Isolina docente magica

Saveria Chemotti, 12 gennaio 2020

«Ho sognato quello che ho fatto? O ho fatto quello che sognavo da tanto tempo?». Un martedì che riassume tutti gli altri giorni che la Isolina di Elianda Cazzorla trascorre a scuola tra studenti e colleghi, lezioni e sogni, in una fantastica narrazione ironica e colta. Perché lei è figlia di Marcovaldo, vive immersa nel poema di Ariosto e poi di notte ridisegna cartelli stradali…

di Saveria Chemotti

Primo romanzo, ma non opera prima di Elianda Cazzorla insegnante, critica letteraria, narratrice con una particolare propensione alla sperimentazione linguistica, Isolina, un martedì ci racconta la storia di una giornata di scuola in un Liceo artistico dove insegnante e studenti sono comprimari, protagonisti di un percorso che non ha una destinazione immediatamente fruibile come dovrebbe essere a livello istituzionale e burocratico. In un martedì non qualunque, ma un martedì di tanti altri sovrapposti in cui bisogna vagare prima di capire dove sia situato l’approdo del giorno, Isolina, io narrante, ma soggetto femminile composito, racconta come la scuola sia una delle dimensioni della sua vita, metafora di una consapevolezza identitaria che travalica lo stesso ruolo interpretato attraversando il corridoio che conduce all’aula dove svolge le sue lezioni.

Isolina è vivace, ironica, colta, bizzarra, irriverente, ma non è né ingenua, né sprovveduta come potrebbe apparire fin dall’esordio. Seduce, incanta subito i lettori che si lasciano prendere volentieri per mano per entrare in una dimensione a tratti lieve, divertente, sorniona, altre volte severa e meditativa perché la grana della scrittura è poliedrica, magnetica e imprevedibile.

All’inizio del romanzo Isolina si desta dentro un sogno in cui il Giorno di maggio (maiuscolo) è un lanciere alla guida di un bianco destriero che attende il suo Signore (maiuscolo), sconsolato e afflitto, in attesa che il Sole (maiuscolo) si degni di disperdere la coltre di nubi e attraversi le tapparelle della stanza. Interessante notare subito la preminenza, qui e in altri luoghi del romanzo, delle maiuscole attribuite ai nomi cosiddetti comuni, minuscoli, ma che qui diventano maiuscoli, graficamente e non solo, per sottolineare la loro unicità e la loro preminenza nel contesto dello sguardo della protagonista.

La domanda che si pone aprendo gli occhi è, per me, il mood di tutto il romanzo: «Che giorno è oggi? Ho sognato quello che ho fatto? O ho fatto quello che sognavo da tanto tempo?». Eccola questa sorella maggiore di Alice, che si sveglia in un mondo dove fate e folletti (come la fata Tam e la sorella Mab) potrebbero sbucare dalla striscia di un cartoon, mentre dialoga con una gatta che si chiama Mia, tra paradossi, assurdità e nonsense.

Suo padre è Marcovaldo, proprio il manovale ingenuo, sensibile, buffo e malinconico di Calvino, che non ama la città con i suoi segni frigidi, ma dedica la sua attenzione a difendere gli elementi della natura per salvaguardare i rapporti umani nel succedersi delle stagioni. Isolina, è proprio una delle figlie di Marcovaldo, che nel romanzo di Calvino ha sulla pelle i suoi diciotto anni frastagliati, mentre qui ha «l’occhio adatto alla vita di città», la accoglie nella sua dimensione multipla con «pagliuzze d’ironia», ridisegnando e colorando le insegne stradali per indicare percorsi alternativi, rinnegando e smascherando le indicazioni obbligate, con l’aiuto della squadra e del compasso. «Basta poco per trasformare la realtà, a volte solo con qualche aggiunta geometrica», sostiene dopo una performance notturna che l’ha sfiancata.

Sua madre, Domitilla, la ossessiona fin dalla prima infanzia con filastrocche dedicate al suo Ritardo congenito. Irrimediabile. E così lei corre, truccandosi alla meglio, per raggiungere quella agognata Aula docenti dove può incontrare Orlando. Il suo Orlando, rubato e rivisitato dal poema ariostesco. Sappiamo che l’Orlando Furioso ha un alto valore letterario e un altrettanto alto significato ideologico nella storia della letteratura italiana e ritrovarlo qui dentro una simbologia “ridotta”, ma altrettanto originale, ci consente di mettere a fuoco l’intero progetto narrativo di Elianda.

Interprete del pensiero rinascimentale tramite lo sfondo che la tradizione epico-cavalleresca gli offriva, Ariosto rappresenta infatti in chiave fantastica tutti gli intrecci che si possono innescare quando l’amore da passione sensuale e sentimentale può diventare follia. Ecco perché le donne nel poema sono numerose e rappresentano tutti gli aspetti della natura umana componendo un inedito ritratto di genere. Angelica è la bellezza, Bradamante la fedeltà, Alcina la lussuria, Doralice l’amore incostante, Olimpia l’amore tradito e così via.

Ma qui si assiste a un rovesciamento curioso e sapiente della prospettiva e dei caratteri: il poema è sottosopra. Orlando è un principe blu stinto, un collega che si rivelerà un meschino cavaliere che gioca con i sentimenti cesellandoli dentro plausibili nickname, mentre Alcina, Morgana, Angelica, sono colleghe complicate e, a volte, finte amiche, convinte che Isolina abbia le visioni (verrebbe da dire non abbia tutti i martedì a posto). Bradamante diventa l’io nascosto, la voce interiore dell’anima a cui la protagonista affida le sue riflessioni in un colloquio intimo e intenso.

Allo stesso modo, un altro simbolo dei poemi cavallereschi, il Sacro Graal, diventa lo spazio della ricreazione, i minuti scanditi del tempo libero in cui la frenesia e l’arguzia dei ragazzi si spande tra i muri severi dei corridoi, tra bibite e brioche, scherzi e blandizie.

Non manca neppure Astolfo, un bidello arguto ed enigmatico che è costretto a reggere le fila di un’organizzazione scolastica deficitaria con la sua brillante fantasia. Più saggio forse della congerie di figure bizzarre che popolano il mondo di Isolina dentro e fuori della scuola, in particolare all’interno della fatidica aula 8 bis dove incontriamo con lei il mondo degli studenti.

Il romanzo è dedicato a una collana di nomi propri di ragazzi e ragazze (non in ordine alfabetico e quindi alla rinfusa, come è nell’esperienza) e questo ci induce subito a focalizzare l’attenzione dell’insegnante proprio sulle esistenze problematiche che si trova di fronte. Vite fragili, ragazzi adolescenti solidali tra loro, pronti a ricorrere a tutti gli escamotage consentiti per evitare un’interrogazione di «quella stronza», ma che interpretano il mondo selvaggio dell’oggi, tra indifferenza, tragedia e violenza, che Isolina deve decrittare per prendersi cura, con dedizione, affetto, sensibilità, ma anche con spavalda leggerezza di tutti loro.

La grammatica, la storia, il senso delle battaglie in atto; splendido il capitolo dedicato alla simbologia della battaglia di Qadeš tra egiziani e ittiti, il primo grande e documentato conflitto della storia antica in cui i due popoli dopo essersi arrogati la vittoria reciprocamente, la celebravano firmando un trattato di pace di memorabile memoria. Qui metafora e simbolo sorprendente, ancora una volta.

Gli studenti sono figure reali, Daniela, Marco, Marc, Giulio, Marta, Raja che noi conosciamo meglio attraverso la lettura dei temi, assegnati dall’insegnante e trascritti nel testo, che ci offrono l’opportunità di scandagliare i loro veri sentimenti, le loro ansie e le loro bizzarre convinzioni sul senso della vita, sul loro futuro precario, ma affascinante.

Allo stesso modo conosciamo i genitori che Isolina incontra nelle fatidiche ore di udienza, gravati di responsabilità, severi, accomodanti o distratti. Lei deve farsi forza, ammiccare o irrigidirsi, alternando consapevolezza e comprensione, combattendo con l’apprensione di non trovare tempo e spazio da dedicare al suo mitico cavaliere. Orlando, appunto.

In queste pagine Isolina sembra librarsi a intermittenza tra fate e folletti, rondini al guinzaglio e pesciolini d’argento, ciliegie e spritz, statue di un Prato della Valle, la piazza di Padova dall’erba soffice e dalle statue ammiccanti, Veronica Franco ridestata e Ariosto rabbuiato, giocando con Messer finzione e Madama narrazione, entrambi presenti con le loro esigenze in ogni spazio del testo. Come Alice davanti allo specchio Isolina si guarda per riconoscersi e conoscere il mondo in cui agisce, vive e non solo lavora. Per questo mi piace immaginarla oltrepassare una lavagna trasparente per scoprire di avere un contorno di personaggi apparentati con un mondo fantastico di derivazione letteraria, sapientemente letteraria, appoggiato a una scrittura traboccante di giochi di parole, di dialoghi surreali, di invenzioni, di segnali stradali rielaborati e di riferimenti multipli al senso variegato dei suoi giorni.

Non solo Calvino e Ariosto, quindi, ma anche Gianni Rodari che ci ribadisce che «quello che non si sa è sempre più importante di quello che si sa già», ma anche Byatt, Wallace, Roth, Pessoa. La sintassi, la paratassi, la punteggiatura scandiscono il racconto farcito di voci, voci autentiche, visibili, in presentia e non in absentia, perché i protagonisti spiccano in un substrato culturale rivisitato e ridisegnato nei 23 capitoli che si intersecano e ingannano la brevitas apparente delle situazioni descritte.

Solo così Isolina domina la sua smania incontrollabile, la frizzante pazzia che non ha bisogno dell’Ippogrifo, e che le permette di correre a casa, di tornare bambina con i grappoli di ciliegie alle orecchie, sotto una pioggia di gocce arancione che scioglie i chiodi della sofferenza per disegnare una nuova metamorfosi del cartello a unica direzione. Perché lei lo sa: basta tagliare, cucire, colorare e smascherare con sagacia la difficoltà di un percorso in cui potrebbe prevalere l’amarezza e la delusione.

Lei lo sa. La sua migliore amica è Mia, la gatta che approva in silenzio la sua sorprendente effervescenza, la forza, appunto, di mettere il mondo sottosopra. Utilizzando magari, come suggerisce Giulia, acqua e farina per «cercare una pasta simile alla tua»; perché se la gomma pane ammorbidita può trasformare una biglia in una palla magica, un desiderio può diventare amore.

Si può fare. A partire da un martedì. Ma non da uno qualunque.

 

Elianda Cazzorla, Isolina, un martedì, Iacobelli editore, Guidonia-Roma 2019

 

 

 

 

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Saveria Chemotti

Saveria Chemotti è nata in provincia di Trento, ma vive e lavora a Padova, dove insegna Letteratura italiana di genere e delle donne. Dirige la collana di studi Soggetti rivelati. Ritratti, storie, scritture di donne per la casa editrice Il Poligrafo e la collana di narrativa Vicoli, per la casa editrice Cleup. Ha scritto numerosi saggi sulla narrativa e la poesia del Novecento italiano e dedicato molte ricerche alla storia e alla scrittura delle donne. Ha pubblicato tre romanzi, La passione di una figlia ingrata, 2014 (finalista alla XXXIV edizione del Premio Comisso); Ti ho cercata in ogni stanza, 2016; Siamo tutte ragazze madri, 2018, con l’editrice L’Iguana di Verona e A che punto è il giorno. Racconti, con la casa editrice Apogeo di Paolo Spinello, 2019.

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