La stabilizzatrice termica
«Ci sono persone fatte per comparire e persone fatte per garantire che tutto funzioni. Io appartengo, direi per indole e per assegnazione comunale, al secondo gruppo. So quando il calore si assesta e quando invece fa finta. So distinguere un rumore normale da uno che chiede attenzione. So guardare il pannello, sparecchiare e pensare contemporaneamente che dovrei scrivere una frase prima che il giorno mi entri addosso»
Di Margarita Castro
Bracciano, 2089
Il fuoco si controlla alle 5:50. Non alle 5:49 e non alle 5:51. Alle 5:50. Questa è la prima cosa che faccio ogni mattina da quando il Comune ha redistribuito il calore dopo il Blackout. La parola ufficiale è stabilizzazione termica di settore. Nessuno dice più che certe case sono diventate piccole stazioni, e che certe donne, restando dentro, tengono in piedi il paese.
Sono una delle statali assegnate al Calore Civico del quadrante est. Ho una dotazione tecnica minima, un pannello che gracchia quando vuole farsi ascoltare, un quaderno per le registrazioni di servizio, una penna che scompare sempre quando serve e una divisa ignifuga. È un grembiule con le cuciture rinforzate e le maniche che non prendono fuoco se ti avvicini troppo.
Scrivo in cucina. Quando scrivo.
Ho il tavolo, il vapore del caffè, il pannello del calore a sinistra, il lavello dietro, la finestra sul cortile, il rumore degli altri che ancora non si vedono ma già esistono. C’è una casa intera che prende forma intorno a me per suoni: un cassetto, acqua nei tubi, passi, una porta. Io intanto controllo la fiamma. La mia giornata ha questo vantaggio: non devo uscire. Ha anche questo difetto.
Ci sono persone fatte per comparire e persone fatte per garantire che tutto funzioni mentre gli altri compaiono. Io appartengo, direi per indole e per assegnazione comunale, al secondo gruppo. Lo so fare bene. So quando il calore si assesta e quando invece fa finta. So distinguere un rumore normale da uno che chiede attenzione. So guardare il pannello, sparecchiare due cose e pensare contemporaneamente che dovrei scrivere una frase prima che il giorno mi entri addosso.
Dovrei. Potrei. Fra poco. Scrivo sempre fra poco.
Non è che non mi piaccia. Mi piace moltissimo, e forse è proprio questo il problema. Ho un altro quaderno nell’angolo del tavolo. Ho certe frasi che arrivano da sole mentre pulisco il piano cottura o aspetto che il latte salga. Le scrivo quando posso, che è quasi sempre troppo poco, e quel poco lo scrivo male, in piedi, di sbieco, con una mano ancora bagnata e l’orecchio teso al pannello
Forse le donne che scrivono davvero non scrivono così. Questo penso. Non sempre, ma abbastanza spesso. Le donne che scrivono davvero, nella mia mente, firmano. Escono. Parlano in pubblico. Dicono il titolo del proprio libro senza abbassare la voce. Non si presentano in una divisa ignifuga con un alone di vapore addosso e una lista della spesa piegata in tasca.
Io registro. Questo sì. Registro la temperatura di tenuta, i piccoli sbalzi, i minuti di ritardo dell’accensione, le anomalie minori. Registro perché serve. Scrivere, invece, è una cosa che richieda un altro titolo. E siccome non mi sento una di quelle che lo meritano, rimando. Poi, siccome rimando, mi sento ancora meno una di quelle. È una macchina semplice, efficiente, quasi elegante. Potrei raccomandarla al Comune.
Quella mattina era l’equinozio di primavera e fuori pioveva una pioggia fina, insistente, che non fa paura ma rovina tutto con metodo. Alle 6:02 ho visto che il quaderno aveva uno strato di polvere. Alle 6:03 ho sentito la prima goccia. Non fuori. Dentro. Una infiltrazione dal soffitto, piccola e precisa, proprio sopra il tavolo della cucina. Ha colpito il legno, poi la copertina del quaderno. Ho detto mannaggia, e mi è venuto da ridere. In italiano perfino le parolacce mi vengono in prestito. Ho spostato il quaderno, messo una tazza sotto la perdita, controllato la fiamma, preso uno straccio, asciugato il tavolo, ricontrollato la fiamma. Tutto normale. Tutto perfettamente nella mia competenza. Primavera contro sistema, ho pensato, e per la prima volta la frase mi è sembrata degna di essere scritta.
Così ho aperto il quaderno. Non quello delle registrazioni di servizio. L’altro. Ho scritto: Primavera contro sistema. Solo questo. Tre parole. Mie. E subito dopo: Io sto sempre qui. Appena l’ho scritto, la fiamma ha cambiato colore. Non si è spenta di colpo, ha esitato. Ha perso sicurezza. Un filo nero, una punta di fumo. Io
l’ho guardata e ho sentito arrivare, in un solo secondo, tutto quello che credevo. Ecco, ho pensato. Adesso si vede. Adesso si capisce perché non bisogna distrarsi, perché non bisogna scrivere al momento sbagliato, perché non bisogna prendere sul serio le proprie frasi quando c’è da tenere acceso il resto.
Sono rimasta immobile. Aspettavo il seguito. Un allarme. Un guasto a catena. Una conseguenza. Non è successo niente. La cosa più strana è stata il sollievo. Sono rimasta ferma, con lo straccio in mano, la tazza sotto la perdita, il quaderno aperto. Ho preso il cappotto.
Sono uscita in ciabatte, con la divisa sotto, come una che non ha ancora deciso se sta andando a buttare la spazzatura o a cambiare vita. Ho chiuso la porta. Le chiavi sono rimaste dentro. Fuori c’era Bracciano, bagnata, indifferente. Le ragnatele avevano preso le gocce e se le tenevano addosso come una cosa seria. Una serranda si alzava. Un motorino passava. La primavera faceva il suo lavoro senza di me. Ho pensato che forse scrivo esattamente così: quando posso, poco, male, tra una cosa e l’altra, con addosso il lavoro che faccio e la faccia che ho. Ho pensato che forse non c’è un altro momento. Né un’altra me da aspettare. Ho pensato che se aspetto di somigliare a quelle che firmano, parlano, escono e si fanno ascoltare, resterò a registrare per sempre.
Allora sono rimasta lì, sotto la pioggia fine, senza chiavi, e mi è venuta voglia di tornare al quaderno, stavolta prima.
Bio. Vivo a Bracciano e scrivo tra lingue, case e paesi. La mia è una scrittura nata da spostamenti e domesticità, che entra nella casa quando la vita privata incontra registri, regole, orari e piccole forme di potere. È lì, in una normalità appena spostata, che il reale smette di tornare del tutto.
Redazione LM
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