Gregory Bateson per femministe

Elvira Federici 13 gennaio 2020

Gregory Bateson (1904 -1980) biologo, antropologo, psicologo, cibernetico, già allievo e compagno di Margareth Mead, nell’affrontare i fondamenti delle conoscenza e le forme dell’organizzazione del sapere scientifico  (“Verso un’ecologia della mente”, 1972)  mette in crisi l’idea di soggetto come entità separata dal mondo (il cogito, ergo sumcartesiano);  come, attraverso una pratica di pensiero e politica hanno fatto le donne.
Ma cosa c’entra Bateson con il femminismo?  Probabilmente egli stesso sorriderebbe dell’accostamento, eppure la sua idea di conoscenza parte dalla differenza. La differenza rappresentando un’informazione – dice. E che la differenza è corollario della relazione. La relazione precede, dice.
Inoltre, se il femminismo della terza ondata si interroga sui modi con cui il Discorso – il sapere/potere istituito e costituito –  include le donne, la domanda è: come è costituita la mappa (così Bateson chiama le configurazioni di senso con cui interpretiamo il mondo e interagiamo) cioè il sistema linguistico simbolico che non ci prevede, se non come scarto, eccedenza, incongruità?  Cosa, quella mappa patriarcale ci consente di vedere, rilevare, rendere pertinente delle nostre vite, della nostra storia?
E come donne soprattutto facciamo esperienza, esistenziale ed epistemologica, di quello che Bateson definisce doppio vincolo, cioè il paradosso che si verifica nella discrepanza tra contenuto e relazione, tra approvazione e interdetto, tra omologazione e esclusione. Una  posizione paradossale che  permette di mettere al mondo altro, forzando, schivando, decostruendo  il vincolo del  simbolico patriarcale.
Provo qui a mostrare le singolari assonanze con il pensiero delle donne, con due raccomandazioni:
– la prima è che la ripresa delle parole batesoniane che rappresentano anche le parole chiave dei femminismi non va intesa come un calco perfetto di quelle femministe e viceversa: anzi, mi preme ricordare che i significati sono aperti, imprevisti, nati in contesti non confrontabili: si tratta di isomorfismi, risonanze;
– la seconda è che soprattutto  la postura epistemologica di Bateson sembra essere sempre feconda, sempre capace di parlare, perché sempre divergente, sempre dif – ferente; Bateson infatti, nonostante la vastità dei campi di conoscenza attraversati, dalla biologia alla filosofia della conoscenza,  non è mai interessato ad incrementare di nuovi oggetti o di nuove classi di oggetti la conoscenza; anzi, è il più abile “riutilizzatore”  di conoscenze, idee, elaborate nei contesti disciplinari più diversi – e nell’arte, nella poesia – come per mostrare altro, per capovolgere lo sguardo o rimodulare  la punteggiatura di un sapere/potere costituito.
Ribaltare – ma questa parola non mi pare adeguata perché muscolare e definitiva  –  piuttosto: trans-scendere, attraversare da un altro livello logico, l’epistemologia corrente fatta di “oggetti”, dotati di “proprietà”, governati da “leggi”, descrivibili nella loro essenza, mostrando invece l’imprendibile complessità della struttura del vivente – la mente – come “differenza e relazione”.
Nel pensiero di Bateson, come nel  femminismo, attraverso differenza e relazione troviamo  la critica aperta del dualismo, dell’antropocentrismo ma soprattutto, l’interrogazione sul destino del vivente.

In forme diverse ma in analogia con il femminismo,  Bateson legge, interroga l’epistemologia occidentale – astratta, dicotomica, cartesiana – mostra i  limiti di questa epistemologia, un filo rosso che si snoda  intorno all’idea di mente– la struttura che connette – non ontologica ma processuale e non coincidente con il soggetto umano come siamo portati a riconoscerlo. Il femminismo d’altra parte supera l’idea di soggetto con quella di un processo – aperto, imprevedibile – di soggettività all’incrocio di corpo, linguaggio, desiderio:  cioè di contesti di contesti!
Differenza e relazione sono concetti fondamentali per avvicinarsi a Bateson  ma anche le parole chiave del femminismo (dal pensiero della differenza italiano al pensiero queer di Judith Butler):
-la differenza non è un’ontologia, non fa riferimento ad una lista di qualità e caratteristiche del soggetto; è invece il risultato di una relazione (molteplici relazioni) e non è in nessun oggetto se non in quel tra;
-la relazione e l’interdipendenza, fondative delle soggettività, hanno a che fare, tra l’altro con la vulnerabilità della creatura, che ha carattere epistemologico, non ontologico (Cavarero).

Per Gregory Bateson, esattamente come per il femminismo (senza che l’uno abbia contatti con l’altro), “la relazione precede”.
La relazione è ciò che interconnette pluralità e parzialità non componibili, non sovrapponibili e perennemente differibili. Se un’impostazione oggettivista considera l’individuo un’entità fissa, dotata di una mente delimitata, circoscritta, interna a quella identità, per Bateson la mente è la configurazione evolutiva, processuale, delle interazioni interno-esterno. La sua singolarità non è che il risultato delle trame relazionali che includono il corpo, lo spazio, il tempo. Per questo non si può descrivere come un punto ma attraverso una storia (Arendt).  Siamo storie, non punti, la stessa identità non è che un processo co-evolutivo, che possiamo afferrare mediante metafore – la metafora che noi siamo!
La relazione implica il reciproco dipendersi. (Cosa dire poi di un corpo intrinsecamente dotato della potenzialità di diventare due come il corpo femminile?) Il riconoscimento della dipendenza (così lontano dall’autarchia del paradigma patriarcale, antropocentrico), fondamento del pensiero delle donne – pensiero dell’esperienza e pensiero relazionale – è un altro elemento che attraversa la ricerca  di Bateson, aprendo inedite rappresentazioni del mondo. Il legame, la struttura che connette, il tra della danza di  parti interagenti tra loro anche su livelli diversi – non dipende da noi, per quanto sono le nostre soggettività interrelate  a renderlo possibile.
E’ perciò necessario prestare attenzione al sistema omeostatico, fatto di contesti di contesti, che contribuiamo a creare con le nostre scelte (come accade per  la lingua)  ma su cui non esercitiamo il controllo.  Sapendo di non poter  conoscere il complesso dei contesti  è necessario prestare cura alla relazione come ciò che dà vita alla complessità. Non risuona, questa affermazione con quella di Arendt, ripresa dal femminismo: “per amore del mondo”  o con: “mettere al mondo il mondo”, titolo di un bellissimo numero di Diotima? Metafore di una sensibilità estetica, sensibilità alle relazioni,  che permette di cogliere intuitivamente la complessità dei rapporti in cui si è inclusi mentre se ne producono.
Gesti politici del femminismo sono nati  lasciando spazio all’estetica che “sembra avere un legame intimo con le relazioni che vigono all’ interno di ciascun caso particolare” (1997), lasciando accadere ciò che parte da un’azione simbolica e non dalla pretesa di controllo della realtà (ricordiamo quale forza dirompente hanno avuto le Madres de plaza de Mayo, a Buenos Aires, scegliendo di marciare pacificamente e in silenzio, ogni giovedì, indossando sul capo il pannolino dei loro figli neonati, desaparecidos per mano della giunta militare?)
Né pretesa di controllo, né fini che giustifichino i mezzi: si tratta di agire nella relazione, tenendo conto del legame intimo tra le cose  e i contesti e lasciare accadere, nel senso di fare spazio all’imprevisto, al non calcolato, la donna rappresentando, nell’ordine discorsivo patriarcale: “il soggetto imprevisto”, come ci ricorda Carla Lonzi.
Il gioco della relazione è possibile nella molteplicità, nella differenza, nella parzialità; alla parzialità– essere mondo in quanto relazione non in quanto Uno o Tutto o Logos – fa riferimento il pensiero delle donne quando propone un duplicarsi dello sguardo; si tratta di non pretendere di assumere un punto di vista per tutte, per tutti; si tratta dell’autorità del parlare da un contesto situato, non occultato nell’astratto universale;  significa – formula straordinaria – partire da sé:  autorizzarsi alla presa di parola che ha fondamento nell’esperienza e insieme non colonizza il mondo con la propria verità. Ciò che invece fa il potere, che  ha nella forza il braccio armato ma consiste principalmente nell’assolutizzarsi di una visione del mondo sganciata da corpi, relazioni, interdipendenza. Il potere è infatti un’epistemologia che non prevede la relazione se non nella forma unidirezionale della gerarchia o della forza.
La politica, che tanto sta a cuore al femminismo, nasce invece  dalla pratica della relazione.

E last but not least, vorrei riprendere il concetto batesoniano di ecologia-della-mente e confrontarlo con l’ecofemminismo, che, lontano dalle tendenze anni ’70, forse essenzialiste (le donne sarebbero più vicine alla natura!), legge invece in chiave di complessità intersezionale l’intrecciarsi di sessimo, razzismo, specismo.
L’ecofemminismo  dedica un’attenzione critica  al costrutto per dicotomie della realtà.

Ecco dalle pagine di Iaph- Italia di cosa si tratta:

“Il sistema capitalista, attraverso processi di egemonizzazione culturale fondati su dualismi (cultura/natura – umano/non umano – uomo/donna – eterosessuale/queer – ragione/emozione – mente/corpo – civilizzato/primitivo –– universale/particolare – sé stesso/l’altro) e gerarchie, ha relegato nel mondo del non valore tutto ciò che apparentemente non risultava funzionale al suo auto-sostentamento.
A partire dalla dicotomia natura/cultura; invisibilità, sfruttamento e sottomissione sono state vissute tanto dalla natura, quanto dalle donne, oltre che da tanti soggetti “altri”, umani e non.
Costruire una società economicamente sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, vorrà dire superare questi dualismi e decostruire i valori che gli stessi portano con sé.
(…) Non si tratta  di de-naturalizzare la donna ma re-naturalizzare l’umanità, attraverso la creazione di un sistema di valori basati sulla consapevolezza della nostra eco-dipendenza e inter-dipendenza. Ciò non potrà che avvenire a partire dalla valorizzazione di modelli economici e sociali che pongano al centro la preservazione della vita, il lavoro riproduttivo, i saperi accumulati da secoli da donne e popoli originari, da sistemi che tutelano i beni comuni, promuovono la solidarietà inter e intra-specie e la presa di decisione collettiva”.

E Rosi Braidotti, in “Postumano”, scrive con parole Bateson potrebbe sottoscrivere: “…la materia, compresa quella parte determinata che è l’incarnazione umana, è intelligente e capace di autorganizzazione. (…) La soggettività è piuttosto un processo di autopoiesi e autocreazione del sé che include complesse e continue negoziazioni con la norma e i valori dominanti e dunque molteplici forme di responsabilità. (…) Ecologia e ambientalismo rappresentano potenti e al contempo differenti risorse di ispirazione per le attuali riconfigurazioni del postumanesimo critico. Essi si basano su un profondo sentimento di interconnessione tra sé e gli altri, inclusi gli altri non umani…”.
L’interrogativo ambientalista sull’estinzione delle specie “è un problema bio-politico: a quali specie è concesso di sopravvivere e quali sono destinate a morire? (…) Per elaborare dei criteri adeguati ci occorre una  visione alternativa della soggettività”.
Come il femminismo, nella sua molteplicità, continua a suggerire.

*Questo articolo rappresenta la traccia per una riflessione sul pensiero femminista come pensiero sistemico della complessità e critica del paradigma antropocentrico–logocentrico patriarcale. Critica che, per tutt’altri percorsi, anche Bateson fa propria a partire dalla decostruzione dell’epistemologia occidentale.

 

G. Bateson, Verso un’ecologia della mente Adelphi, Milano 1974
G. Bateson Una sacra unità , Adelphi, Milano 1997
R. Braidotti, Il postumano, DeriveApprodi, 2014
R. Braidotti, Trasposizioni, Luca Sossella, 2008
Iaph rivista online, consultata il 26.08.2019
Diotima- Mettere al mondo il mondo, La Tartaruga, 1990
H. Arendt, Vita Activa. La condizione umana, 2009, Bompiani

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Elvira Federici

Elvira Federici è nata e vive a Viterbo. Laureata in filosofia alla Sapienza, ha insegnato nelle medie e nei licei, ha fatto la preside ( poi dirigente scolastica) in istituti medi e superiori impegnandosi sui temi del genere e della differenza; dal 2007 al 2011, ha lavorato in Brasile per conto del M.A.E.,. È cultore della materia per Linguistica Italiana –Università della Tuscia. ed è stata contrattista per Didattica delle lingue moderne. Ha pubblicato due manuali scolastici per Mondadori e Mursia. Ha scritto per Riforma della Scuola, Insegnare, Il Filo, Mosaico ( Comunità Italiana in Brasile). Nel 2005 ha pubblicato per la IDC PRESS di Cluj Napoca (RM), la raccolta di versi "Oriente Domestico". Collabora con la rivista Leggendaria. Di recente, oltre alla organizzazione del ciclo di filosofia Lineamenti di femminismi, genere, differenza, con Federica Giardini e le docenti del Master pari titolo di Roma3, ha progettato e curato per la Biblioteca Consorziale di Viterbo il ciclo "Elogio della Poesia", incontri con undici grandi poeti e poete della contemporaneità. È femminista ed ha attraversato il movimento a partire dalla differenza sessuale. Trova stimoli di fronte alla complessità emozionante del mondo, anche nel pensiero di Gregory Bateson, che frequenta da anni con il Circolo omonimo.

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