Sara Durantini in “Questo mio corpo” racconta gli anni in cui, arrivando all’università diventa adulta e scopre, tra le altre cose, che il corpo femminile è territorio di abuso. Ma, nel partire da sé, narra di una generazione di donne che si è nutrita di Duras e Ernaux, di amiche e di femministe, per scoprire la libertà e la forza. L’abbiamo intervistata
Di Chiara Palumbo
Il personale è politico. La lezione del femminismo, oggi ha trovato nuovi campi e forme di applicazione, ma ha mantenuto ferma la consapevolezza che il partire da sé sia uno strumento essenziale su cui cementare la riflessione politica, da riportare poi nel vissuto per poterlo rileggere attraverso gli strumenti che la nuova consapevolezza fornisce. Questo è il movimento lungo il quale si muove Questo mio corpo, il secondo romanzo di Sara Durantini, che fa seguito a Pampaluna, dove con questo stesso percorso rileggeva una infanzia collocata a un tempo dentro il mondo della provincia italiana degli anni Ottanta e al di fuori, in un contesto che vibrava come un “piccolo mondo antico” nella campagna padana.
In questo nuovo romanzo, Durantini segue la sua protagonista nel suo affacciarsi alla vita adulta, negli anni di università, quelli in cui una giovane donna giunge a se stessa ma, al contempo, si dibatte su quelle soglie di fragilità e insicurezza su cui il potere – e il maschile che lo incarna – agiscono tutta la loro violenza. Nelle sue pagine, l’adulta che l’autrice è oggi si confronta e si rilegge in una ragazza che somiglia a lei come a tutte, per liberarsi dalle forme di abuso che hanno attraversato la sua vita come quelle di altre. E lo fa attraverso se stessa e tutte le compagne di strada di allora, amiche, maestre, o anche le scrittrici che l’hanno ispirata. Sara Durantini scrive un romanzo poetico e di una sincerità senza filtri, che seguendo una ragazza fra Parma, Milano e Mantova ci mette di fronte a tutti i temi che attraversano il corpo delle donne prima di farsi terreno politico, dal consenso sessuale al senso di colpa. Abbiamo intervistato l’autrice.
Il tuo libro tocca molti temi, ma sembra soprattutto un’opera sul potere liberatorio delle parole, sull’idea che nominare le cose significhi renderle reali.
Sì, è vero: dire le cose significa renderle reali. Fin dall’inizio ho voluto che la narrazione si focalizzasse proprio su questo punto. Ci sono aspetti della nostra esperienza che facciamo fatica a portare alla luce, che tendiamo a nascondere o a trattenere dentro di noi. La scrittura, però, permette a queste parti di prendere forma e – almeno in parte – di uscire allo scoperto. Non sempre è un processo semplice, anzi. Ma la parola scritta resta uno spazio privilegiato in cui ciò che è taciuto può finalmente emergere.
In Questo mio corpo ricorrono le figure di Marguerite Duras e Annie Ernaux. Che cosa rende per te queste autrici così distintive rispetto ad altre?
Le voci di Marguerite Duras e Annie Ernaux hanno rappresentato per me, e per la ragazza che ero, un passaggio di consapevolezza. Loro sono arrivate in un momento della mia vita che sembrava immobile, sospeso, ma che in realtà era attraversato da una trasformazione profonda. Stavo cambiando, senza ancora riconoscerlo fino in fondo. Ecco perché la loro voce è stata decisiva: hanno tracciato un percorso e, al tempo stesso, un perimetro entro il quale potevo iniziare a ricostruirmi. La lettura de L’amante è stata un’apertura, inaspettata, su un modo diverso di scrivere, di raccontare, di svelare realtà indicibili soprattutto quando a custodirle sono le donne. Duras mi ha mostrato che esistono più livelli per narrare un accadimento personale e, insieme, più livelli per comprenderne la verità.
Annie Ernaux è arrivata quasi in contemporanea. Non sono più uscita dalla mia notte, il primo libro che ho letto di lei metteva al centro il rapporto materno, un tema per me cruciale perché lo riconducevo al rapporto con mia madre, al mio bisogno di emanciparmi da lei, ma anche al fatto che il suo riflesso continuava a riemergere in me. Quindi io e mia madre, ma attraverso il legame materno raccontato da Ernaux nel suo libro. Due donne legate da un filo sotterraneo che poi hanno scelto strade diverse. Alcune frasi di Ernaux, lette allora, hanno smosso qualcosa di profondo, non le comprendevo del tutto, non ancora, ma lavoravano dentro di me. Per questo considero Duras ed Ernaux due presenze cardine: sono arrivate nel momento in cui avevo bisogno di quelle parole. Se le avessi lette prima, forse, non avrebbero avuto lo stesso effetto così come se le avessi scoperte anni dopo. Nel tempo, accanto a loro ci sono state altre voci femminili che hanno contribuito a una presa di coscienza. È per questo che oggi riesco a parlare della mia personale genealogia e a collocare queste donne e scrittrici insieme ad altre all’interno di una linea di discendenza simbolica che mi appartiene.
A un certo punto la protagonista afferma di temere di tradire chi, leggendo questo libro, crederà di trovarvi la verità assoluta. Perché scegliere l’autofiction come spazio in cui la confessione di una realtà anche dolorosa e profonda convive con l’esercizio narrativo puro?
Per me l’autofiction è, prima di tutto, uno strumento di difesa. Non tutte le verità che racconto nel libro sono note, o comprese nella loro interezza, dalle persone che hanno fatto parte della mia vita in quel periodo. Penso ai miei familiari o a chi allora credeva di conoscermi davvero. L’autofiction mi ha offerto quindi uno spazio in cui ho potuto proteggere la ragazza che sono stata e, allo stesso tempo, tentare di farla “perdonare” agli occhi di chi oggi legge la sua storia. Perché, inevitabilmente, chi si riconosce in alcuni personaggi può sentirsi tradito. E in effetti qualche critica, nel tempo, è arrivata. Scrivendo di quegli anni, in particolare del 2004 e del 2005, riemergevano dinamiche personali e familiari molto complesse, era fortissimo il peso delle aspettative sociali, familiari, quelle del piccolo paese di campagna in cui sono cresciuta. Mi sentivo intrappolata in un ruolo che non avevo scelto. Quando racconto quegli anni, dunque, non racconto solo degli eventi personali ma anche il clima emotivo, le pressioni, le richieste implicite, i silenzi che tante ragazze hanno vissuto. L’autofiction mi ha consentito di tenere insieme una realtà ancora oggi per me dolorosa con l’esercizio narrativo, senza dover consegnare agli altri una “verità assoluta”, che stento io stessa a rintracciare.
Parliamo delle tre città che attraversano la storia, ognuna di esse sembra corrispondere a un tempo preciso della vita della protagonista. Di che cosa sono metafora queste tre città?
Questo mio corpo si svolge tra Mantova, Parma e Milano. Ognuna di queste città corrisponde a un tempo preciso della mia vita e a una diversa fase di trasformazione. Mantova è la città dell’adolescenza: gli anni del liceo, il primo passaggio dalla campagna — dalla pianura padana — a un luogo che, pur non essendo una metropoli, offriva un respiro più ampio. All’epoca era una città culturalmente viva, ricca, scelta da molti che arrivavano dalla campagna per costruirsi un futuro diverso. Per me rappresentò un vero spartiacque perché fu in quella città, proprio a scuola, che iniziai a usare il computer, i primi spostamenti autonomi, la sensazione di entrare in un mondo più grande. Mantova è stata fondamentale per la mia geografia emotiva.
Parma, invece, è la città dell’università: la città del distacco. Un distacco sociale, prima ancora che geografico. A Parma ho preso le distanze dall’ambiente in cui ero cresciuta, e non è stato semplice. In famiglia si sentivano frasi che pesavano: «Adesso si crede una cittadina», «Adesso, perché studia, pensa di essere diversa». Parole che a diciotto o vent’anni non si dimenticano. E poi c’era la relazione di quegli anni: un fidanzato di un’altra classe sociale, una famiglia profondamente diversa dalla mia. Tutto questo contribuiva, inevitabilmente, ad aprire un varco tra me e la mia famiglia. Quel distacco portò ad una trasformazione che allora non riuscivo ancora a nominare.
Milano, invece, è la città che è appartenuta solo a me. Lì ho vissuto una verità che allora era esclusivamente mia, un’esperienza che oggi non mi appartiene più allo stesso modo e che è stata necessaria per crescere. Milano rappresenta il luogo della scelta autonoma, del passaggio definitivo verso un’identità adulta. Tra l’altro quella delle geografie emozionali è per una tematica molto importante perché i luoghi non hanno mai fatto da sfondo nella mia vita, mi sono sempre entrati dentro, formandomi e cambiandomi. Anche il fatto di crescere in una cascina isolata, a un chilometro e mezzo dal paese, quello era tutto il mio mondo, lo è stato per i primi cinque anni della mia vita poi ho scoperto che era poco più grande, che a qualche chilometro di distanze esistevano altre case, altre comunità. La geografia di un luogo ti lascia delle tracce indelebili.
Nel libro affermi una cosa fondamentale: che il corpo è lo strumento primario di esperienza, il primo modo attraverso cui ci confrontiamo con il mondo.
Per me è stato davvero così, il corpo come strumento primario per conoscere gli altri. E questo perché, come ho racconto anche in Pampaluna, per anni ho compiuto un percorso inverso, cioè, ho conosciuto l’altro attraverso il mio corpo, prima ancora di conoscere me stessa. E questo ha avuto conseguenze importanti. Quando ignori ciò che il tuo corpo chiede e, al contrario, ti abitui a riconoscere e soddisfare soltanto il bisogno dell’altro, finisci per silenziare i tuoi stessi bisogni. È qualcosa di devastante in questo meccanismo, perché ti educa al compiacimento, alla rinuncia, alla sottrazione di te. In Questo mio corpo racconto di questa ragazza che finalmente prende consapevolezza di questo meccanismo. Ma la consapevolezza, da sola, non sistema tutto. Lo dico con sincerità: dopo quella consapevolezza non è andato tutto in discesa. Ho fatto errori enormi, scelte sbagliate, situazioni che non ho saputo gestire dicendo un “no” chiaro quando era necessario. Tutto perché quel processo di ascolto del corpo, una volta iniziato, apre battaglie interiori molto lunghe. A venirmi in aiuto sono stati i libri, che possono davvero salvare, aprire spazi nuovi dentro di noi, e questo è meraviglioso. Ma aprono anche ferite, nodi, interrogativi che richiedono tempo per essere compresi. Non è semplice, soprattutto quando ti muovi ancora dentro un contesto che fatica ad accettare i tuoi cambiamenti. È difficile quando non trovi un rispecchiamento, quando chi ti è vicino non comprende il motivo delle tue scelte. Tutto questo ha inciso profondamente sul mio modo di stare nel mondo: oggi so che partire dal corpo significa, prima di tutto, imparare a riconoscere ciò che mi appartiene davvero e ciò che invece appartiene alle aspettative degli altri.
Nel romanzo compare anche una figura femminile che sembra rappresentare la donna che avresti voluto essere, un simbolo di ciò che mancava o che desideravi incarnare, che è Anne-Marie. Chi è questa donna e che ruolo svolge nella storia?
Sì, Anna Marie incarna, prima di tutto, la libertà. Lei rappresenta la donna libera per eccellenza, libera nelle scelte, nella costruzione della propria vita, nella consapevolezza di sé. Nel libro è una trasfigurazione di due persone reali, entrambe caratterizzate da questo elemento fortissimo: una capacità precoce di autodeterminazione, una maturità interiore che andava di pari passo con ciò che accadeva intorno a loro e con il contesto sociale in cui vivevano. Anna Marie è, come dici, ciò che io avrei voluto essere. È l’alter ego della protagonista. In lei ho inserito molte delle azioni, dei gesti, delle decisioni che la protagonista avrebbe desiderato compiere ma non riusciva a scegliere per sé. Per questo tra le due c’è sempre una tensione sotterranea. C’è una scena, ad esempio, in cui la protagonista trascorre un pomeriggio a casa di Anna Marie e poi deve correre per prendere il treno. Quel treno è un ritorno alla realtà, la realtà della sua vita, delle sue condizioni, dei limiti imposti. La parentesi vissuta con Anna Marie, quella libertà improvvisa, quella pienezza, viene continuamente ridimensionata mentre la protagonista vorrebbe restare lì, vivere quel momento fino in fondo, appropriarsene. Ma sa che la sua vita, almeno allora, non è quella. Anna Marie permette alla protagonista di immaginare un futuro diverso.
Questo è anche un libro che interroga il tema del consenso. A che punto siamo oggi?
Oggi vedo un cambiamento rispetto a venticinque anni fa. C’è più dialogo, più consapevolezza, più necessità di parlarne apertamente. Esistono dibattiti pubblici e televisivi che un tempo non sarebbero stati neppure immaginabili. Le intenzioni ci sono, e questo è un passo importante. Allo stesso tempo, però, noto che ciò che fino a quindici anni fa restava nel sottobosco, una cultura ostile all’autonomia femminile e alla libertà di coscienza delle donne, oggi sta riemergendo in modo più esplicito. È una cultura che si oppone a una piena presa di coscienza femminile, e che trova spazio soprattutto in ambienti di destra e di estrema destra. Questo ritorno di discorsi e posizioni così arretrate rende evidente quanto lavoro resti ancora da fare. La consapevolezza individuale è cresciuta, il confronto pubblico esiste, ma c’è ancora una forte resistenza culturale che continua a limitare la comprensione autentica del consenso. Inoltre, fatto importantissimo e che racconto anche in termini legislativi nel mio libro, la Camera dei deputati aveva approvato una proposta di legge che riscriveva l’articolo 609-bis del Codice penale, introducendo il principio del “consenso libero e attuale”. Tuttavia, il provvedimento è ora bloccato per iniziativa della senatrice Giulia Bongiorno di Fratelli d’Italia e chissà quanto dovremo attendere. Questo fa capire quanto sia recente e fragile la conquista di un concetto che per molti è scontato: che “sì” significhi davvero “sì”.
La scrittura è stata, per te, anche un esercizio di confronto con te stessa. Nel processo di lavorazione del libro, c’è qualcosa che ti sei rimproverata?
No, non posso dire di essermi rimproverata qualcosa mentre lo scrivevo. Sono riuscita a raccontare, al massimo delle mie possibilità, anche le parti che non avrei voluto affrontare, ma che sapevo di dover includere. La storia con D., ad esempio, è quella che mi ha messo più in imbarazzo: lei era molto giovane, lui era un uomo maturo, e ancora oggi provo un sentimento di vergogna, un’ombra di colpevolizzazione che credo resterà sempre. È un velo che non si dissolve. Il vero rimprovero è arrivato ripensando al periodo successivo, nel libro la storia si ferma all’inizio del 2005. Ma dopo quel periodo, mi sono persa di nuovo. E nel perdermi ho smarrito anche la scrittura, nonostante fosse per me un’ancora di salvezza. Questo sì, è qualcosa che continuo a rimproverarmi, cioè, non essere riuscita, allora, a restare fedele a me stessa e a ciò che avevo conquistato. Ma fa parte del percorso, delle sue cadute e delle sue riprese.
E, al contrario, che cosa ti ha aiutata a perdonarti mentre scrivevi?
Scrivere mi è servito, prima di tutto, a fare pace con quella ragazza, una ragazza che non sapeva ancora come funzionava il mondo, perché nessuno glielo aveva mai spiegato davvero. Ho capito che non potevo chiederle ciò che non poteva sapere, e che molte scelte sono stati tentativi. Ha sperimentato la vita per prove ed errori.
Sara Durantini, Questo mio corpo, Dalia edizioni 2025
Chiara Palumbo
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