Le donne di Zalone

Francesca Caminoli, 13 gennaio 2020

Una giornalista e scrittrice è andata a vedere Tolo tolo per LM. Non è un film razzista, non finge buoni sentimenti che molti italiani non hanno, proprio come Checco Zalone, scrive. E non è neppure sessista perché la protagonista nera è una donna forte, combattiva e dignitosa. Discutiamone.

di Francesca Caminoli

Avrei voluto andare a vedere Tolo Tolo di Checco Zalone con Mohammed, ragazzo di vent’anni della Costa d’Avorio che vive con me da un anno e mezzo, ma sapevo che non sarebbe venuto. Chi ha fatto il grande viaggio, deserto-Libia-barcone, come Mohammed, in più da solo, a quindici anni, quasi non ne parla e non vuole rivedere il proprio dramma, seppure in una versione “leggera” che gli sarebbe stato difficile comprendere, anche da un punto di vista puramente linguistico. E poi c’erano le partite in televisione e Mohammed, oltre che studente, è calciatore, e davanti a una partita tutto il resto scompare: anche, e per fortuna, la propria drammatica vita.

Forse è stato un bene che sia andata senza di lui. A posteriori credo che avrei passato il tempo cercando di vedere le sue reazioni e non il film. Che è un bel film, un film necessario. Lo si capiva già dal trailer “Immigrato”, che tante polemiche ha suscitato. Nei pochi minuti della canzoncina del trailer in stile celentanesco Zalone è riuscito a mettere insieme tutti i luoghi più comuni amati da una certa parte del paese (l’uomo nero che ti chiede continuamente soldi, che ti porta via la donna perché più dotato etc etc) non per strizzare l’occhio alla destra ma per prenderla in giro, in puro ambiguo stile zalonesco.

Ovviamente non l’hanno capito. Ma l’hanno poi capito visto il film. Dove Checco è un piccolo italiano tutto abiti firmati, costosissime creme antirughe, che apre nelle Murge un sushi restaurant, un omuncolo, così simile a tanti, il cui interesse principale è come evadere le tasse. La sua impresa fallisce e, per evitare i numerosi creditori, scappa in Africa e fa il cameriere in un lussuoso resort, dove diventa amico di Oumar, amante e conoscitore del cinema italiano. Arriva una banda di terroristi e devono scappare, prima dal villaggio di Oumar dove si sono rifugiati e poi, visto che la guerra continua, attraverso il deserto, la Libia e infine con un barcone verso l’Europa. A loro si uniscono la bella Idjaba e il bambino Doudou. Questa, in breve, la storia.

Zalone è Zalone in Italia e lo rimane in Africa. E’ questo il punto di forza del suo film: non diventa un’anima bella. Le anime belle fanno danni in Africa.

Il film fa un po’ fatica a partire, nella parte italiana, ma decolla quando arriva in Africa e decolla pieno di quella scorrettezza politica che diventa corretta se la si porta fino in fondo. E Zalone lo fa, promettendo ai bambini africani “cento chili di permessi di soggiorno”. Lo fa anche con la demenziale canzoncina “la gnocca salva l’Africa”, che potrebbe essere tacciata di becero maschilismo. Allora, Zalone un po’ becero lo è, ma maschilista direi proprio di no. Idjaba, la protagonista, è una donna forte, una guerrigliera, sarà lei a salvarli dalla prigione libica. Saranno le donne africane a salvare l’Africa.

Non so se Zalone abbia letto Chimamanda Ngozi Adichie o Ken Bugul, Marie Ndyaie o Fatou Diome, le autrici africane, non so se abbia camminato per i villaggi con le donne che fanno chilometri per andare a prendere l’acqua, non so se si sia intrattenuto con le giovani artiste nigeriane piuttosto che con le rapper di Dakar, non so se abbia parlato con le donne che si battono contro l’infibulazione. Ma so, perché lo si capisce dal suo film, che l’Africa (che poi non ha senso dire Africa, ma il suo film non rappresenta un paese preciso) l’ha conosciuta, vorrei quasi dire l’ha capita e l’ha rispettata: lo si vede dai villaggi, dai colori, da come fa muovere attori e comparse.

E la gnocca? Non riesco ad essere troppo severa. Non ci riesco perché finalmente un attore, un comico, è riuscito a metterci davanti a una realtà da cui sfuggiamo e che non è solo quella dei migranti, è anche quella della nostra grettezza. E non ci riesco anche perché un mio giovane cugino, ogni volta che mi incontra, mi saluta con un “ciao mia bella gnoccolona”. Nonostante gli anni, i miei, siano ormai tanti. Ecco, penso che nella gnocca di Zalone non ci sia maschilismo, ci sia affetto.

 

Tolo Tolo, 2020, film di e con “Checco” Francesco Zalone, Sceneggiatura si Francesco Zalone e Paolo Virzì, con Souleymane Sylla (Oumar), Manda Touré (Idjaba), Nassor Said Birya (Doudou)

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Francesca Caminoli

Francesca Caminoli, giornalista, ha lavorato a Milano in quotidiani e periodici fino al 1982, anno in cui si è trasferita a vivere nella campagna lucchese. Da vent’anni lavora con l’associazione los Quinchos, in Nicaragua, che si occupa di ragazzi e ragazze di strada. Ha pubblicato con Jaca Book: Il giorno di Bajram (1999), La neve di Ahmed (2003), Viaggio in requiem (2010), La guerra di Boubacar (2011), C’erano anche i cani (2013), Perché non mi dai un bacio? Una donna accanto ai bambini di strada (2016), Dialogo dei ragazzi morti (2018).

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2 Comments
  1. Articolo interessante, originale. Io sono andata a vedere il film con il sopracciglio alzato e la fronte pronta a corrugarsi, ma alla fine l’ho goduto per quel che è, una commedia all’italiana che rivisita tutti i luoghi comuni dell’Italo Medio – come un amico scrittore ha battezzato un suo personaggio. La parte più originale è quella finale, col cartoon surrealista della cicogna strabica che per sbaglio porta i pargoli in Africa, invece di farli nascere in luoghi più fortunati. E devo dire che ho apprezzato la totale discrepanza tra trailer e storia del film.

  2. Giovanna Olivari

    Sono sostanzialmente d’accordo con Francesca Caminoli. Sono andata a vedere il film, che non è proprio il mio genere, per curiosità e per affetto, memore dell’esperienza di comparsa fatta durante le riprese del film “Sole a catinelle”. E ci sono andata con due mie amiche che avevano condiviso con me quell’esperienza notturna nella piazzetta di Portofino. Le battute del personaggio Checco Zalone non sono razziste nè maschiliste, perché dette con una ingenuità e una leggerezza davvero disarmanti. Gli si perdona il suo “politicamente scorretto”, come lo si perdonerebbe ad un bambino, ad un ingenuo. Ed è proprio su questo gap tra politicamente scorretto e ingenuità che Checco Zalone costruisce l’ironia e provoca il sorriso.

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