi emotiva e relazionale è quella del dottor Sallù, Il medico delle incurabili, che precipita in un disastro sensoriale in cui odori e sapori gli diventano aciduli e lo conducono ad una totale anaffettività e alla ricerca di pazienti destinati a morire di lì a poco. Perché: “dell’umanità intera era stufo. Di questa mania di cercarsi consolazioni a quattro soldi”.

In questa tassonomia di dolori insanabili, ossessioni, patologie, intrecci sordidi che avvolgono l’umanità, Luisa Stella dissacra più di tutto la favola dell’amore la cui retorica popola scritture, immagini, narrazioni. Nel racconto Gli stupendi amanti il protagonista, meravigliato e un po’ infastidito, da quelli che immagina gorgheggi amorosi di una coppia di vicini, incredulo e deluso, scoprirà trattarsi dei cigolii di alcune macchine di una fabbrica.

Dopo quanto detto gli scritti di Luisa Stella potrebbero dirsi freddi libri pensati a tavolino, dei manifesti che nel corpo a corpo tra la scrittura e i lettori potrebbero risultare respingenti. Ma il suo coraggio narrativo, l’ottima scrittura, la maestria degli intrecci, la capacità, quasi cinematografica di creare l’aspettativa, suscitano una tale curiosità  e un tale piacere che quando si apre un suo scritto non lo si può lasciare più. Non pensiamo di far torto agli uni o all’altra se parlando della scrittura di Luisa Stella scomodiamo l’illustre tradizione letteraria dei Kafka, Pirandello, o l’indagine ossessiva della grande tradizione russa, di cui sicuramente si è nutrita.

I libri di Stella sono una pedagogia coraggiosa. La scrittrice con il suo sguardo ora feroce, ora ironico e beffardo, con le invenzioni suggestive di una schiera di antieroi sofferenti, demolisce il fragile monumento costruito dagli uomini con la corsa al successo, in cui il presunto ordine del vivere, la smania del mostrarsi, la vuota loquacità si fanno nella scrittura di Stella, con geniali invenzioni,  disordine, gelo, privazione, afasia.

 

Luisa Stellavive a Palermo, dove ha esercitato l’attività di medico. Nel 1997 pubblica il suo primo romanzo, Delle Palme (Edizioni dell’Oleandro). Nel 2001 pubblica la raccolta di racconti Le incurabili (Edizioni Cronopio). Il primo racconto della raccolta viene adattato per il teatro e portato in scena, col titolo di Lamìa, da Licia Maglietta (produzione Teatri Uniti di Napoli); lo spettacolo debutta alla XXI edizione delle Orestiadi di Gibellina. Nel 2008 l’opera teatrale Euthalia viene messa in scena, con altro titolo, da Lucia Ragni – con una rielaborazione della stessa; lo spettacolo debutta alla XXVII edizione delle Orestiadi. Nel 2018 traduce alcune opere di Emmanuel Bove inedite in Italia: sei racconti, il romanzo Le beau-fils (in co-traduzione) e l’opera teatrale Diane, inedito assoluto. Nel 2020 l’opera teatrale Euthalia debutta, nella sua più recente versione integrale, a Palermo.

La sua produzione viene pubblicata, nel febbraio 2020, in cofanetto dalla raffinata Edizionidellassenza.

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Pina Mandolfo

Sono attivista nei movimenti delle donne e nella diffusione delle loro pratiche e saperi. Il cinema, la scrittura, la difesa dei diritti e della "bellezza"sono oggetto del mio lavoro e del mio impegno politico e civile. Dal 1978 al 1982 ho organizzato, a Catania, le Rassegne cinematografiche: British film club; Il reale e l’immaginario; L’immagine riflessa; Sesso, genere e travestitismi al cinema; Sally Potter e Virginia Woolf, rappresentazione del femminile; Vuoti di memoria, il ‘900 delle donne (Palermo 2007); Le donne, la vita, il cinema (Palermo 2008). Nel 1996 sono stata socia fondatrice della Società Italiana delle Letterate e ho fatto parte dei primi due Consigli Direttivi. Sono autrice del romanzo: Desiderio (La Tartaruga Milano, 1995), tradotto in Germania e Svizzera. Nel 2000 ho organizzato l'incontro delle Madre di Plaza de Majo con la città di Palermo. Ho scritto i saggi: Il sud delle donne, le donne del sud (in Cartografie dell’Immaginario, Sossella, 2000); La felicità delle narrazioni (in Lingua bene comune, Città aperta, 2006); Tra i mie raccontii: Una necessità chiamata famiglia (Leggendaria, maggio 2001); Racconto di fine anno (in Principesse azzurre, Mondadori, 2004). Sono autrice del cortometraggio: Silenzi e Bugie, vincitore del Sottodiciotto Film Festival di Torino e targa CIAS; della sceneggiatura e regia del film Correva l’anno (2008); del soggetto e della co-sceneggiatura del film: Viola di mare vincitore del Nice Festival New York e Mosca 2009 e premio Capri. Sono autrice dei documentari: L’antigattopardo, Catania racconta Goliarda Sapienza (2012); Donne, sud, mafia (2013); Orizzonti mediterranei: storie di migrazione e di violenze (2014); Gesti di luce: passeggiata letteraria nei luoghi di Maria Messina (2014); Come un incantesimo: passeggiata letteraria nel Golfo dei poeti (2014); Le invisibili: 250mila donne sfilano a Roma (2016); dello spot per la Rete antiviolenza D.i.R.E. Le parole per dirlo (2015).

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